Parte prima
È sera. Sono in un bar, uno dei vari che bazzico di tanto in tanto, un posto per incontri fra single dove tuttavia mi avventuro di rado perché di solito c'è troppo casino: troppa gente, troppa musica, troppa fretta, troppo tutto. Questa sera però il posto è abbastanza morto, la musica non fa troppo fracasso, non c'è molta gente: forse c'entra in qualche modo la partita che stanno dando in televisione. A me però del calcio importa poco, di quelle due particolari squadre poi non importa davvero nulla ed allora eccomi qua, a rompermi le palle in attesa di vedere se sbuca qualche tipa interessante. Anzi, meglio ancora sarebbe se sbucasse qualche tipa interessante che già conosco, così non dovrei neanche stare a sbattermi troppo per riuscire a convincerla a seguirmi fin dentro nel mio letto.
Dal mio separé sto osservando da un po' una tipa seduta da sola al bancone: la sto osservando perché ne vale la pena, ma soprattutto perché mi incuriosisce. È bruna, media statura, suppergiù sui trent'anni, viso non rigorosamente bello ma molto attraente ed espressivo, è ben fatta, vestita in maniera sexy senza sconfinare nel volgare: mi piace, decisamente, e non disdegnerei affatto di aggiungerla al mio catalogo. È chiaramente in caccia, ma non ha l'aria di avere molta familiarità con quel genere di gioco: in effetti, anche se se ne sta lì già da prima che io arrivassi, ha l'aria annoiata ed un po' scontenta di quella che si sta ancora chiedendo cosa diavolo ci stia facendo, in un posto così. Con le dita giocherella oziosamente con un bicchiere da cocktail quasi pieno di una schifezza dall'improbabile colore rosa confetto, dal quale di tanto in tanto preleva con aria disgustata un sorsetto microscopico.
«E tre…» mi dico, osservandola respingere con sublime indifferenza le avances di un tizio, per l'appunto il terzo a provarci da che la sto osservando.
Decido che tanto vale che il quarto sia io: in ogni caso sto annoiandomi abbastanza da poter arrivare a considerare un buon diversivo anche il due di picche ricevuto da una bella gnocca al bancone di un bar.
Calcolo il momento nel quale dovrebbe nuovamente attingere dal suo bicchiere, mi alzo e le arrivo alle spalle proprio in quel preciso istante.
«No, di norma in questo posto non mettono veleno nei bicchieri» le dico andando a sedermi sullo sgabello accanto al suo. «Me l'ha assicurato Alberto in persona, tempo fa» aggiungo accennando al barman poco distante.
«Se provassi questa roba ti ricrederesti» replica lei, con un asciutto mezzo sorriso ed un che di risentito nell'intonazione: ha una bella voce piena, di tonalità un poco bassa, piuttosto gradevole.
«No, grazie: mi basta vederne il colore per starne alla larga» sogghigno. «Ma perché hai ordinato proprio quella roba, allora?»
«In effetti avevo chiesto un Calvados» fa lei con aria rassegnata, «ma il tuo… Alberto, giusto?… poco ci è mancato che si mettesse a ridere. Poi con aria disgustata mi ha spiegato che il Calvados è robaccia da bistrot parigino e mi ha suggerito piuttosto questa roba da finocchi. Bel cambio…»
«Molto meglio un bistrot parigino di questo posto, però, eh?» faccio io in tono allusivo.
«Già…» sospira lei. Poi tace, in attesa.
«Io un posto dove c'è del Calvados lo conosco, se ti va…» butto lì.
«Casa tua, immagino…» fa lei, vagamente ironica.
«Anche, ma non è a casa mia che mi sto riferendo in questo momento: non sono tipo che ami precipitare le cose. Parlo di un altro locale, molto meno trendy di questo. È un posto alla buona, ma ci fanno del decente jazz live, di solito, hanno degli ottimi stuzzichini e… sì, hanno anche il Calvados. Se ti va…»
«Mi va. Allora, usciamo da questo posto? Prima è, meglio è.»
Una tipa dalle idee chiare, questa…
Dopo pochi passi fuori dal bar lei parte con passo deciso nella direzione indicata, al che io la prendo sottobraccio, non tanto per stabilire un contatto fisico quanto per tentare di costringerla a tenere un'andatura meno forsennata.
«Siamo inseguiti, per caso?» butto lì, serio serio.
«Scusa» fa lei ridacchiando, «è il mio solito vizio di camminare a passo di carica.»
«Figurati» replico tranquillo, «vai pure al passo che preferisci: alla peggio, ti toccherà trascinarmi di peso.»
Lei ride… una bella risata aperta, non uno di quei risolini da gallina che detesto… e si lascia condurre al mio passo. Non fa il minimo accenno a liberarsi del mio braccio infilato sotto il suo.
Il locale che avevo suggerito non si trova tanto lontano dal bar del nostro primo incontro: lo raggiungiamo in pochi minuti, entriamo e troviamo con qualche difficoltà un tavolino decente.
«Due Calvados e gli stuzzichini della casa» ordino al cameriere mentre lei, disinteressandosi alla grande di tutto il resto, ha subito appuntato l'attenzione sulla band ed è già intenta a seguire la musica.
Liquori e stuzzichini ci arrivano sul tavolo in rapida successione, ma lei pare non essersene nemmeno accorta: appoggiata a braccia conserte sul tavolino, sta tenendo gli occhi fissi sui musicisti e segue il fluire delle note con un lieve movimento a ritmo di tutto il corpo.
«Ehi…» cerco di riportarla sulla Terra. «Il tuo Calvados…»
«Stanno suonando roba di Charlie Parker, questi qua» mi risponde lei distrattamente. «Già mi vanno a genio.» Senza distogliere lo sguardo dalla band cerca il suo Calvados sul tavolo, muovendo attorno la mano alla cieca. Che altro posso fare? Prendo il suo bicchiere e glielo spingo fra le dita. «Grazie» fa lei in tono assente, poi si porta il liquore alle labbra. Ne fa fuori metà al primo sorso.
Sono sconcertato, devo ammetterlo: mai mi era capitata prima nella vita una ragazza che dopo essersi lasciata agganciare si fosse comportata come lei e, per la verità, non so più nemmeno io come recuperare il terreno perduto. D'altronde lei non corrisponde affatto al cliché delle tipe che incontro abitualmente in posti del genere, al punto che non so nemmeno io come diavolo sia riuscito a colpirla con quella bislacca battuta sul suo drink: si vede che i tre che mi avevano preceduto al confronto dovevano esserle parsi degli autentici sfigati…
Comunque sia, va a finire che restiamo a lungo ad ascoltare musica senza quasi scambiare parola, sgranocchiando stuzzichini e bevendo entrambi svariati bicchierini di Calvados - io non ho problemi a reggerlo, ma pare che nemmeno lei ne abbia… - e perfino quando la band si prende dieci minuti di pausa lei continua a parlare disinvoltamente di jazz.
Quando finalmente usciamo dal locale, parecchio oltre la mezzanotte, ci fermiamo sul marciapiedi uno di fronte all'altra, molto vicini ma senza toccarci. Lei mi guarda; io la guardo. È chiaro che è l'ora del congedo, al che io rassegnato le dico: «Credo di essere uno che sa anche perdere, quando occorre, e posso ammettere di aver ricevuto questa sera il più elegante due di picche della mia vita: dove posso accompagnarti?»
Lei fa la faccia stupita: «Saper perdere? Due di picche? E perché? Per quanto mi riguarda, sei andato alla grande: temevo che mi avresti assillato subito con tentativi di allungare le mani, squallide frasi a doppio senso e richieste di venire a casa tua ed invece mi hai portato in un ottimo locale e mi hai lasciato gustare una bellissima serata di jazz. Non è che possa vantare dell'esperienza in materia, ma non credo che sia cosa da tutti comportarsi così bene.» Poi mi guarda fisso negli occhi e fa: «Allora, dov'è la tana del lupo?»
«Qui vicino» replico quasi senza fiato, incredulo. «Abito proprio qui, a Porta Ticinese.»
«Vecchia casa di ringhiera?» stuzzica lei con un lampo malizioso nello sguardo. «Spazzatura, puzza di acqua sporca, un ubriaco che dorme nell'androne, eccetera?»
«Non esattamente. Vedrai…»
Un quarto d'ora dopo siamo davanti alla porta del mio appartamento, al quarto ed ultimo piano - senza ascensore - di una vecchia casa a due passi dal Naviglio Grande. Mentre armeggio con le chiavi per aprire noto che lei non sta ansando quasi per nulla dopo i quattro piani di scale: io sono discretamente in forma, ma lei è messa anche meglio di me.
Apro, entriamo, e prima ancora di riuscire a far scattare l'interruttore della luce me la ritrovo addosso: non è tuttavia un assalto, il suo, è più simile al movimento lento e sicuro, vagamente sensuale, della piovra che attorciglia i tentacoli attorno ad una preda; nel suo caso però i tentacoli sono morbidi, lisci e tiepidi, e sembrano fatti apposta per invogliare la preda a farsi catturare.
Riesco a malapena a chiudere la porta con il piede mentre lei inizia a baciarmi con trasporto, un po' da ragazzina innamorata, dandomi subito l'impressione che nella sua mente stia in realtà baciando un altro, uno che non c'è e del quale sto temporaneamente usurpando il posto. Mi sforzo di rispondere allo stesso modo, senza però riuscire troppo bene nell'intento: sento con chiarezza che nella mia mente c'è solo l'idea dell'avventura di una notte e che, per quanto lei possa avermi colpito, oltre che incuriosito, per me non è altro che un'attraente giovane donna come tante.
Finito il bacio lei rimane ferma per qualche momento ancora con le braccia attorno al mio collo, poi appoggia la fronte contro la mia e sospira: «Non posso aspettarmi ciò che non c'è, eh?»
«Temo di no» confermo. «Mi dispiace.»
«Però posso prendermi ciò che c'è, vero?» replica prima di baciarmi di nuovo.
«A tua completa disposizione…» confermo alla fine del bacio.
«In tal caso, vuoi davvero farmi restare qui, davanti alla porta d'ingresso?» chiede allora in tono malizioso. «Prometto che non ti ruberò nulla anche se mi lasci fare qualche passo in più dentro casa tua.»
«Scusa…» faccio io allungando la mano per cercare a tastoni l'interruttore della luce. Lo trovo, lo faccio scattare, poi lei si scioglie da me, dà un'occhiata alla mia casa e lascia andare un piccolo fischio ammirato.
«Ti piace?» chiedo.
«Non posso negarlo: una specie di loft newyorkese trapiantato in zona Navigli. Con tanto di terrazza con vista sulla darsena. Interessante…» replica avanzando e guardandosi attentamente intorno. «Sei pieno di soldi, eh?»
«Non proprio, ma mi difendo» ammetto modestamente. «Tuttavia, questa casa la devo soprattutto ad un insieme di circostanze ed ad un colpo di fortuna.»
Lei si ferma, si volta verso di me e mi fissa con aria interrogativa: «Sarebbe?»
«In effetti questa casa l'ho ereditata» spiego. «Da uno zio, per la precisione.»
«Non mi pare che tu l'abbia arredata con il catalogo dell'Ikea, però» osserva sfiorando con la mano un soprammobile dall'aria costosa. «Qui c'è la mano di un bravo architetto, direi…» Di colpo si interrompe, fissa l'attenzione su uno dei quadri alle pareti ed esclama: «Toh, ma quello non è un Benelli?»
«Esatto: complimenti» confermo. «Il fatto è che il Benelli che ha dipinto quel quadro era anche lo zio che mi ha lasciato questa casa. Ce ne ho anche un altro paio di opere sue, qua in giro, se ti può interessare vederle.»
«Sei un uomo pieno di sorprese» mi fa con un mezzo sorriso. «Ma raccontami come fa uno ad arricchirsi tenendosi in casa i quadri d'autore anziché vendendoli.»
«Lo può fare avendone avuti molti altri da vendere» rispondo con studiata indifferenza. Mi godo la sua espressione sbalordita.
Prima di proseguire mi accosto al mobile bar e preparo due Calvados, poi porgendogliene uno spiego: «Cominciamo dalle circostanze. Mio zio era la pecora nera della famiglia: spiantato, trasandato peggio di un barbone, perennemente ubriaco. Il poco denaro che riusciva a racimolare lo faceva fuori tutto in tele, pennelli, colori e, soprattutto, fiumi di alcool. Inutile dire che era da sempre in rotta con la famiglia e specialmente con sua sorella: una donna tutta d'un pezzo, perbenista ad oltranza, all'antica. Dal mio punto di vista, una madre terribile. Una donna così, naturalmente, non poteva che disapprovare un fratello come quello, ubriacone e pittore fallito. A me invece era sempre piaciuto quello zio bislacco, fin da quando ero ragazzino, ed ero il solo a riuscire a scorgere in lui il grande cuore che teneva nascosto sotto quella sua scorza mezza marcia. Fui l'unico a piangerlo, credo, quando in preda ai fumi dell'alcool finì per cadere nel Naviglio e morire affogato, proprio a due passi da qui. Di certo, fui l'unico della famiglia presente al funerale: tutti gli altri partecipanti nel minuscolo corteo furono artisti allo sbando al pari di lui. I suoi unici amici.»
Mi accorgo che lei mi sta osservando con una strana espressione nei begli occhi scuri. «Va' avanti» mi fa.
«Con sorpresa di tutti» continuo, «saltò fuori che lo zio aveva fatto testamento e mi aveva lasciato la sua casa… questa casa… con la motivazione che ero "la sola persona decente in tutta la famiglia". Mi ritrovai così proprietario di una topaia piena di mobili sfondati e quadri senza valore. Pensando di ripulire l'appartamento e poi venderlo, feci portare via i vecchi mobili. Per i quadri, invece, mi venne l'idea di cercare di ricavarci qualcosa mettendo su una personale in una galleria d'arte: fu quello il colpo di fortuna. Infatti andò a finire che vennero visti - ed apprezzati - dal solito critico snob, presuntuoso ed influente, il cui giudizio ne fece rapidamente lievitare il valore in maniera sbalorditiva. I quadri dello zio di colpo divennero di moda fra i rampanti di città, andarono a ruba ed io mi ritrovai con un bel po' di soldini in tasca, quasi dalla sera alla mattina. A quel punto cambiai i miei piani: con la fetta più consistente del ricavato feci risistemare la topaia, trasformandola nell'accogliente tana da single che vedi, con parte del resto mi presi un'auto adatta, per l'esattezza una Porsche - strumento indispensabile per un single che si rispetti - ed il rimanente lo investii da bravo ragazzo assennato.»
Naturalmente, nell'esposizione mi guardo bene dall'aggiungere al quadro dettagli imbarazzanti sulla mia susseguente vita libertina, come i ristorantini sfiziosi, i viaggi, i divertimenti vari e, naturalmente, l'assortimento di bionde, rosse e brune di ogni colore di pelle che da allora si sono date allegramente il cambio nel letto del mio frequentatissimo loft: un uomo assennato sa che certe cose una donna non le digerisce per principio, neppure quando il supposto vizioso non ha alcun legame particolare con lei.
«Non hai un letto, in questa casa?» mi chiede con voce soave dopo un bel po' di tempo piacevolmente trascorso ad avvinghiarci insieme sul divano.
«Certo! Bello grande, anche» replico. «Amo le mie comodità.»
«Mmmh... invitante!» commenta in tono malizioso, poi si alza e mi tende la mano. «Allora?»
Mi alzo a mia volta e la seguo, quasi trainato per mano da lei.
All'improvviso lei si ferma di colpo, incerta sulla direzione, ed io colto di sorpresa le finisco addosso: un attimo dopo ci ritroviamo avvinti in un bacio appassionato, con lei in punta di piedi e le braccia attorno al mio collo ed io che con le mani sto esplorando voracemente ogni angolo del suo corpo.
«Ebbene? Cosa aspetti?» ansima lei alla fine del bacio. «Non mi sbatti contro il muro per imperversare su di me a più non posso? Che razza di stallone sei?»
«Veramente non mi ritengo il tipo dello stallone» faccio io candidamente. «Anzi, avevo una mezza idea di lasciar condurre a te le danze: stuzzichi la mia curiosità, sai…»
Lei sorride compiaciuta: «Aha! Interessante… Vieni allora, da bravo, e fammi vedere cosa sai fare come uomo-oggetto.» Mi afferra nuovamente la mano e mi traina verso la zona notte.
«E' un po' in disordine…» faccio, imbarazzato.
Lei fa spallucce. «Per questa volta credo che ti perdonerò» replica mentre mi sospinge sul letto sfatto. «Ed ora ti prendo in parola: lascia fare a me» mi dice inginocchiandosi fra le mie gambe divaricate e cominciando a trafficare con la fibbia della mia cintura.
Al mattino dopo ci risvegliamo esausti ma soddisfatti: peccato solo che sia un normale giorno lavorativo, per cui ci rivestiamo in fretta e ci affrettiamo ad uscire senza avere nemmeno il tempo per un'ultima scopata.
Mentre la accompagno con la mia Porsche al luogo nel quale aveva lasciato la macchina - una Smart blu e argento, proprio il tipo di auto che mi sarei aspettato da una come lei - ho giusto il tempo di buttare lì: «Ci rivediamo, una volta o l'altra?»
«È fuori questione» replica lei con fermezza. «Sono già impegnata.»
Non so perché, ma la cosa non mi coglie troppo di sorpresa. «Ma allora perché ieri sera…» chiedo comunque.
«Diciamo che dovevo ripagare il mio fidanzato per una sua scorrettezza» replica, quasi ringhiando. «Con te ho passato ore molto piacevoli, te ne do atto, ma stasera stessa io e lui faremo pace, per cui ti consiglio di scordarti di me non appena sarò scesa dalla tua macchina.»
«Mi sembri un po' troppo sicura del fatto tuo» obietto mentre accosto al marciapiede per farla scendere. «Secondo me, invece, stai seriamente rischiando che lui ti molli del tutto…»
«Nah, tu non lo conosci come lo conosco io» replica convinta aprendo la porta e scendendo agilmente dalla mia bassa macchina sportiva. Tre secondi dopo sta già marciando a passi decisi verso la sua Smart, lasciandomi basito a fissare ammirato il movimento sensuale dei suoi bei fianchi tondi.
Solo quando arrivo in ufficio mi rendo conto che di lei non ho saputo neanche il nome.
La sorpresa avviene due giorni dopo, in ditta, durante una di quelle detestabili - e spesso inutili - riunioni oceaniche alle quali prendono parte anche persone provenienti da uffici mai sentiti: è uno degli inconvenienti del lavorare in una multinazionale. Io sono già al mio posto e la riunione sta per cominciare quando da buon ultimo arriva un manager mai visto prima, accompagnato da una tizia giovane carica di scartoffie.
È lei!
Al colmo della sorpresa, mi trovo davanti la donna misteriosa di due notti prima, solo che questa volta non è vestita da femmina in caccia ma indossa invece un impeccabile tailleur da giorno, semplice ed elegante: il tipico, inappuntabile abbigliamento che indossa una giovane laureata decisa a far carriera grazie alle proprie capacità.
Lei si accorge di me proprio nel momento in cui sta per posare il malloppo di fogli sul tavolo: trasalisce visibilmente, arrossisce di colpo, ma riesce a mantenere miracolosamente il contegno malgrado qualche foglio le finisca comunque per terra.
La riunione ha inizio e si vede subito che per lei si sta profilando una vera giornataccia: è agitata, distratta, a disagio, tenta coraggiosamente di resistere per quasi un'ora, ma infine si arrende e, prendendo a pretesto un malore, abbandona in fretta la sala.
Però ora sono riuscito a scoprire almeno il suo nome: Nadia.
Nel pomeriggio mi piomba in ufficio, giusto in tempo prima che me ne vada.
«Sei solo?» mi chiede nervosamente. In risposta annuisco.
«Senti, non dire a nessuno… insomma, hai capito, vero?» esordisce, incerta.
«Non ci penso nemmeno! Per chi mi hai preso?» replico, a metà fra il seccato ed il divertito.
«E' che io non sono sempre come quella sera… anzi…»
«Non ne dubitavo. A proposito: e con il tuo fidanzato come va? Avete fatto pace?»
Lei scuote la testa e con aria affranta si lascia cadere seduta sulla sedia più vicina: «No. Avevi ragione: mi ha mollata del tutto. Non mi ha perdonato la scappata dell'altra sera.»
«Quella con me?»
Lei annuisce.
«Mi dispiace» le faccio, alzandomi ed avvicinandomi a lei per accarezzarle la guancia. «Davvero.»
Lei scrolla le spalle e non dice nulla. Io torno a sedermi ed è infine lei ad alzarsi, dopo qualche minuto di imbarazzato silenzio, ed a fare il giro della scrivania per accostarsi a me: mi posa una mano sulla spalla, con una leggera spinta fa ruotare la mia poltrona girevole per avermi di fronte, poi si china a fissarmi dritto negli occhi e con voce tesa mi fa: «Dico davvero: non dire nulla in giro di questa faccenda, ti prego. Mi rovineresti la carriera proprio quando sta iniziando ad avviarsi.»
«Sta' tranquilla. Piuttosto, ora che sei libera, che ne diresti di uscire di nuovo insieme? In questo weekend, magari?»
«Te l'ho già detto: non sono il tipo di donna che cerchi tu. Quella è stata una cazzata che ho fatto una volta e che non ripeterò mai più. E comunque, non credere nemmeno che mi lascerò ricattare.»
«Senti» ribatto, punto sul vivo, «io non intendo ricattare nessuno: non ne sono proprio il tipo, e per nessun motivo mi metterei a spifferare in giro una faccenda come quella dell'altra sera. Se ti va di accettare, accetta, altrimenti pazienza. Non ho nemmeno l’obiettivo di portarti di nuovo a letto, se proprio vuoi saperlo. Certo, se tu lo volessi, mica che mi tirerei indietro, ma quello che voglio è solo uscire... che so, a cena, o al cinema, o quello che vuoi, come preferisci.»
«Perché?»
«Perché l'altra notte mi avevi colpito molto, devo ammetterlo, anche perché era evidente come non fossi nel tuo ruolo naturale. Ora mi piacerebbe scoprire che tipo sei veramente, ripartendo da zero.»
«Solo questo?»
«No. Anche perché sei bella, naturalmente.»
«Sincero, se non altro…» commenta con un filo d'ironia nella voce.
Intanto che sto parlando, mi accorgo che faccio fatica a trattenermi dal far scivolare la mia mano sotto la sua gonna, su per le cosce tornite fino a toccarle il sedere, che ricordo così terribilmente invitante.
Sembra che mi abbia letto nella mente: «Sta bene, allora… ma tieni le mani al loro posto!» acconsente dopo una frazione di secondo di esitazione.
Ci accordiamo per incontrarci subito dopo usciti dal lavoro - separatamente, è chiaro! - poi ce ne andiamo un po’ a zonzo insieme per il centro città, a guardar vetrine, prima ben distanziati l’uno dall’altra ma dopo un po’ mano nella mano come due fidanzatini adolescenti: scopro che è piacevole tenere nella mia mano la sua zampina calda e morbida.
Passiamo tutta la serata insieme, a chiacchierare fitto fitto, e così riesco ad avere ampia conferma dell'impressione di due giorni prima, che in lei vi sia assai più di ciò che avevo già potuto constatare: è laureata con lode, è colta e di gusti raffinati, di ottima educazione, spigliata nel parlare, intelligente e spiritosa. Non posso negare di esserne tremendamente colpito: l'unica cosa che non riesco a capire è come due giorni fa potesse essersi lasciata andare ad una stupidaggine così monumentale. Buon per me e peggio per il suo fidanzato, comunque.
Andando avanti nella serata comincio istintivamente a chiedermi se riuscirò a trascinarla nuovamente nella mia tana e come fare per raggiungere lo scopo pur mantenendo la parola data di comportarmi da bravo ragazzo. Alla fine è lei stessa a risolvermi il problema, comunque, cambiando di colpo discorso per chiedermi a bruciapelo se mi andrebbe di condurla in un qualsiasi posto dove sia possibile muovere qualche passo su una pista da ballo. Io ovviamente acconsento subito e la piloto in un gradevole locale che conosco, un posticino discreto, con luci soffuse e musica soft, ideale per corteggiare una ragazza dai gusti esigenti.
Con il sottofondo di un evergreen dopo l'altro lei mi ripropone con naturalezza un altro particolare risvolto della sua personalità - in verità non del tutto inatteso - usando nella danza il suo corpo con istintiva sensualità per giocare a sedurmi con maliziosa sfrontatezza: io naturalmente ci sto senza problemi ed insieme ci dilunghiamo a lungo nel provocarci a vicenda con i nostri corpi a stretto contatto.
Quando infine me la porto a casa - senza nemmeno chiederle se le va: è chiaro che non ce n'è alcun bisogno - lei è leggermente alticcia, molto affettuosa e molto vogliosa di farsi coccolare.
La guido direttamente nella zona notte e la faccio sdraiare sul letto: lei mi lascia fare, poi rimane distesa ad occhi chiusi, in tranquilla attesa, ancora vestita con il tailleur che indossava in ditta. Mi corico accanto a lei e la prendo fra le braccia, poi la bacio a lungo, senza fretta.
Alla fine del bacio, lei sospira piano. «Prendimi con dolcezza» mi chiede. «Coccolami, scaldami poco a poco, fammi sentire desiderata, fammi credere di amarmi.» Mi fa tenerezza vederla così, vogliosa di sesso e desiderosa di affetto allo stesso tempo.
Le cingo le spalle con un braccio e continuando a baciarla comincio ad accarezzarla con la mano libera. Ad occhi chiusi e cingendomi il collo con le braccia lei risponde ai miei baci, ma si limita a lasciarmi fare senza prendere alcuna iniziativa: non pare nemmeno la stessa donna aggressiva della nostra precedente serata.
Stacco la bocca dalla sua per poterla guardare in viso e per qualche istante contemplo i suoi lineamenti rilassati, con gli occhi che ricambiano dolcemente il mio sguardo e le morbide labbra socchiuse che reclamano di venir nuovamente baciate.
La accontento subito, quindi, ed intanto faccio scivolare la mano lungo la sua coscia, fin sotto la gonna: ben presto raggiungo il suo bel didietro rotondo e non mi stupisco troppo di trovarlo questa volta coperto non da un provocante tanga ma da pudiche mutandine.
Poco a poco la spoglio, delicatamente, quasi coccolandola, poi mi inginocchio fra le sue gambe leggermente divaricate e comincio a baciarle il ventre morbido e liscio. Lei non reagisce: si limita a sospirare "oh, sì..." ed a restare mollemente abbandonata sul letto, in attesa delle mie carezze sempre più approfondite.
«Prendimi, ora, amore» sospira ad un certo punto.
Ho un mezzo sospetto che stia ancora pensando al suo ex, ma faccio finta di niente: mi spoglio a mia volta, poi finalmente mi corico su di lei e comincio a possederla, lentamente, profondamente. Sento che lei sta protendendo in su il pube, come per reclamare di essere presa ancora più a fondo, mentre resta ad occhi chiusi e con le braccia mollemente allacciate attorno alle mie spalle per gustarsi fino in fondo le sensazioni che il suo intimo le sta trasmettendo.
Come la volta precedente, finiamo poi per addormentarci come due angioletti.
Ci risvegliamo la mattina dopo, sul tardi, ancora avvinghiati l'uno all'altra. «Ciao» mi fa lei con un sorriso.
«Ciao» rispondo e la bacio lievemente sulle labbra.
Subito lei reclama un bacio più intenso. Io faccio per ritrarmi - mi sento l'alito pesante, da alcolizzato cronico - ma lei pare infischiarsene del mio alito - e d'altronde nemmeno il suo scherza… - ed allora mi lascio andare e la accontento. Piuttosto a lungo, anche.
«C'è una cosa strana, però» mi fa poi, con aria pensosa. «Quante volte l'abbiamo fatto da che ci siamo conosciuti?»
«Fatto cosa?» chiedo, facendo spudoratamente il finto tonto.
«L'amore, scemo: che altro?» fa lei, con ostentato tono di sopportazione.
"Ecco, lo sapevo: due giorni fa scopavamo, adesso già facciamo l'amore. Occhio, Mario…" mi viene da pensare. Naturalmente, mi guardo bene dall'esternare un pensiero del genere.
«Boh, non saprei» faccio invece, sconcertato. «Due volte? Tre? E allora?»
«Allora ti ho accolto dentro di me tutte quelle volte ed ancora non ti sei nemmeno degnato di presentarti.» Così dicendo assume un'aria offesa; anzi, meglio, oltraggiata.
«Ah… Credevo che lo sapessi come mi chiamo.»
«Certo che lo so! Siamo nella stessa ditta e tu sei un manager abbastanza noto» ribatte lei con manifesta irritazione, «ma non ti ho mai sentito dirmi personalmente il tuo nome.»
"Quante fisime, a volte, le donne…" penso.
«Ah, giusto… Mi chiamo Mario» rispondo invece.
«Nadia.»
«Piacere di conoscerti.»
«Piacere mio.»
Mi si accoccola addosso e poi mi fa: «Stringimi per un po', ti prego.»
«Cos'è, stai diventando affettuosa?» le chiedo in tono scherzoso mentre provvedo ad eseguire.
Lei si sistema meglio contro di me e dice: «Sai? Finchè sono a letto con te, dopo aver fatto l'amore con te e con la prospettiva di rifarlo ancora fra non molto, mi piace credere di essere la tua donna e non solo l'amichetta di una notte o due. Quindi mi va di essere anche un po’ affettuosa, di tanto in tanto. Ed è per questo che mi dava fastidio che non mi avessi mai nemmeno detto il tuo nome.»
«Più che giusto» commento io, un poco ipocritamente, poi comincio a percorrerle tutto il corpo con una lunga carezza leggera.
«Se continui così pretenderò davvero molto presto di farlo di nuovo» sospira lei con l'aria di quella che non ne vede l'ora.
Passano i giorni ed io e Nadia quasi inavvertibilmente diventiamo sempre più una coppia fissa. Ben presto non c’è più neppure bisogno che ci mettiamo d’accordo: verso le sette di sera ci troviamo ogni volta nei pressi del mio ufficio e poi corriamo a casa mia - a casa sua non è il caso, visto che vive ancora con i suoi - e ci facciamo la prima scopata della notte, poi ceniamo, non poche volte ancora nudi come siamo, prendendo il cibo dallo stesso piatto se non addirittura uno dalla bocca dell’altro e ridendo come ragazzini, poi ci organizziamo per la serata. A volte restiamo a casa ad avvinghiare insieme i nostri corpi fino a restare spossati, altre volte usciamo per andare al cinema, o al teatro, o in uno dei nostri localini preferiti, poi rientriamo e prima di metterci a dormire non di rado troviamo il tempo per un’ultima razione di sesso.
Tempo dopo, ad un buon mese dalla nostra prima notte insieme, come spesso accade ci ritroviamo coricati nudi sul letto all’una di notte, esausti ma felici ed incerti se concederci un po’ di meritato sonno ristoratore o indugiare ancora un po’ ad accarezzarci a vicenda prima di dormire. Nadia è distesa a pancia in giù e con il viso mezzo affondato nel cuscino, intenta a sorridermi serena ed ad osservarmi in viso con quel suo speciale sguardo così dolce e luminoso. La mia mano le sta sfiorando tranquillamente la schiena liscia, con piacevole insistenza, dalle spalle giù giù fino alle lunghe gambe tornite.
«Non ti capita mai di provare la sensazione di avere qualcosa da dire che però in qualche modo stenta a venir fuori?» chiede lei all'improvviso, in tono pericolosamente casuale.
"Ohi… ci siamo…" penso subito, provando allo stesso momento una fitta di panico: lo so a cosa sta puntando, la piccola peste… "Che faccio, ora? Mi arrendo subito e le dico le due fatali paroline, o cerco di tenere duro?"
«Allora? Non ti capita mai?» incalza lei rialzando il busto e puntellandosi sui gomiti, per potermi fissare meglio in viso. Noto con un brivido il lampo indagatore che ha nello sguardo. Per la verità, però, la prima cosa che ho davvero notato nel suo rialzarsi sono state le sue splendide tette, che prima erano nascoste, affondate nel materasso sotto di lei, e che ora sono in bella vista dopo aver oscillato invitanti nel brusco movimento che lei ha fatto per sollevare il busto: mi viene voglia di racchiuderle nel cavo delle mani, morbide e seducenti come sono, ma so benissimo che in questo momento sarebbe un atto quasi suicida.
Mi sento come un topolino che il gatto è riuscito a sospingere in un angolo.
Cosa posso dirle? Che è la donna più interessante, più stimolante, più bella ed eccitante con la quale sia mai uscito? Che la apprezzo per la sua intelligenza, la sua personalità e la sua cultura non meno che per la sua bellezza? Che non la cambierei con nessun'altra al mondo? Certo, tutto questo potrei dirglielo subito, tranquillamente, sicuro di non stare affatto mentendo e nemmeno alterando sia pure di poco la realtà. Di certo la gratificherebbe. Tuttavia, so bene che non è questo che lei vuole sentirsi dire: lei vuole sentire solo due dannatissime paroline, quelle due, soltanto quelle due. Non dicendole, sarebbe come mettere una pietra tombale sul nostro meraviglioso rapporto; tuttavia, dicendole, sarebbe come firmare una cambiale in bianco sulla mia libertà.
Finisco per optare per la cambiale, naturalmente: non voglio assolutamente perderla e poi, in fondo, a ben pensarci nemmeno io so di preciso cosa provo per lei, quindi dire quelle due paroline in un certo senso non sarebbe nemmeno propriamente un mentire; non del tutto, almeno. Tuttavia, un filo d'angoscia lo provo lo stesso.
«Sì, a volte mi capita» ammetto finalmente, con una voce che alle mie orecchie non suona nemmeno mia. Poi mi tuffo a capofitto nell'ignoto…
Passano alcuni mesi di eccitante vita a due, poi all'improvviso mi capita di venir spedito in trasferta all'estero e mi ritrovo così a starmene via da casa per quasi un mese: io e Nadia fino a quel momento non eravamo mai stati separati tanto a lungo. Mi ritrovo quindi a passare tutto il viaggio di ritorno ad arrovellarmi con il dubbio su quanto saldamente possa aver retto il nostro rapporto a quel distacco forzato.
Convinto di dover attendere la serata prima di poter - auspicabilmente - dissipare i miei timori, trovo invece subito la risposta, appena uscito dal controllo doganale dell'aeroporto: Nadia è lì, una presenza inattesa, ha evidentemente preso ferie apposta per essere lì ad aspettarmi, fra la folla degli arrivi. È bella come sempre, anzi, mi pare esserlo forse ancora di più, ma ha una strana espressione tesa dipinta sul volto. Io evidentemente devo aver avuto un sussulto sorpreso, vedendola, perché lei subito fa una faccia ferita e dice in tono sostenuto: «Lo sapevo che facevo male a venire qui all'aeroporto a prenderti… Che stupida!»
«Ma che cavolo dici?» le chiedo io, sconcertato.
«Vedendomi hai fatto una faccia!… È evidente che ti infastisce avermi sempre d'attorno» fa lei, risentita. «Neanche il tempo di arrivare e già ti sto tra i piedi…»
Poso la valigia e le passo una mano dietro la schiena, appoggiandogliela sulle reni per tirarla a me e vincendo la sua incerta resistenza. «Ma che diavolo stai dicendo?» le chiedo. «Al massimo potrei dire di essere sorpreso perché non mi aspettavo di vederti qui, ma si tratta di una magnifica sorpresa: non mi era mai capitato prima che qualcuno venisse a prendermi al'aeroporto ed è… ecco… è gratificante! Sì, proprio così: gratificante. È bellissimo: fa quasi pensare che non potessi aspettare oltre per vedermi, anche se poi magari non è così.»
«È così, invece» fa lei con un lieve tremito al labbro inferiore, guardandomi di sotto in su con uno sguardo che dice "baciami, subito: voglio essere sicura che non stai mentendo".
Io la accontento ben volentieri, prima con un tocco leggero labbra contro labbra e poi con un accenno di bacio più appassionato, giusto nella misura che può passare per accettabile in un luogo come quello. Lei ricambia, prima piuttosto frenata, quasi diffidente, poi lasciandosi andare un po' di più.
«Mi hai pensato almeno un pochino, mentre eri laggiù?» chiede timidamente, con l'aria di temere una menzogna o, peggio ancora, una risposta data in maniera poco convincente.
«No, naturalmente» la prendo in giro guadagnandomi immediatamente un'occhiata di fuoco, «salvo che al duty-free, quando ti ho preso questo» e così dicendo le porgo un pacchettino «ed in precedenza, quando ti ho preso un'altra cosa che però ti darò dopo, a casa.»
«Che cos'è?» chiede lei con malcelata indifferenza mentre armeggia per aprire il pacchetto. «Oh!» fa poi, guardando sorpresa la minuscola boccettina di essenza di Chanel n°5. «Ma ti deve essere costata una cifra...»
«Il giusto» rispondo evasivamente.
«Cos'è l'altra cosa?» insiste subito. «Dimmelo, dài!» Al mio sorriso enigmatico mi sferra un pugno nel fianco e sibila: «Bastardo. Ma me la pagherai… e, tanto per cominciare, stasera ti manderò in bianco.»
«Non lo credo, invece: io dico che non mi manderai affatto in bianco» replico. «Prima di tutto, perché mi impegnerò molto, ma molto a fondo per farmi perdonare questa supposta bastardaggine, poi, perché credo… anzi, spero… che tu abbia tanta voglia di me quanta io ne ho di te.»
«Sei troppo sicuro di te, caro il mio maschietto!» ringhia lei voltandosi ed avviandosi a passo rigido verso il parcheggio.
Lungo tutto il viaggio verso casa Nadia si sforza di mantenere l'aria offesa ma io, per la verità anche sfruttando con un certo opportunismo tutti i trucchi che so che fanno abitualmente breccia in lei, poco a poco riesco ad ammorbidirla.
Infine, arrivati a casa mia, lei con una certa aggressività mi chiede: «Ma insomma, cos'è tutto questo mistero? Perché non puoi dirmi subito cosa mi hai preso?»
«Addio sorpresa, allora» obietto.
«Allora dammela subito, quella cosa, no?»
«Curiosità, il tuo nome è donna…» sospiro teatralmente, poi spiego: «Veramente prima di partire avevo fatto un paio di telefonate ed avevo messo su un programmino per stasera, che doveva prevedere come penultimo passo il consegnarti quella cosa.»
«Ah… E come ultimo passo?» fa Nadia, poi cambia espressione e dice soltanto: «Oh… quello…» Poi sorride maliziosamente. «E va bene: voglio fidarmi. Ma almeno posso sapere le prime fasi della serata? Sai, per vestirmi nel modo giusto…»
"Tutte le scuse son buone…" mi viene da pensare, ma rispondo invece: «Oh, beh… in realtà non è poi niente di speciale: ristorantino intimo e poi un salto al night a strusciarci un po', tanto per scaldarci prima di tornare a casa…»
«Ah… E poi?»
«Potrei tirare fuori l'altra cosa che ti ho portato.»
«Perché solo allora?»
«Perché mi piacerebbe che portassi addosso quella cosa facendo l'amore con me… ma non ti dirò di più: ho detto anche troppo!»
«Addosso? Pensavo che mi avresti voluta senza vestiti…» azzarda, ostinata.
«Appunto: senza vestiti, ma con quella cosa addosso…»
Lei non replica nulla, ma il sorriso luminoso che le sfugge mi lascia intuire che deve aver già capito più che a sufficienza.
Poi cambia direzione d'attacco: «Quindi avevi pensato anche che, dopo aver ricevuto quella cosa, non avrei potuto non farmi scopare da te, giusto?»
«No» replico io tranquillo… almeno esteriormente. «Io avevo pensato che avresti voluto farlo per lo stesso motivo per cui io non vedevo l'ora di tornare da te: per amore.» Pensandoci, strano come quella fatale parolina mi sia uscita questa volta con tanta naturalezza. «Comunque quella cosa l'avrai in ogni caso, quand'anche proprio adesso mi dicessi che eri venuta all'aeroporto solo per darmi il benservito.»
Nadia mi guarda con espressione intenta, come se le mie parole l'avessero colpita, poi si accosta a me, mi passa le braccia attorno al collo e mi bacia con passione d'amante ed allo stesso tempo con dolcezza da ragazza innamorata: un bacio bello, meravigliosamente appagante.
«Non ti avrei mollato nemmeno se non mi avessi portato niente dalla trasferta» mormora poi, «ma ci sarei rimasta molto male.»
Parte seconda
Molto tempo è ormai passato, buoni sei anni da quando incontrai Nadia in quel bar, e da allora molte cose sono cambiate.
L'appartamento a Porta Ticinese non c'è più: se l'è preso un uomo d'affari giapponese.
Anche la Porsche non c'è più: l'ha acquistata un collezionista tedesco.
Ora ho una fede al dito, una casa con giardino in Brianza e nel garage troneggia un'orrenda, monumentale monovolume. La guida quasi sempre Nadia. La sua ormai vecchiotta Smart, invece, ora la adopero io per fare il tragitto da casa alla stazione del treno per Milano: è più pratico che azzardarsi ad entrare in città con l'auto.
Nadia ha lasciato da tempo il lavoro: una decisione presa autonomamente, malgrado la mia opinione contraria, prima ancora di restare incinta. Ora infatti fa a tempo pieno la mamma dei nostri primi due figli ed allo stesso tempo con espressione di placido appagamento sta portando in giro nel suo enorme pancione il nostro terzogenito. Già sta facendo piani per la quarta gravidanza. «Poi basta, però» aggiunge sempre. Guardandola, mi sento regolarmente combattuto fra sensazioni contrastanti: a volte mi pare esser divenuta stolida come una mucca, del tutto irriconoscibile rispetto alla brillante, colta, volitiva, stimolante donna in carriera d'un tempo, ma allo stesso tempo mi affascina la consapevolezza che nel suo ventre stia prendendo forma la vita di uno dei miei figli. Mi irrita ed insieme sento di adorarla senza riserve.
Naturalmente, ormai non si esce più di sera, né al ristorante, né tantomeno al night, ed il sesso è diventato già da tempo un evento quasi degno di venir segnato sul calendario. La sera guardiamo regolarmente la televisione. Ad eccezione di quando c’è da mettere in cantiere un nuovo bambino, beninteso.
Nel frattempo io sono diventato vice direttore generale, ma per qualche motivo questo mi lascia tutto sommato abbastanza freddo: sarà forse l'essere parallelamente divenuto anche un pendolare come tanti – il più danaroso pendolare di tutte le Ferrovie Nord, d’accordo, ma pur sempre un pendolare come tanti – a togliere fascino ai risultati che sono stato in grado di conseguire, ma sta di fatto che non trovo quasi più in me quella specie di sacro fuoco che mi spingeva avanti in passato.
La cosa che più mi sconcerta è il pensare a come questi cambiamenti così radicali fossero venuti avanti poco a poco, in maniera quasi inavvertibile, direi perfino in qualche modo subdola: prima il concetto di matrimonio aveva iniziato a fare la sua comparsa sempre più frequentemente nei discorsi di Nadia fino a passare da una sorta di vaga, incombente minaccia ad un fatto scontato, poi la stessa cosa era accaduta subito dopo con l'idea di mettere al mondo una prole. Il cambio di macchina, di casa, di ritmi di vita ne erano poi scaturiti con naturalezza, come ovvie conseguenze. Tutto logico, tutto implicito; talmente implicito da non richiedere nemmeno un'approvazione, o almeno un'esplicita accettazione da parte mia. Dati di fatto della vita, nulla più, da accogliere così come vengono.
Non è che ora non ami più Nadia, comunque - sì, fra me e me posso anche riconoscerlo: amo Nadia da sempre, con tutto me stesso, forse addirittura già da quella strana serata del nostro primo incontro - ma si tratta di un tipo di legame che si è trasformato, si è evoluto, è passato dai fuochi d'artificio dei primi due o tre anni ad un qualcosa di profondo, solido come le mura di una fortezza. Un qualcosa di profondo e solido, appunto, tanto da parere quasi pietrificato.
Nadia è tutta la mia vita, adoro i miei bambini - quelli che già ci sono e quelli che verranno - e tutto sommato mi piace anche la nostra casa in collina: ormai non rinuncerei più a questa vita per tutto l'oro del mondo. Tuttavia, a volte dentro mi sento spento: privo di stimoli, di interessi, mi sento come un battello costantemente ormeggiato in un porto sicuro. Al sicuro, sì, e quindi in una calma piatta, monotona, insignificante. Il divenire di un tempo è andato poco a poco, inavvertitamente, arenandosi in una completa staticità.
Forse in fondo si tratta solo dell'eterno fluire fra yin e yang, fra il principio femminile ed il principio maschile, fra la staticità - o, se si preferisce, la stabilità - ed il divenire. Eravamo yang, vivaci, dinamici, pieni di interessi e con un domani da costruire, poi Nadia è cambiata, si è evoluta, trascinandomi con sé in quel processo, e siamo divenuti yin: il domani l'abbiamo costruito, ci siamo consolidati in esso appunto come in una fortezza ed abbiamo iniziato a costruire un nuovo divenire attraverso i nostri figli. Lo yang che si rinnova, ma questa volta al di fuori di noi.
È nella natura delle cose.
Però io, a quarantaquattro anni, a volte mi sento come se fossi già morto.
Mario Salvi, manager testo di Grog