I.
Gli scrosci d'acqua
mi sciolgono il dolore sulla schiena:
il bagliore accecante del fiume
il rumore roboante dell'acqua
ancora lontano fino alla sorgente
fino al niente. Il sole sulla tempia destra
e il ghiaccio che preme sulla finestra
scolpito per incorniciare le pietre,
levigato da una mano invisibile
che rende visibile la bellezza
siamo impegnati da molto
a non vedere. Con gli occhi sulla tv
o sullo schermo del pc ci siamo scordati
dell’infinito o lo abbiamo gettato
nel telefono e adesso che sento che mi manchi
dal tuo ultimo accesso definisco
il decesso della mia capacità di amare.
E mi dispiace se adesso non trovo
interezza in un gesto, ma vedi
le montagne sono svestite di neve
e il senso di colpa non può, non deve
essere lieve, è ambasciatore
della ragione che non mi fa godere
del paesaggio montano, perchè è insano,
ci percepisco il male, mi duole la mano
se accarezzo la corteccia e sono infelice.
Eppure si dice il tempo cancella tutto:
per esempio a me ha cancellato la neve
dalle pendici e adesso
non so se è inverno.
II.
Ho ascoltato l’amore volubile
affossare di urla i suoni
della mia infanzia mentre imparavo
come crescermi nella stanza a fianco (a)
e ti chiedevo di venire a prendermi
poi aspettavo nel cortile
con i piedini che battevano a tempo
il rumore del vento
e delle auto che passavano veloci.
Faceva tanto freddo.
Ma forse il tuo cuore era troppo piccolo
per contenere quel frutto fecondo
che adesso giace al suolo distrutto, sepolto
dalle lacrime che non hai versato,
ma che io ho raccolto
con la diligenza che non chiedevi,
ma che io avevo
perché un amore lontano mi faceva
sussultare la notte per cercarti nel letto
dove non c’eri, dove c’era un altro
che poi è diventato qualunque altro
sotto i tuoi occhi ignavi, schiavi dell'ombra
in cui hai gettato la tua vita e la mia.
Ma salvarsi non è un’opzione quando
nelle pause caffè ti mozza il fiato
il ricordo di una schiena che se ne va
per non tornare. Per non tornare più.
III.
Ho un tarlo che mi ottunde il coraggio mi esplode
la notte nel petto, mi calma il tic toc
della pioggia sul tetto, ma torna,
picchiotta le tempie, tuona e frantuma
il silenzio, mi getta nel buio
più buio del sonno, violento non tace
e sussurra all'orecchio,
tampona il tempo, trema alla lampada
che gracchia luce fioca, ma è poca.
Io versifico e diversifico
le mie colpe dalle tue colpe,
ma un colpo mi buca la gola e mi avverte
che c'è solo il vuoto fra le coperte
anche se la luce sottile filtra
dalle finestre socchiuse la ignoro
anche se è l'ora di alzarsi la ignoro
perchè voglio gozzovigliare il dolore
che sanguina ultrasonoro dalle foto
d'infanzia attaccate nella stanza.
Lo sai che non era la soluzione
era una situazione in cui dovevi
stringermi ancora più forte la mano
invece l'hai ritratta trattenendoti
forse perchè sono matta o inadatta
a tutte quelle cose di cui non mi importa.
Intanto respiro male sul cuscino,
con il ritmo che detta il sospetto
di aver perso qualcosa mi alzo di scatto,
premo la testa sulla testata del letto
prima di trovarmi imbrattata dalla nebbia
di un gelido gennaio, incoronata
dai portici della turrita Bologna,
costretta in cappotto brutto, rotto
che sfiderà anche oggi il freddo proprio oggi
che volevo lasciarti andare proprio oggi
fa troppo freddo per lasciarti andare.
Tempi bui. Tre atti testo di Giuliet93