L'eredità
La prima maestra del mio paese fu la zia di mia nonna, si chiamava Maria, e fece il suo corso di studi a Nuoro nei primi anni del novecento, anni in cui le campagne brulicavano di briganti.
Allora non c’era la strada che dal nostro paese portasse direttamente alla città, ma si doveva fare un enorme giro passando per Orosei per poi dirigersi verso l’interno. E non c’erano neanche automobili, cosicché Maria raggiungeva Nuoro a cavallo, accompagnata da uomini di fiducia, solitamente parenti.
Accadde anche a Maria e ad i suoi accompagnatori di essere bloccati, ma questi dissero prontamente che cercavano di raggiungere l’ospedale sperando di arrivare in tempo per salvare la vita alla povera ragazza, vittima di una grave infezione.
Miracolosamente non furono perquisiti e poterono proseguire il loro viaggio, mentre Maria toccava i soldi dentro la tasca che la madre le aveva cucito all’interno della sottoveste.
Maria si diplomò ed iniziò il suo percorso di maestra nel nostro paese, dedicandosi all’insegnamento con fermo zelo, tanto che nelle ore libere accoglieva in casa fanciulli costretti dalla miseria a disertare la scuola per andare a lavorare nei campi e guadagnarsi un tozzo di pane, e gli adulti che non sapevano ne leggere e ne scrivere e neanche apporre la propria firma.
Ci teneva che ognuno, attraverso la lettura e la vita, fosse capace di poter costruire un pensiero indipendente.
Fece in modo che le nipoti nubili prendessero la patente così da non dipendere da altri per i propri spostamenti.
Nonostante ebbe diversi corteggiatori, tra cui un uomo politico di spicco nella realtà sarda, preferì sposare la sua missione, rifiutando ogni proposta e restando nubile.
Sono custode di alcune lettere d’amore che riceveva e che sono la testimonianza della delicatezza dei sentimenti e delle sue dichiarazioni, intrise di tanto, vero rispetto.
Negli anni cinquanta le fu conferita una medaglia d’oro da parte dell’amministrazione comunale, proprio per l’impegno profuso nel suo lavoro, ma lei rifiutò categoricamente con la con la concisa motivazione: “Ho semplicemente fatto il mio dovere."
Io la ricordo a casa dei miei nonni materni, nelle calde estati, seduta sempre sulla stessa sedia vicina all’uscio spalancato della casa colonica a sfogliare L’Unione Sarda, il quotidiano che mio zio le portava tutte le mattine.
Si informava sulla cronaca locale e sulla politica ma sbirciava per prima la pagina dello sport, considerato che era un’accanita tifosa del Cagliari, ed aveva eletto come suo vero idolo quel ragazzo continentale, che le sembrava così vero e semplice, quel bravissimo calciatore che era Gigi Riva.
Mio zio si divertiva a prenderla in giro per la sua fede politica e capitava spesso che le porgesse il quotidiano dicendole “Zia Marì, tiè leggi, è morto Gigi Riva!”
Non posso scordare con che impeto lo apostrofava, con una voce che rimbombava come un tuono per tutta la casa e per il giardino “Tu sei matto! Và all’inferno!”
Quando il suo idolo, dopo uno dei tanti infortuni, fu ricoverato a Cagliari lei implorò una delle nipoti, zia Rosaria, perché l’accompagnasse all’ospedale con la Fiat Seicento per visitarlo e per dimostrare tutta la stima che nutriva nei suoi confronti. Era disposta a sborsare un bel po’ di soldi ma né zia Rosaria, né altri vollero esaudire il suo desiderio.
Venne a mancare nel 1974, a quasi novantaquattro anni, e le nipoti, con le quali aveva vissuto, tennero tutti suoi libri mentre donarono i suoi abiti.
Stranamente non trovarono soldi, cosa che invece si sarebbero aspettati di trovare, dopo una vita di lavoro in cui non aveva scialacquato i suoi risparmi, ma seppero poi che, in silenzio e con discrezione aveva aiutato tanti poveri del paese.
Dopo qualche tempo dalla sua morte zia Rosaria scovò una valigia in soffitta, una valigia ben chiusa e abbastanza piena. Capì immediatamente che poteva contenere un piccolo tesoro e, di indole onesta, decise di radunare i parenti per l’apertura, non azzardandosi neanche a sbirciarci dentro.
Così un pomeriggio, riuniti i fratelli e le sorelle, portò dalla soffitta la preziosa valigia e la appoggiò, quasi tremante, sul tavolo della cucina e con grande trepidazione, forse anche con qualche intimo progetto, si procedette all’apertura dello scrigno.
Quasi in religioso silenzio tutti i presenti si strinsero a corona attorno alla valigia, in modo che nessuno potesse perdere neanche la minima visione del suo contenuto e che nessuno, in seguito, potesse esprimere il minimo dubbio sull’atteggiamento degli altri.
La meraviglia fu tanta, tanta quanta era la roba che riempiva la valigia, tutte le mani vennero tuffate all’interno a toccare quella roba, divisa in strati, rovistando alla ricerca dell’eventuale, vero, tesoro: infatti non si trattava di banconote, la valigia era sì piena, ma era stracolma di ritagli di giornale che zia Maria, la donna forte ed appassionata, aveva accumulato in quegli anni e che ritraevano il suo beniamino, colui che l’aveva tanto fatta sognare e che nessuno le aveva concesso di conoscere, il grande ed invincibile Gigi Riva!
E’ proprio vero, non si finisce mai di imparare, ma è anche vero che ci sono persone che non finiscono mai di dare lezioni.
L'eredità testo di Millina