LA CASA DELLA SANTA (adatto a un pubblico adulto)

scritto da alchimista
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I fatti narrati sono di pura fantasia, senza alcun riferimento storico.
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Testo: LA CASA DELLA SANTA (adatto a un pubblico adulto)
di alchimista

Maria e Ferran si tengono per mano. Si bisbigliano dolci paroline, intanto che attendono la proprietaria dell'immobile per visitare la potenziale dimora. Una donna florida e rubiconda li accoglie con un sorriso aperto. Sbrigativa si presenta, mentre con la mano fruga nel suo enorme borsone, cercando a tastoni le chiavi dell'appartamento.
Li invita a salire la rampa di scale, che porta al piano superiore. Maria corruccia la fronte dinanzi a quegli scalini, che qualche notte prima le sono apparsi in sogno. Sale ansiosa fino alla soglia, mentre già Carmen elogia tutte le virtù dell'appartamento e il suo affitto economico. In effetti, pare un affare. Si tratta di un bel bilocale ampio, al costo di un monolocale striminzito. Forse necessita di un'imbiancatura e una buona ripulita, ma a quel prezzo non si può proprio pretendere di meglio. Carmen racconta anche stavolta la storia di Santa Esperanza. “Dovete sapere che questa casa sarebbe dovuta divenire un museo. Qui, in questo letto, è morta una donna che è stata fatta santa. La mia povera trisnonna l'ha pure conosciuta: più di un secolo fa, lei viveva nell'appartamento qui sotto. Ora è disabitato e in rovina, proprio come le case che ci sono qui a fianco. Potete fare anche quelle feste rumorose con la musica assordante, che piacciono tanto a voi giovani. Non darete fastidio a nessuno, se non a qualche uccellino che vive sugli alberi qua attorno. L'unica cosa che vi chiedo, e rientra tra le clausole contrattuali, è quella di non togliere mai il suo ritratto”.
Maria ripete dubbiosa: “Il suo ritratto?”.
“Certo, quello di santa Esperanza.” Nel suo tono si ode un'inflessibilità, che contrasta con quello ossequioso usato fino ad allora. Si sa, che i vecchi dei paesini sono molto superstiziosi, del resto quel quadro ben vale un affitto di sessanta euro. Ferran senza troppo riflettere, accetta felice. Dopo quasi un anno di condivisioni e buchi d'alloggio, in cui era quasi impossibile muoversi, finalmente possono diventare una famiglia con la loro sacra intimità. Poco importa di quel dipinto inchiodato alla parete della camera da letto.
In pochissimi giorni riassestano la casa e si preparano a viverci. Maria osserva il volto a tempera di quella giovane donna. I suoi occhi colore della pece paiono ardere di grande passione, vi brilla una luce insana dentro. Le labbra accennano quasi a un sorriso, ma non pare sereno e quieto. Si direbbe che si beffi del mondo dalla sua cornice dorata.
L'abitazione è in una posizione isolata ai piedi del bosco, nascosta agli occhi del paese da secolari ruderi . Il piano terra ha le finestre murate e due travi, floride di muschio, s'inchiodano alla porta. Maria avrebbe voluto chiedere a Carmen se vi fosse accaduto qualcosa, ma un senso di disagio le aveva ricacciato in gola la domanda.
“Come mai non ha affittato anche il piano terra? Perché ha lasciato andare in malora la residenza della sua trisavola?”. Interroga così Ferran che in risposta alza le spalle, come se la cosa non l'interessasse affatto.
La coppia non si preoccupa di questo isolamento e della diffidenza che mostrano gli abitanti del paesino. Pare quasi che uno strano alone avvolga la gente e queste stesse mura. E' la prima domenica che trascorrono qui. Decidono di restare in casa, per godersi appieno la loro ampia e comoda giornata casalinga.
Maria però non si sente bene, inizia a perdere sangue dal naso. Un sottile rigagnolo rossastro le colora la sua pelle lattea, la spossatezza l'assale. Si sdraia sul letto sotto al ritratto che la fissa malevolo. Perché la santa le è così ostile? Cosa le sta accadendo? L'unica certezza è la paura.
Un esercito di sassi sbatte alle finestre. Arrivano tutti in contemporanea, come se un plotone avesse fatto un unico lancio. Tutti tiratori scelti, che da terra hanno ben centrato le finestrelle del primo piano. Ferran scende a vedere cosa succede con il coltello in mano. Non c'è nessuno attorno alla casa, regna il silenzio. Il fatto curioso è che non vi scorge nemmeno l'impronta di una scarpa nel terreno. Rientra in casa perplesso, Maria è spaventata. Si adagia sul letto ed esausta cade in uno stato di torpore.

Sogna la santa nel suo abito monacale.
La vide muoversi in quel paese rigoglioso e felice. Esperanza però la guardò con una tristezza desolata da ideale infranto. Quegli abiti ruvidi che nascondevano il suo corpo fresco, forse non l'appagavano nonostante il suo desiderio di servire Dio. Si chiedeva cosa un uomo avrebbe pensato di lei: se l'avrebbe desiderata senza quel sacco addosso.

Maria si sveglia di colpo sudata. Il sangue ha smesso di uscire e, una rinnovata energia si è impossessata di lei. Chiama inquieta Ferran che si era perso in un'avvincente lettura. Lui accorre in camera e trova Maria distesa languida sopra il letto. La sua pelle candida è vestita solo di efelidi. Si accarezza con una mano un capezzolo, ne stringe trepidante la punta. Intanto guarda negli occhi l'amato e, l'invita ad avvicinarsi. Con cautela comincia a carezzarla, come si trovasse dinanzi una bambola di porcellana, che potrebbe frantumarsi. Sono in un vortice di desiderio crescente. S'infiamma la passione tra baci voluttuosi, finché s'avvinghiano l'uno nell'altra. Il piacere straripa come un fiume incontenibile, fino a quando, lei volge lo sguardo alla parete sovrastante. I suoi morbidi gemiti incontrano gli occhi estasiati della santa, pare che da lassù non aspettasse altro. I loro fiati accelerano e si mescolano nel momento in cui, l'apice del piacere si avvicina. Sente l'umore umido e caldo colare sul lenzuolo. Poi un urlo scomposto cambia d'improvviso l'atmosfera. Ferran è confuso, conosce bene l'ansimare incalzante della sua compagna, molto diverso da quest'epilogo di suoni striduli e allarmati.
“Maria stai bene?”.
I suoi occhi si riempiono di lacrime e la voce non vuole proprio uscire per quanto si sforzi. Ferran l'abbraccia e cerca di calmarla, il suo corpo trema convulso. Di colpo Maria si alza e scosta le coperte, appare una macchia di sangue. Sembra quasi il disegno di un volto deformato da un ghigno grottesco!
“Amore ti è arrivato il ciclo? Ma che hai?”.
Lei non l'ascolta, urla affannata: “Qui dentro c'è il demonio”.
Si sente mancare e ricade sul letto. Chiude gli occhi, inghiottita nel buio. E' terribile questa sensazione di scomparire. Il respiro gradualmente rallenta, il petto si solleva con un ritmo sempre più regolare, finché non si addormenta. Ferran rinuncia a cambiare le lenzuola, domani parleranno e si sistemerà tutto.

Un nuovo sogno si affaccia nella notte.
Esperanza si toccava. Avrebbe voluto fermarsi ma non ne era capace, il suo bisogno di provare piacere superava il suo rigore morale. Lei che avrebbe dovuto essere un esempio di castità e purezza per le altre donne, era solo una mera peccatrice. Si eccitava fino a godere, immaginando mani di uomini sulla sua pelle e labbra ardenti inoltrarsi con baci, nei punti più sensibili. Ogni orgasmo lo espiava indossando il cilicio. Quel dolore costante che le giungeva dagli uncini che penetravano la sua morbida carne, le provocavano il sottile piacere della salvezza. Sorrideva sempre alle sorelle, ignare del suo supplizio.

Maria si sveglia il lunedì quasi stupita di quanto sia successo la sera prima e con una sensazione di torbida eccitazione, che a fatica trattiene. C'è poco tempo, ha solo qualche minuto per prepararsi. Parlerà con Ferran mentre l'accompagna al lavoro. Accartoccia in un angolo le lenzuola sporche, meravigliata da questa piccola emorragia uterina e dallo strano disegno che ha prodotto.
Ferran insiste perché oggi resti a casa: non è stata bene e deve ristabilirsi. Lei si veste risoluta, rassicurandolo che non vi è alcun bisogno di perdere un giorno di lavoro. Si infila in auto e quieta si prepara a parlare. “Ieri non so cosa mi sia capitato. Qualcosa in questa casa mi turba, lo confesso. Poi il sanguinamento del naso seguito da quella perdita, mentre facevamo l'amore, mi ha terrorizzata. Ho avuto la sensazione che ci fosse qualcuno. Ho temuto che apparisse il diavolo...”.
Ferran interviene: “Ma cosa dici? Tu non hai mai creduto in queste stupide superstizioni!”.
“Ferran è un discorso serio questo, non m'interrompere. Stanotte ho sognato la donna del ritratto, non credo fosse una persona così santa. Voglio informarmi su di lei. Devo sapere cosa le è successo, come è morta. Dopo il lavoro mi fermo in centro, alla biblioteca più fornita. Non c'è bisogno che mi passi a prendere, torno col pullman, ogni ora ne passa uno. Stasera ti racconterò”.
“Purtroppo temo che qualunque argomento ti proponga, tu non mi ascolterai”.
Maria ride, ritrovando parte della sua sicurezza: “Hai ragione, come sempre non cambio idea. Male che vada, avrò perso un po' del mio tempo libero e ti toccherà preparare la cena”. Lo bacia prima di scendere dall'auto, sollevata di andare al lavoro e non essere rimasta sola in quell’arcana casa.
In biblioteca si ritrova sommersa da interi volumi di storia ecclesiastica. Le vite dei santi abbondano terribilmente, non credeva ce ne fossero così tanti solo in Catalogna. Per fortuna l'ottocento, non è poi così tappezzato da aureole. Santa Esperanza era una monaca che assisteva i malati nella piccola clinica del suo paese. In questa frazione rurale alle porte di Barcellona, sovente arrivavano malattie che dall'oriente giungevano nell'importante porto catalano. Nel 1899, seppur circoscritta, giunse una feroce epidemia di peste, che aveva falciato numerose vite nelle colonie indiane. Un mercante molto ricco si era ammalato gravemente, ma insolitamente non si decideva a morire. Diceva che la sua medicina erano le preghiere di Esperanza, che tutti i giorni al capezzale del letto, non si risparmiava in rosari. Dopo due settimane l'uomo miracolosamente guarì e non rimasero nemmeno i segni di quei terrificanti bubboni. Subito dopo s'ammalò lei. Pare che in una preghiera avesse chiesto a Dio di scambiare la sua vita con quella del giovane padre di famiglia. Per un breve periodo fu ricoverata nella clinica, ove stette raccolta in preghiera senza che nessuno la disturbasse. Fu poi portata in una casetta a pochi passi dal lazzaretto, dove morì.

Maria non ha dubbi ora su cosa siano quegli edifici disabitati nei paraggi: sono i resti della clinica.
Guarda l'ora. Se esce subito dalla biblioteca, fa in tempo a prendere il pullman delle cinque.
Non sono nemmeno le sei, che si ritrova in paese. In giro ci sono solo volti diffidenti e scorbutici. Ecco un branco di anziani che pare rimasto ancora nel medioevo. Poi, vantando la paternità di una santa con tanto di patentino, è comprensibile che si siano accaniti ancora di più a “baciare pile”.
Una vecchia, che pare quasi mummificata, avanza nella direzione di Maria Pare ben decisa nonostante le gambe malferme. Le si pone davanti con prepotenza. Congiunge le braccia sul petto, quando la guarda quasi in tono di sfida. La fissa dritta negli occhi, mentre spalanca la bocca e Maria resta attratta dal suo unico dente. “Sei tu che sei andata a vivere alla casa della santa? Lo sai che al piano di sotto gocciola ancora il sangue di Consuelo?”.
“Chi è Consuelo? Io non capisco!”.
La sdentata ride grottesca. “Non ti ha detto niente quella vecchia volpe di Carmen? Non ti ha parlato della sua povera trisnonna?”.
“La sua ava è stata ferita?”.
La vecchia mi fa segno di avvicinarmi, sibila una parolina peccaminosa per la chiesa: “Suicidio”.
Ghignando si allontana, rimbrottando tra sé. “Brava Carmen, hai fregato pure questa”.
Maria prova a trattenerla, ma questa befana senza scopa volante, non pare neanche vederla. Rapida sparisce, blaterando in un dialetto incomprensibile.
Mentre si dirige verso casa, il cuore inizia a batterle forte. Non può negare che è turbata, ma non si farà spaventare tanto facilmente da questa strana storia. Corre lesta davanti alla clinica diroccata, come se qualche epidemia aspettasse di uscire da quei logori ruderi per contagiarla. Giunge al focolare quando il cielo è rosso. Pare colare a gocce sull'orizzonte, come se tra le nubi ci fosse un'insanabile emorragia.
Ferran ha già messo in padella una paella surgelata.
Maria lo bacia grata: “Amore, faccio una doccia e poi ti racconto quanto ho scoperto”.
La serata prosegue tranquilla, Maria fa un accurato resoconto a Ferran, che non la smette di scrollare la testa incredulo.
“Maria non voglio che ti suggestioni. Questa storia non ha senso. La vecchia megera poi avrà l'Alzheimer, non crederai veramente che c'è una suicida insanguinata di sotto?”.
Lei si imbroncia in cerca d'approvazione. Alza le spalle e sospira: “Sono un'investigatrice incompresa, ma non credere di scoraggiarmi”.
Lui sorride: “Fermare te è impossibile, non ci provo nemmeno!”.

La notte porta un nuovo sogno. La santa torna a farle visita.
Solo una volta Esperanza fu sorpresa ad auto flagellarsi con una frusta uncinata. Fu fatto rapporto dalla superiora al vescovo, il quale si prese la briga di venire al convento per un colloquio privato. Sua eminenza col suo suadente sorriso, le chiese di mostrare i segni. Lei abbassò la sua tonaca lasciando scoperte le spalle e parte della schiena. Il clericale le carezzò le ferite, e con la mano scese fino al fondo della colonna vertebrale con una lentezza estenuante. Esperanza sentì un brivido di desiderio salirle come una vampata. Avrebbe voluto che quel contatto non finisse mai, che quella mano scendesse più in basso dove la sua indugiava troppo spesso. Restò immobile con gli occhi chiusi, mal celando quei fremiti più forti di lei. Qualcuno bussò alla porta, il vescovo, ricompose le vesti di Esperanza prima di fare entrare la superiora. In tale frangente, davanti alle due donne, severo ricordò gli ammonimenti del Vaticano: “Oggi troppe critiche si muovono dai nemici della chiesa e pratiche come la flagellazione non sono più viste di buon occhio. Sorella quando vuole espiare, il rosario va benissimo. Le proibisco di ripetere una tale penitenza”. La santa annuì, tenendo tutto il tempo gli occhi fissi sul pavimento. La mano inanellata si volse alla monaca. Lesta s'inginocchiò, per baciare voluttuosa quelle dita che le avevano dato tanta emozione.
Quella notte Esperanza non dormì, quelle carezze avevano lasciato un segno indelebile. Lei sapeva che se non fosse entrata quell'impicciona della superiora, lui non si sarebbe fermato. Le aveva promesso che sarebbe tornato a controllare, e di certo la toccherà ancora. D'ora in poi non si flagellerà più con la frusta: userà solo il cilicio, che è molto più discreto.

La mattina Maria sveglia Ferran con baci ardenti, a cui lui non riesce a sottrarsi. Vuole che le accarezzi la schiena, mentre pare contagiarlo col suo desiderio incontenibile. Non sembrano affatto dispiaciuti di giungere in ritardo al lavoro, anzi...
Maria stavolta non fa soste e arriva nel primo pomeriggio a casa. Osserva quel benedetto ritratto, vorrebbe toglierlo dalla parete. Mica la proprietaria viene a fare sopralluoghi, non saprà mai che non ha rispettato la clausola. Farà sempre in tempo a rimetterlo, caso mai fosse in vena di visite. La testa del chiodo è molto ampia. Non riesce a sfilare il ritratto da quel foro così stretto. Bisogna per forza sradicare il lungo chiodo dal muro. Si munisce di tenaglia per estirparlo, ma del tufo inizia a sgretolarsi. Teme che sia impossibile togliere il quadro senza lasciare un grosso buco, in cui difficilmente si potrà reinserire intatta, quella ferraglia dal gran testone. Rischiare lo sfratto immediato non vale la pena, decide di lasciare perdere e ricaccia ben dentro di qualche millimetro quella capocchia zigrinata. Si graffia con quelle minuscole punte che caratterizzano questo misterioso chiodo. Una goccia scarlatta cade sul quadro, nel cercare di levarla si formano due righe sottili; sembrano due corna sopra i capelli corvini della santa. Non ha il tempo di agitarsi, che sente bussare alla porta. Non aspetta visite e di certo non è Ferran.
Corre all'uscio, chiedendo chi è. Nessuno risponde e dallo spioncino intravede una giovane donna. Non ha l'aria pericolosa e decide di aprire. Costei pare spaventata, lei ripete la domanda: “Chi è lei? Desidera?”.
La donna dice: “Prima abitavo qui, devi andartene. Io sono scappata quando ho compreso che qui c'è una presenza malvagia. Tutti lo sanno in paese, ma vige l'omertà. Sono i discendenti di un'area sconsacrata da Dio; nessuno di loro vivrebbe qui dopo quello che è successo, se non fossero tutti complici di Satana”.
“Veramente stavi qui? Dici così a causa della suicida?”.
Un boato giunge dalla casa. La donna indietreggia, Maria cerca di trattenerla. Non sa se andare in casa a vedere cosa è accaduto, o correre dietro alla sconosciuta.
Costei scende le scale, mentre continua a parlare: “Carmen sa tutto. Stai attenta alle feste consacrate, lei ha più forza e tu le darai sangue. Tra un mese viene celebrata la sua santificazione e tu morirai”.
Solleva le braccia denudate per mostrarle le profonde cicatrici sui polsi, prima d'iniziare a correre forte. Improvvisamente pare svanire tra gli alberi, come se fosse fatta di vapore. A Maria non resta che rientrare.
Ispeziona le due stanze in cerca della causa del rumore. Vede in terra la bambola di porcellana, frantumata in mille pezzi. Piange per quanto teneva a quell'ultimo regalo della madre, che cercò una bambola somigliante a lei: dalla pelle bianca e dai lunghi capelli rossi. Sarà stata colpa della tenaglia, posta in bilico sull'angolo del comò. Deve averla poggiata frettolosamente accanto al balocco, che è stato spinto in terra da un precario equilibrio. Tutto a causa di quel maledetto chiodo.
Racconta a Ferran gli eventi del pomeriggio, tranne l'intento di togliere il ritratto: sa bene che lui la rimprovererebbe.
Il giorno successivo telefona a Carmen, chiedendole di incontrarsi. Carmen l'invita a casa sua per un tè quello stesso pomeriggio.
Si ritrovano in un ampio salotto foderato di prezioso broccato, e un servizio di tazze che farebbe invidia alla famiglia reale.
Senza perdersi troppo in convenevoli Maria domanda: “Come mai è andata via l'ultima inquilina?”.
“Vedo che è una donna curiosa al mio contrario. Io non mi occupo degli affari degli altri, ma posso dirle che spesso era in ritardo con l'affitto. L'ho sfrattata”.
“Ha conservato la documentazione?”
“Possibile che sia archiviata in qualche polveroso scatolone in cantina”.
“E' venuta da me ieri e ha parlato di ciò che lei mi nasconde”.
“Lei è la mia affittuaria, non di certo il mio confessore”.
“Cosa mi dice della sua trisnonna, allora?”.
“Questo non è un mistero e se vuole glielo narro in poche parole. La mia progenitrice accudì Esperanza negli ultimi suoi giorni di vita con dedizione. Purtroppo si ammalò anche lei alla morte della santa. Anche quello fu letto come un segno prodigioso: aveva protetto la sua infermiera dal contagio finché era stata in vita. Pare che Consuelo non avesse retto alla paura della terribile fine, che l'aspettava e si fosse tagliata i polsi, sdraiata nel suo letto. Nessuno volle addentrarsi in quella pozza scarlatta, e entrare così in contatto col sangue infetto. Poi una suicida non meritava molto riguardo: murarono le finestre e sigillarono la porta. Senza una preghiera l'abbandonarono nel suo mausoleo. Dopo quel sacrificio di sangue, nessuno si era più ammalato nel borgo, e tutte le epidemie che approdavano al porto di Barcellona, da allora non toccarono più questo paese benedetto. Spero che questo racconto ormai remoto, non le faccia trarre spiacevoli considerazioni sull'appartamento. Un prezzo così conveniente non lo troverà mai; questa purtroppo è la pesante eredità che mi ha lasciato la mia ava”.
“Parlerò con Ferran, non so se vi resteremo”.
“Ci pensi bene cara Maria. Rifletta con molto calma e tenga presente, che di quanto versato anticipatamente, non sono tenuta a rimborsare niente. Oltretutto della mia ava al piano sottostante, credo sia rimasta solo la cenere”.
Maria sperava in qualche notizia in più, questa storia ancora non le è chiara. Un'insanità si aggira per quella casa, un qualcosa che vuole essere liberato da questi anni di maledizione. Racconta a Ferran dell'incontro con Carmen, dei suoi segreti familiari, ma evita di discutere sull'ipotesi di scindere il contratto. Ora non possono proprio permettersi altro, se non l'ennesima condivisione.
Sabato notte tornano a casa ubriachi, dopo una serata in discoteca con gli amici. Mentre salgono le scale, Carmen inciampa. Batte il viso. Non è niente di grave, se non un'escoriazione al labbro. Sempre nuovo sangue che versa.

Nell'oscurità torna a trovarla la santa.
Esperanza si ammalò, vedendo chiari i primi sintomi della peste sul suo corpo. L'inguine si coprì di bubboni scuri. Pianse disperata invocando l'aiuto di Dio. Sapeva, come la sua malattia, fosse dovuta ai suoi pensieri impuri. Dio l'aveva condannata a morte, a un'atroce fine. Intanto in quello stesso ospedale miracolosamente, il giovane e aitante malato per cui s'era prodigata in preghiere, guarì. Lui non sapeva quali voluttuose fantasie avevano alimentato le sue mani grandi, non immaginava con quale piacere la monaca puliva le sue spalle muscolose. Lui asserì che proprio qualche giorno prima, aveva sognato la faccia della monaca che gli sorrideva. Non ci furono dubbi per nessuno, che si trattava di un vero miracolo. Il clero si mobilitò per la santificazione: appena lei morrà, diventerà santa. La voce si sparse in tutta la regione, si crearono pellegrinaggi per vedere la malata. L'appestata, a diverse ore del giorno, era costretta a sporgersi al davanzale per benedire i devoti. Lei rideva della grande beffa che stava perpetrando. Tutto era stato frainteso: la sua punizione era passata per prodigio divino. La santa malediceva l'umanità col sorriso, stava regalando la sua anima al demonio con questa assurda menzogna. Forse Lucifero avrebbe soddisfatto i suoi pruriti, forse era stato un errore dedicare il suo corpo e la sua anima a quel dio severo, che le stava procurando una terrificante agonia. Iniziò a gridare al mondo, il suo odio per Dio e ogni sorta di bestemmia. Il clero tempestivo, la tolse dall'ospedale e la rinchiuse in una casa là vicino. Sarebbe stato uno scandalo insopportabile se fosse emerso, che volevano fare santa un'indemoniata. Ormai era tardi per ritrattare e diventare lo zimbello di tutte le forze nemiche. Solo la fidata Consuelo avrebbe avuto a che fare con quest'anima posseduta.

Maria si sveglia all'alba madida di sudore, sente una terribile arsura. Apre il frigorifero, tira fuori una bottiglietta di succo di frutta. Le cade di mano e si frantuma in terra. Una scheggia penetra profonda sotto il piede. Il dolore è acuto e quel liquido scarlatto di cui è avida questa casa, inizia a fluire. Saltella su un piede fino al bagno, lava tutto sotto la doccia. Si siede a terra, serrata nella morsa di questo intenso male. Chiama ad alta voce Ferran, ma lui dorme profondamente. Non la sente, mentre la linfa vitale sgorga rosseggiante. Prova a raggiungere la camera da letto a balzelli, finalmente sveglia il suo compagno. Ancora sotto i postumi della sbronza, fatica a comprendere cosa accada. Vede il sangue e subito si desta. La prende in braccio e dopo averle lavato la ferita estrae la lunga scheggia. Disinfetta e fascia con grande abilità, ringraziando il corso di pronto soccorso, che finalmente è stato di una qualche utilità.
Porta da bere a Maria, e si riaddormentano esausti dopo un'ora.

Esperanza si spogliava nuda e danzava per la stanza invocando Satana, le sue urla si sentivano fino al cuore del bosco. Decisero d'imbavagliarla e legarla al letto. Nel paese girava qualche strana voce, ma la Chiesa era potente e sapeva pagare bene il silenzio del villaggio. Nessuno avrebbe mai dovuto rivelare che la santa non meritava questo appellativo. Consuelo venne contagiata, era condannata a morte. Sapeva già che sarebbe arsa all'Inferno dopo l'inganno, che si stava compiendo. Morta la santa, non c'era più alcun bisogno di questa appestata. Non potevano portarla in ospedale, dove avrebbe potuto raccontare troppi segreti sotto il delirio della febbre. Quando perse conoscenza, la casa venne murata e la porta sprangata. La moribonda invocava la santa dei dannati, che mossa a compassione, aprì la botola dietro la casa murata. Questo accesso segreto, tramite uno stretto cunicolo, la condusse nell'appartamento di Consuelo. Qui, lo spettro le porse una lametta: l'ultimo atto d'amore doveva essere nel sangue.

Maria si sveglia. In questo giorno di festa consacrata a Esperanza; davanti all'antico convento i devoti ballano come un tempo la Sardana: tenendosi per mano, serrati in un cerchio onorano la santa.
Lei deve uscire dalla morsa di quelle mura, deve correre libera. Senza neanche vestirsi scappa fuori, fino a raggiungere il retro della casa. E' più forte di lei, solleva l'antica botola per scendere nella galleria fino all'interno dell'abitazione murata. Vuole scoprire cosa si cela. E' buio là dentro e qualcosa le taglia i polsi, pare una vecchia lametta. Sente il profumo del suo sangue mescolarsi a un odore putrido. Cerca l'uscita ma non vede niente, l'oscurità è totale. Prova a gridare ma la sua voce pare un esile bisbiglio, incapace di uscire dalla stanza. Solo il suo sangue fuoriesce a fiotti.
Dal paese si odono spari e boati, Ferran apre la finestra e si gode lo spettacolo di quei fuochi pirotecnici. Oggi è la festa patronale, qualche vecchio in paese l'ha invitato a partecipare. Gli hanno pure regalato una valigia piena di soldi puliti, purchè stia zitto qualunque cosa veda o senta. Deve comportarsi come se tutto fosse normale, ignorando le stranezze che si compiono in quel giorno. Non aveva mai fatto un affare simile: gli tocca solo pulire il pavimento della cucina, ancora pieno di vetri e succo di frutta. Poi, potrà andare a godersi la festa con i suoi nuovi compari. Peccato solo, che Maria non ci sia più, un vero peccato capitale. Strizza un occhio alla santa, che grazie a quella valigiona, gli ha cambiato tutta la vita. Un autentico miracolo!
LA CASA DELLA SANTA (adatto a un pubblico adulto) testo di alchimista
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