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Mi sento brulicare uno stormo di morte nel petto
che al giungere della stagione di quiete dentro me,
migra e si innalza nel cielo del fastidio verso l'idea che sei assente
e gracchiando, stride contro ogni altro pensiero.
Scuro di tempesta borbotta nella mente,
lampi e bagliori scoppiano e occupano la vista
con saette di immagini e pensieri ad entrambi noti.
Piovono imperterriti, scrosciano sul terreno della ragione
inondandola,
sospendendo ogni rocciosa sicurezza,
crepando e soffocando l'asciutta saldezza su cui prima mi poggiavo;
Ora sono naufrago e l'oblio mi trascina.
Io impotente,
soltanto la Dea Speranza posso invocare pur di approdare
su di un piano solido che ancora mi possa reggere senza negarti
e senza annegarti nelle strette morse dei turbinii
che verso il profondo buio della dimenticanza e rimozione ti bramano,
ululando il tuo nome
famelici di un tributo che possa sfamare il pigio tormento
per lasciare spazio ad un sole di sollievo.
Vacuo il tentativo, assente la risposta, tutto tace.
Il silenzio diventa il grido del mio interno tumulto e sulle spoglie del mio viso,
le intemperie sotto pelle trapelano sulla superficie della scorza:
la tristezza addobba lo sguardo diventando sempre più pesante ad ogni battito di palpebra.
Lo scrosciare ambisce a divenire pianto
Il silenzio strozza la gola e abortisce il figlio, la parola,
perché il padre, il pensiero, è ora sprofondato.
Ho lasciato così il maestoso senso, mia bussola,
e sono entrato nella galleria di quel sentimento folle e labirintico,
che finché non calpesta i propri nervi
soltanto una fiaba può parere, null'altro.
Ora mi tiene vittima
Ora mi ricatta di far ciò che vuole
Ora mi ossessiona
Ora non passa più
Non ho nulla, ormai, verso cui indirizzarlo, l'hai accolto,
condiviso e poi l'hai messo da parte con un brusco scatto, fuggendo.
Una pallottola pazza rimbalza dentro senza bersaglio, ripercuotendosi
su me stesso, come se fossi il colpevole da punire.
Non mi rimane che aggrapparmi alle lancette del tempo (?).
Raccogliere i cocci di un sentimento che si è frantumato
in pezzi di frustrazione, che ancora scalpitano e fuggono
all'impasse dell'inevitabilità di essere gettati.
Ma già so, che ogni sopito sentimento
all'arrivare della solitudine, furoviando dagli impegni,
risuonerà come un campanello
e sveglierà i dormienti rifiuti
che ora scintillano, al solo riferimento a lei.
Nella straziante attesa
sussurro alla notte, come se ne facessi parte,
di rimembrare come tutto è nato, partorito non singolarmente,
e di come tutto è morto, per mano di un solo,
che all'omicidio è scappato senza curarsi del misfatto, traendo solo l'utile
per nascondersi dietro le spalle di qualcun altro con cui spartire la refurtiva,
ritagliandosi dalla verità
e camuffandosi nell'assurdità, credendo alla propria versione
così tanto da sfidare la realtà