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Oggi, tra un rumore di petardo in lontananza e uno scambio di auguri sui social, riflettevo sul ruolo del Capodanno e di altre tradizioni simili. Da decenni, indicativamente dal secondo dopoguerra in poi, i riti di Natale, Capodanno e Pasqua si sono imposti come evento domestico, soprattutto nella fascia oraria che va dal primo pomeriggio (i ritorni dal ristorante, per chi ci è andato) alla sera. Sono convinto che le tradizioni, per restare piene di significato, debbano essere continuamente messe in discussione nelle loro sfaccettature, altrimenti parliamo di un sistema cristallizzato senza possibilità di progresso.
E una delle sfaccettature della dimensione domestica normalizzata, in questi contesti, è la desolazione fuori. Un semplice giro per prendere aria mostra un vuoto riempito solo da qualche sparo e poche macchine, molte delle quali volanti della polizia per l'ordine pubblico.
Non ho mai letto niente a riguardo, sembra che si debba accettare perché è la norma. E invece, anche prima della sera, spazi pubblici per festeggiare, attività all'aperto, mercatini (non solo fino all'ora di pranzo), ci sarebbero modalità per riempire questo vuoto. Il punto non è cosa inventarsi, ma almeno riconoscerlo come una dinamica esistente.
Fino ad allora, ci si può porre il dubbio se le città (soprattutto quelle più piccole e le periferie) diventino davvero nell'anima un insieme di feste nei singoli luoghi domestici, o se si tratta di una serie di rituali felici che hanno come ambientazione una città deserta.