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L’uomo che mise le mani nella marmellata
Questo racconto è nato mentre riflettevo sulla vicenda dello smemorato di Collegno e immaginavo di smascherarlo, di coglierlo “con le mani nella marmellata”, come si suol dire. In quella veste di colpa e innocenza mi è venuto in mente un personaggio che ricorda Zi Dima de La giara, prigioniero del proprio mestiere e trasformato, suo malgrado, in spettacolo per il mondo.
C’era un uomo che decise di confezionare marmellate,
e da quel giorno andava in giro con le mani appiccicose.
Un pomeriggio la polizia lo fermò:
«Metta le mani sul cofano, per favore».
Lui obbedì — e rimase incollato all’auto.
Per staccarlo, furono costretti a tagliare un pezzo di carrozzeria.
Lo portarono da un fabbro.
Il fabbro, curioso, decise di appendere quel pezzo di macchina,
con le mani dell’uomo ancora attaccate, al muro del suo salotto.
«Sta bene con il colore delle tende» disse.
Gli spalmò sulle mani una lozione speciale,
una sostanza che avrebbe sciolto piano piano la marmellata.
Ma servivano due o tre giorni.
Così gli mise una sedia con gambe altissime per farlo sedere,
lo imboccava e si prendeva cura di lui come di un mobile sacro.
Un giorno arrivò il figlio del fabbro con ventisette compagni di scuola:
«Venite, vi faccio vedere l’uomo che ha messo le mani nella marmellata!»
E così cominciò la leggenda.
Da tutto il quartiere, poi da tutta la città —
otto milioni di persone — venivano a vederlo.
Il fabbro mise un biglietto d’ingresso: 8 dollari e 55 centesimi.
Le code erano infinite, da cinema dell’assurdo.
Quando i soldi cominciarono a piacergli,
il fabbro decise di non liberarlo più.
Gli spalmò addosso una colla potentissima,
capace di durare ottantotto miliardi di anni.
Allora l’uomo protestò:
«Voglio la mia libertà! Ho diritto di essere staccato!»
E il fabbro rispose:
«No. Sei stato beccato con le mani nella marmellata».
La notizia esplose nel mondo.
Tutte le televisioni smisero di parlare di guerre, crisi e ponti sullo Stretto:
si discuteva solo di lui.
C’era chi voleva liberarlo e chi diceva che la giustizia
deve restare incollata alle proprie decisioni.
La legge non sapeva che fare:
per liberarlo serviva un processo,
ma per processarlo bisognava prima liberarlo.
E così l’uomo che mise le mani nella marmellata rimase lì,
incollato al muro,
testimone appiccicoso di un mondo
che confonde la colpa con l’arredamento.
E, dopo tanto dibattito,
il vero mistero restava uno solo:
era marmellata di ciliegia… o di albicocca?