- Nella favela Fiorito, al fango ci si abituava. Ed ai cani.
Di notte, se ne sentiva sempre qualcuno latrare o azzuffarsi. Ma ci si abituava.
Diego stringeva un po' più forte il pallone e le sorelle lo tranquillizzavano, carezzandogli amorevolmente la testa scarmigliata. Si stava caldi, stretti nel letto unico.
Per quanto il padre stremasse le sue ossa, lavorando tutto il giorno, cinque figli erano impegnativi da tirar su, anche se mai se ne lamentava, confidando nei disegni divini. Cibo e scarpe buone: questo solo era necessario. E amore.
Ma la gioia che provava alla vista del figlio maschio era una luce più intensa negli occhi: Diego avrebbe portato avanti il cognome. E gli aveva concesso il pallone.
Finché avesse giocato e appreso i principi morali della famiglia, si sarebbe tenuto lontano dai guai perché, a nascere poveri, il rischio più grande era quello di venir meno alla rettitudine, inventandosi delinquenti per sopperire alla fame.
Per quanto gli era possibile, don Diego sostentava e accudiva, insegnando umiltà, tenacia e misericordia.
"Non perdere il pallone, Dieguito!", con l'indice impositore.
In primis perché non se ne sarebbe potuto permettere un altro, ma anche per donare un sogno al figlio: proteggere qualcosa che fosse solo suo, gli avrebbe insegnato a farsi uomo.
Di giorno, il piccolo Diego se lo teneva incollato al piede quel pallone, o lo faceva sobbalzare sulla testa, come un'appendice, badando di non farlo cadere il più a lungo possibile; di notte, se lo teneva stretto, sognando stadi pieni ad acclamare il suo nome.
Se vuoi fuggire dalla miseria, prima di tutto sogna.
Se il sogno sarà abbastanza forte, si farà strada sgomitando la realtà.
Da adolescente, si fa presto a sollevare il mento in posa da imperatore, se palesi talento.
E Diego ne aveva: in campo, quel piccoletto non vedeva altro che il percorso da seguire per conquistare la rete col suo pallone.
Voleva una casa vera per fuggire dalla polvere e dal fango. Volere era lo stimolo.
La determinazione era buona. La buona lena era un dono. Ringraziando Dio, era riuscito a dare una casa alla sua famiglia, el pibe de oro.
Ma non tutto l'oro luccica e Diego non era un santo. Vamos nos!
L'essere acclamato gli piaceva: Maradona era sulla bocca di tutti!
La gente lo idolatrava e le donne (ah, le donne!) bramavano stargli accanto.
Il nome di famiglia echeggiava da un continente all'altro e Maradona non era più solo un cognome. Era il fenomeno, era il dio della rivalsa, il ribelle che era venuto dalla miseria, il Masaniello argentino che portava la bandiera del Sud del mondo. E lui, spavaldo e fumantino, non si tirava mai indietro: un goal era molto di più, in quegli anni.
Diego dribblava il razzismo, fintava il potere, palleggiava i sarcasmi e segnava sogni.
Quell'orgoglio nutrito nel cuore si era fatto superbia e non era un peccato.
Chi sa quanto vale e conosce ogni passo che gli ha tributato il numero dieci, non pecca ostentando la schiena dritta. Essere apprezzati era diabolicamente divino. Facevano a gara per omaggiarlo e concupirlo, lo scugnizzo brillante e, fosse per eccesso di ingenuità dovuto all'età o per fame di gloria, Diego stava facendo la guerra a Maradona.
Il mito era pesante, come diceva quel detto che, più in alto sali, più sarà dolorosa la caduta e, per non cadere, per non deludere le aspettative, l'asso aveva bisogno di carburante extra. Se poi era anche in regalo, tanto meglio.
Il suo fascino era innegabilmente dettato dal successo popolare e dall'innato talento e, fintanto che avesse avuto un corpo caldo nel letto a tentarlo, a Maradona non dispiaceva la bella vita. Regali di malavita e osanna nei vicoli...
Oh mamma, mamma, mamma...
E Diego? Lui veniva fuori nei momenti domestici, nel focolare affettuoso della famiglia, quando ricordava il bambino che era stato e rimpiangeva un po' quell'innocente fiducia nei sogni. -
"Cosa non ti convince?", col testo in bella mostra sul monitor del computer.
Era al telefono con l'autrice del pezzo da mandare in stampa.
Bianca non era entusiasta del compito di commemorare Maradona, e non per la mancanza di passione sportiva quanto per la figura di quell'uomo.
"Forse preferisco Pelé", sorridendo.
"Non hai vissuto quegli anni: per noi meridionali era un leader, oltre che il fenomeno del pallone", tradendo nostalgia.
"L'hai detto: un leader. Ho provato a scindere la figura dell'uomo privato dal personaggio pubblico. Un leader dovrebbe avere una morale, portare avanti sani principi, insegnare la via, e Maradona non era un santo...", era esplosa.
"Bla bla bla... non ti sento! Posso dare l'incarico a qualcuno che c'era all'epoca dello scudetto, che avrà sicuramente un punto di vista da sportivo e populista. Tu puoi occuparti di santi", piccato.
"Perché non vuoi ammettere che l'uomo Maradona avesse profondi turbamenti? Le sue origini sono importanti per capire, se proprio devo rendere omaggio al mito...".
"Un mito non s'intacca. Quello che ha fatto della sua vita lo rende simili a tanti altri, ma Maradona non si tocca": fine del discorso.
Bianca aveva posato malamente il cellulare sulla scrivania, ringraziando lo smart working che aveva evitato una concitata discussione col capo.
Il calcio non era appannaggio maschile e non si poteva tacciare una donna di superficiale libido per la categoria sportiva.
Sì, uno dei migliori, senza ombra di dubbio, quando il calcio era davvero uno sport agonistico, senza i fronzoli della divisa alla moda, del nome stampato sulle maglie, del var sul campo...
Era il calcio verace, di giocatori con la fame di vittoria dei campetti di periferia, per cui un fallo era pura foga dell'azione e una svista dell'arbitro faceva valere persino un goal di mano...
Era il calcio delle schedine che faceva sognare il tredici milionario.
Era il calcio in cui i colori facevano sentire di essere parte di qualcosa di umanamente solidale, era lo specchio della società.
Di questo avrebbe voluto scrivere Bianca.
Poi aveva riflettuto sull'ambiente di estrema povertà in cui era nato e cresciuto Diego e un po' lo aveva capito cosa passasse per la testa di quell'uomo, lontano dai riflettori.
Se l'era guadagnata la fama, ma a quale prezzo?
La superbia sincera non è un male. Godersi i sorrisi e le risate della vita è invidiabile. Ammirare un campione è naturale.
Per Bianca, Maradona sarebbe rimasto un urticante dilemma, chiudendo il laptop con un sospiro.
Oh mamma, mamma, mamma!
Oh mamma, mamma, mamma... testo di Deaexmachina