L’amore che resta Capitolo 4

scritto da LuciaM
Scritto Ieri • Pubblicato 15 ore fa • Revisionato 15 ore fa
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Questo è il mio racconto… imperfetto ma vero fino al midollo
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Testo: L’amore che resta Capitolo 4
di LuciaM

Capitolo 4

Imparare ad amare per non morire

All’inizio ho fatto tutto quello che sapevo fare.
Tutto quello che avevo sempre fatto quando avevo paura.

Ho parlato.
Ho spiegato.
Ho insistito.

Mi muovevo continuamente, come se stare ferma fosse pericoloso.
Come se fermarmi significasse accettare qualcosa che non potevo reggere.

Non sapevo stare zitta.
Non sapevo aspettare.
Non sapevo lasciare andare.

Dentro di me c’era una sola urgenza: non perderlo.
E per non perderlo facevo rumore.
Parole, tentativi, richieste, chiarimenti.

Credevo che l’amore fosse questo:
esserci sempre, dire tutto, non mollare mai.

Non mi rendevo conto che, mentre cercavo di tenerlo, lo stavo stringendo troppo.

Dentro di me non c’era lucidità.
C’era un dolore enorme che cercava una via d’uscita.
E usciva così: sbagliando direzione.

Ogni mio gesto nasceva da un posto disperato.
La paura di non contare più.
La paura di essere tagliata fuori.
La paura di non essere più sua madre nel modo in cui lo ero stata.

Non vedevo che lui, sotto quel peso, stava cedendo.

Più cercavo di spiegarmi, più sentivo che qualcosa si incrinava.
Ma non sapevo fermarmi.
Perché fermarmi, per me, voleva dire cadere.

E io stavo già cadendo.

Quando l’ostilità è diventata evidente, non ho avuto una rivelazione.
Ho avuto paura.
Una paura netta, fisica, che mi ha attraversato il corpo.

Fu allora che una dottoressa mi disse una frase che non ho mai dimenticato.

«Se vuoi avere ancora un giorno tuo figlio, adesso fai finta di non averlo mai messo al mondo.»

Non era una frase gentile.
Non era una carezza.

Era un limite.

E io quel limite l’ho preso perché non avevo alternative.
Non perché lo capissi.
Non perché fossi pronta.

Mi sono fermata per istinto di sopravvivenza.

Ho smesso di cercarlo.
Ho smesso di inseguirlo.
Ho smesso di spiegare.

E allora è arrivato il silenzio.

Un silenzio che non aveva niente di pacifico.
Era un rumore continuo dentro la testa.
Un vuoto che faceva male.

Mi svegliavo con l’urgenza di fare qualcosa.
Qualunque cosa.
Avevo bisogno di smettere di sbattere la testa contro il muro.
Di trovare qualcosa su cui sbatterla che non fossi io.

Non stavo imparando ad aspettare.
Stavo cercando di restare in piedi.

Stavo cercando di non morire addosso a mio figlio.

Il silenzio non mi rendeva migliore.
Mi teneva solo viva abbastanza da non distruggere anche quel poco che restava.

Poi, piano piano, è stato lui a farsi sentire.
Un messaggio.
Una telefonata.
Una presenza breve.

Quando è successo, io non ero guarita.
Non ero più forte.

Ero solo ancora viva.
E abbastanza lucida da non rovinare anche quello.

Gli incontri sono diventati rari.
Pochi.
Fragili.

Due o tre volte l’anno.
Come se il nostro legame fosse diventato qualcosa da maneggiare con cautela.

Non era la maternità che avevo immaginato.
Non era quella che avevo sognato.

Ma era ancora un filo.

E io ho imparato a stare lì sopra.
Senza tirare.
Senza correre.

Con il bisogno disperato di più.
E la consapevolezza che, se avessi corso ancora, sarei crollata io.

È finita così.

E non è un posto che assomiglia alla pace.
È il posto in cui ho capito che, per continuare ad amare,
dovevo prima sopravvivere.

L’amore che resta Capitolo 4 testo di LuciaM
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