Una giornata al mare

scritto da Gieffe
Scritto 2 anni fa • Pubblicato 6 mesi fa • Revisionato 6 mesi fa
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Autore del testo Gieffe

Testo: Una giornata al mare
di Gieffe

Passeggio sul sinuoso e infuocato lungomare nonostante il sole al suo picco più alto si stia svuotando copiosamente del suo carico di fuoco. Ci saranno almeno trentasei gradi (all'ombra) ma, per fortuna, la brezza che il mare soffonde permette di sopportarne i prevedibili disagi e rende tutto sommato piacevole il procedere. Almeno per me che, solo con l'avvizzire, ho finalmente capito di avere sempre preferito l'estate. Unico squarcio di certezza nelle nebbie che l'avanzare dell'età hanno reso opalescenti al punto da sfumare ogni cosa , anche quelle che in gioventù mi sembravano punti fermi e netti, e a smarrirmi nei dubbi. Persino su chi io sia (o sia stato) veramente.

Un vociare indistinto e grida di bambini frammezzati alle note di una popolare musichetta mi spingono a sporgere la testa oltre il muretto. Una settantina di persone sparse tra una spiaggetta e una bassa scogliera tentano di trovare un qualche refrigerio. Appaiono rilassati e sorridenti, alcuni già cotti dal sole altri invece vogliosi di esserlo quanto prima, di cancellare presto il loro biancone invernale. L'immagine che danno è quella di un'oasi di pace, un momento anelato di relax fra un gruppo di persone in armonia, protesi alla condivisione dei doni della natura, propensi al bene e alla fratellanza. Baciati dalla misericordia. Sarà, può essere. Io penso invece che sotto quegli occhi chiusi al sole abbronzante o tra le fauci che ingurgitano fette di cocomero, tra i ludici sguazzi acquatici, si agitano pensieri ben diversi, convinzioni e comportamenti tutt'altro che caritatevoli. Anime prave che bramano denaro, che si arrovellano per agguantarne sempre più, diversificando le modalità con cui poter raggiungere lo scopo. In altre parole mi trovo nel bel mezzo di una piccola fugace tregua prima che riprenda, rinvigorito e inciprignito, il perverso gioco del fottersi a vicenda attraverso i ruoli che ciascuno occupa nella società. Ciascuno convinto di essere più furbo dell'altro, ciascuno convinto di non poter essere mai vittima, ciascuno pronto a enfatizzare e stigmatizzare la cupidigia dell'altro. Ciascuno pronto ad aumentare la posta strafottendosene di fare del male, a cose e persone, e ambiente. Ciascuno convinto che, andando così il mondo, ciò che fa non è peccato.

Un palloncino, d'improvviso, scappa dalla mano di una bambina e, veloce veloce, sale su sempre più su, verso il cielo fino a sparire dietro una sparuta nuvoletta di passaggio. Dove andrà a finire rimarrà un mistero. Laggiù, invece, tra gli sciabordii e le creme solari, tra gli zoccoli e gli occhiali scuri griffati, permane incrollabile la certezza che non ci sarà mai una fine, non ci sarà mai rimpiazzo. Che il gioco durerà in eterno.

Lasciata quella brava gente ai suoi schiamazzi e nel suo tempo sospeso ritorno sui miei passi scoglionato all'inverosimile. Le ragioni e i motivi che, molti anni addietro, sembravano sufficienti a sfidare le menzogne e le ingiustizie della realtà, oggi mi appaiono puerili velleità. Mere stupidaggini per trovare a tutti i costi un senso a qualcosa che un senso non ce l'ha.

Il gelataio, dopo avermi scrutato coi suoi occhietti furbi , decide che il prezzo del sorbetto sarà quello maggiorato per i turisti. In buona sostanza il triplo che per gli indigeni, pur già esagerato. E, mentre me lo porge gongolante per avermi turlupinato alla grande, esibisce il suo ghigno beffardo. La sua gioia, però, durerà poco. Poiché volente o nolente quel che ha trafugato spacciando merce di dubbia fattura (il sorbetto sa di plastica), presto o tardi, lo renderà con gli interessi all'idraulico che gli piazzerà a caro prezzo flessibili cinesi difettosi o all'ortolano che gli venderà pomodori e limoni contaminati come se fossero zaffiri. Non ho, però, il minimo dubbio che il brav'uomo, l'onesto artigiano, saprà comunque come rifarsi a tempo debito. La platea degli sfigati creduloni, dei consumatori ottusi e senza potere contrattuale è, in fondo, ancora enorme. Come quella, del resto, di coloro che dovendo sopravvivere con quattro soldi sono alla mercé di tutti, fottuti da tutti.

E' tempo di uscire di scena, la giornata è stata lunga e spossante. Con lo sguardo rivolto al cielo cerco disperatamente il rifugio dove quel palloncino s'è andato a rintanare. Non ha più alcun senso rimanere per strada.

Una giornata al mare testo di Gieffe
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