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Cammino nella notte che l’inverno ha sventrato,
tra strade dove la neve non illumina,
ma soffoca.
Ogni passo è un rantolo,
ogni fiocco un frammento d’oscurità che cade lento
come un presagio.
I lampioni tremano,
fiaccole malate in un mondo che non vuole più vegliare,
e la città — carcassa di pietra —
mi osserva con finestre vuote
che sembrano orbite consumate.
All’alba, quando l’alba dovrebbe nascere,
la nebbia si trascina come un animale ferito,
mefitica, densa,
impastata di smog e di un respiro che sa di ruggine.
Mi avvolge, mi stringe,
migliaia di gocce minuscole
come dita fredde che cercano la pelle
per ricordarmi che non c’è calore
che possa salvarmi.
Il sole è un ricordo sbiadito,
un mendicante respinto dal cielo,
e il suo chiarore lontano
non osa più fendere questa coltre
che inghiotte tutto.
Così avanzo,
nel gelo che non perdona,
in un mattino che non vuole nascere,
tra strade che sembrano vene morte
di un mondo stanco.
E l’inverno, muto e crudele,
mi accompagna come un vecchio complice,
senza promessa,
senza redenzione.