Indagine sulla morte della Senza Pari
Francesco de’ Pazzi entrò nel salone dell’appartamento del Magnifico con una certa apprensione. C’era da temere quell'udienza informale e delicata con il Signore di Firenze, del quale una profonda inimicizia, legata da interessi economici, lo divideva?
Francesco salutò il de’ Medici con un inchino piuttosto sgraziato mentre Lorenzo, rabbuiato, lo fissava.
- Signoria illustrissima, mi avete cercato: eccomi! –
- Messer de’ Pazzi, ben arrivato, sono contento della vostra sollecitudine che ben s’addice a un gentiluomo com’ ella è. Sarebbe buona cosa uniformarsi alla nuova moda che sto introducendo dalla Spagna nella nostra amata Repubblica di Firenze: l’uso di “ Ella” al posto di “Voi”.
Francesco riuscì a non far trapelare cosa ne pensasse della nuova stramberia del proprio signore e in segno di rispetto alle nuove disposizioni, si profuse in un nuovo inchino dicendo: - E’ risaputo che Firenze è repubblicana e che la Repubblica siete voi, Gonfaloniere di Giustizia, Magnifico Lorenzo. Come ella comanda -.
- Messer de’ Pazzi ho da conferirvi un incarico delicato … che indaghiate con colloqui riservati ma esaustivi sulla recente morte di Simonetta Vespucci, la Senza Pari –
Passato il breve compiacimento nell ’accorgersi che anche per il Magnifico, usare Ella, anziché Voi, non risultava facile e spontaneo, Francesco trasalì riflettendo sul grave compito affidatogli da Lorenzo de’ Medici.
Simonetta Vespucci era morta da un mese, ma la forte emozione per il suo grandioso e lacrimato funerale non era ancora cessata. Come dimenticare quel feretro scoperto, onore riservato a pochi eccelsi a Firenze, dove lei giaceva pallida e immobile, d’una bellezza ancor più soave e leggiadra di quando fosse in vita, portato in solenne corteo, quasi fosse la processione dedicata a una veneratissima santa. Chi non era trasalito vederla così composta e serena in quel crudele sonno che l’aveva strappata ai suoi ammiratori, l’intera corte repubblicana fiorentina?
- Perdoni la domanda mio Signore, perché mi comandate un’indagine sulla tristissima morte di donna Simonetta? La causa è risaputa. Si ammalò di tisi e di questo male morì -.
- La dipartita di colei che sola per molti parve donna, ha lasciato uno strazio inconsolabile in chi l’ha conosciuta. Questo cupo e profondo dolore chiede sua ragion d’essere nelle cause primarie o seconde che recisero immaturamente il più bel fiore di Firenze. Guai – esclamò alzando l’indice verso il cielo – Se qualcuno risultasse negligente nelle cure prestategli o colpevole in qualche modo della sventura di Simonetta, mal ne patirà -.
Francesco chinò il capo in segno ossequioso su quella che già pareva una condanna su qualche sventurato, al momento senza volto, né nome. Rimase così in silenzio per qualche istante pensando quale fosse la risposta più opportuna da dare dopo affermazioni così gravi e solenni. Il rispettoso e prudente silenzio infastidì Lorenzo.
- Messer de’ Pazzi …. Vi vedo esitare – disse spazientito.
- Mio signore, è grande l’onore che mi concedete … - rispose Francesco. Lorenzo lo interruppe ed esclamò in tono seccato:
- In considerazione anche della non brillante fortuna presso il Consiglio della Repubblica, fareste bene a sfruttare l’opportunità concessa per rientrare nelle mie grazie. Avete detto bene poc’anzi. Firenze è la Repubblica, ed io la Repubblica sono. -
- Gentil signore, non chiederei di meglio. Il compito che mi proponete è molto delicato; investigar dovrei, presso fini signori, maestri d’arte, valenti banchieri e uomini d’arme. Simonetta Vespucci non s’intratteneva certo tra il volgo fiorentino -.
- Dunque che cosa intendete fare; volete temporeggiare con chi può ben restaurare le vostre tramontate fortune di banchiere? – incalzò Lorenzo.
- Mio Signore, la corte repubblicana mi tiene in dispregio; avrò a che fare con uomini potenti e poco inclini a parlare con me di argomenti così personali e delicati. Chiedo un vostro esplicito avvallo; uno scritto da voi firmato che confermi l’incarico d’interrogare costoro a vostro nome – replicò Francesco in modo conciliante.
- Se non è per questo, ve lo farò preparare prontamente- sentenziò Lorenzo –Avete altre richieste Messer Francesco? –
- Nulla sennonché il mandato conferitomi sia chiaramente completo e senza esclusione o riguardi. Solo in tal modo potrei portarvi i risultati che mi chiedete con tanto fervore-.
- Ciò che chiedete presto avrete. Accomodatevi nella Sala del Consiglio. Tra non molto un mio messo vi consegnerà il documento – poi infastidito, alzando un sopracciglio esclamò tagliente – State attento, Messer de’ Pazzi, a giudicare o interpretare un mio stato d’animo o una mia coloritura del linguaggio. Fate buon uso del mandato e del mio consiglio. Tornate con una relazione esaustiva de’Pazzi, sono tante le cose che dipendono da quest’indagine, non ultima, la possibilità di essere ammesso nel ristretto cerchio dei miei più fidati.
Consiglieri. Firenze, la Repubblica e la mia persona attendiamo la verità sulla triste sorte di Simonetta -.
Pochi minuti dopo Francesco arrotolò con viva soddisfazione la pergamena appena letta che lo conferiva investigatore plenipotenziario del Magnifico su tutti i territori da lui governati sul caso della morte di Senza Pari, Simonetta Vespucci. Uscì a passi svelti dalla corte e respirò a pieni polmoni appena si ritrovò all’aperto. Era appena uscito dal palazzo, dal quale era entrato pieno d’apprensione e timori, con quell’autorizzazione prestigiosa che gli permetteva di far le pulci a diversi illustrissimi fiorentini. Lo scritto poi lo poneva a capo di un manipolo di armigeri. Sarebbe passato domani, nel corpo di guardia, per rilevare il comando del piccolo drappello che avrebbe dovuto obbedire solo ai suoi ordini.
Francesco, pur non orbitando da tempo nella corte medicea, grazie ai suoi personali informatori e alle grandi chiacchiere fatte a palazzo, era ben al corrente che un profumato e vezzoso fiore come Simonetta, era attorniato da un gruppo di baldanzosi insetti che mal accettavano che qualcuno al di fuori della loro stretta cerchia potesse solamente godere dalla visione estatica di quell’ incantevole creatura così bella da essere definita Venere sulla terra.
Due giorni dopo una squadra di armati, capitanati da Francesco de’ Pazzi, fece irruzione nella bottega di Botticelli. L’apparizione inaspettata del manipolo poco rassicurante, gettò scompiglio nella prima sala del laboratorio, dove alcuni allievi si esercitavano nel disegno e coloritura di elementi ornamentali. Il decano del laboratorio affrontò con una certa decisione il comandante del gruppo chiedendogli cosa cercasse.
- Portami dal Maestro –. Ordinò Francesco in modo secco e tagliente – E voi tutti – disse rivolgendosi ai presenti – Prendetevi un giorno di riposo. Oggi non si lavora. E’ un ordine del Magnifico -.
Veloci e silenziosi i presenti sgombrarono il laboratorio. Un allievo riuscì a coprire una tela con una raffigurazione troppo licenziosa, nel timore che quell’ improvvisa ispezione riguardasse la tipologia di alcuni dipinti ritratti, i quali scandalizzavano non pochi fiorentini. Il decano accompagnò il drappello lungo un buio corridoio che terminava davanti a una porta chiusa. Bussò rispettosamente. Attese qualche secondo e poi aprì facendosi da parte permettendo al gruppo di accedere alla camera. Si dileguò velocemente pensando alla grande capricciosità dei potenti che con la loro influenza decretavano fortune e disgrazie per artisti anche valenti come il suo Maestro. Francesco entrando rimase stupito dall’incantevole visione che gli si proponeva dinanzi. Una splendida fanciulla nuda con capelli lunghissimi e biondi lo guardava con degli occhi pieni di garbo e un guizzo tra l’indispettito e l’irriverente.
- Madonna Simonetta -. Balbettò l’inquirente del Magnifico
- No messere. Non son io. Mi chiamo Piera e son tessitrice. Per mia fortuna o sfortuna - giacché son ritratta nuda in questa stanza fredda per pochi spicci -assomiglio secondo il mio padrone, messer Botticelli, a quella gentil dama deceduta da un mese ormai -.
Così replicando con una certa ironia, la modella prese un telo e se lo drappeggiò velocemente addosso, stando attenta con una certa malizia, di lasciar scoperta una gamba dalla caviglia all’anca. Botticelli si scostò da un cavalletto posto sotto una luce favorevole, per agevolare il bozzetto preparatorio che stava ultimando e cordialmente salutò gli intrusi. Con un cenno congedò la modella che elargì un sorriso di commiato ai presenti riuscendo a farne ondeggiare più di uno, come se invece di due labbra aggraziate e benevolmente dischiuse in un saluto, gli armigeri avessero ricevuto una botta tremenda nella mischia di una battaglia campale.
Dissolta l’aggraziata visione, Messer de’ Pazzi non indugiò oltre. Mostrò al valente pittore di corte le credenziali preparate da Lorenzo il Magnifico e informò Botticelli dello scopo di quella visita così insolita, il quale non tardò a far accomodare il suo inquisitore e offrire del buon vino a tutta la truppa nella speranza rendere meno astioso il colloquio informale ma esaustivo che da lì a poco avrebbe dovuto affrontare. Francesco de’ Pazzi assaporò quel sottile piacere che gli stava conferendo il mandato ricevuto dal Magnifico. Rispetto, onore, omaggi e timori gli erano riservati con quella preziosa carta tra le mani.
Botticelli era tristissimo e affranto. Descrisse con commozione dell’emozione di ritrarre la perfezione estetica sulla terra, parlando di colori, pose, proporzioni, intensità dello sguardo così sognante, etereo e di una bellezza così sconvolgente da rendere pazzi e torbidi o migliori e purificati i fortunati osservatori di quella magnificenza incarnata in una mite e soave giovinetta.
Oh, sì, non c’era al mondo niente di più bello da ritrarre e riproporre nella pittura che Simonetta Vespucci in tutto ciò che poesia, sentimento, filosofia potessero produrre dall’incontro con la feconda visione della sua persona.
La morte della giovane era stata un atto crudele del fato che aveva strappato a pittori e poeti quella musa ineguagliabile, lasciando esangue un’intera città ma ancora più sventurati sarebbero stati i posteri che avrebbero ignorato che una creatura del genere avesse calcato questa terra di miserie e bruttezze. Simonetta era, con la sua presenza, l’essenza di tutto ciò che si avrebbe dovuto aspirare; la rinascenza dell’essere umano nella grazia, nell’equilibrio armonico, nella consapevolezza di una nobiltà espressa in dolce, dolcissima serena bellezza.
Proprio compito, come pittore, sarebbe stato cercare di riprodurla su tela sinché avrebbe avuto in petto un soffio di vita e tentare così, di rendere eterna la traccia del vivere di quella magnificenza purtroppo già estinta.
Francesco rimase colpito dall’enfasi percepita nel discorso di Botticelli sino alla commozione. Davanti ad una rappresentazione simile e un dolore così grande, non ebbe cuore di tormentare il pittore con meschine domande che avrebbe forse appannato la nobile e bellissima visione che il poeta aveva della propria musa.
Quel pomeriggio, scortato dal suo drappello di armigeri, Francesco de’ Pazzi visitò e interrogò diversi notabili fiorentini e svariate dame. I pareri erano tutti concordi: sentimenti di triste cordoglio per l’immatura morte, il ricordo di Simonetta provocava forti emozioni. Le lodi per le sue qualità spiccate erano unanimi. Tutti definivano quella morte non come un lutto privato ma pubblico. Qualcuno addirittura azzardava che i delicati equilibri della repubblica fiorentina potessero essere messi a rischio.
Com’erano ossequiosi e ben disposti i maggiorenti fiorentini se pungolati dalle giuste credenziali: un piglio deciso, una scorta armata e una lettera di Lorenzo il Magnifico, quest’indagine stava mettendolo in buona luce presso i ristrettissimi circoli della Firenze che contava, l’invito a pranzo per la domenica seguente a casa di Pignotto de’ Paoli confermò in Francesco le impressioni che stava maturando sul vantaggio di aver accettato quel delicato mandato.
Pignotto era un ricco esponente della borghesia bancaria e mercantile fiorentina, membro del prestigioso circolo del Gran Consiglio composto dai maggiorenti della Repubblica, non sempre allineato con le posizioni dei due Medici, Lorenzo e Giuliano.
Il pranzo fu ricercato, come la conversazione, basata su argomenti filosofici e letterari come i recenti componimenti poetici di Lorenzo il Magnifico, Poliziano e Carlotto. Quando furono servite le ultime portate, arrivarono dei valenti e due abili musici saltimbanchi che divertirono le ridanciane dame di casa presenti al banchetto. Successivamente Francesco e Pignotto si appartarono in una saletta attigua. Dopo un breve silenzio Pignotto introdusse la conversazione:
- Messer de’ Pazzi si fa un gran parlare tra i Consiglieri Repubblicani dell’incarico che avete ricevuto -.
- Spero vivamente che siano parole benigne -. Rispose Francesco.
- Si decisamente. Piace a molti la vostra risolutezza con la quale investigate senza tante piaggerie verso i maggiorenti cittadini; un agir da vero repubblicano!-.
- Siamo in una repubblica Messer Pignotto … -.
- Mi auguro che Firenze lo sia ancora per molto. A volte mi preoccupo per questa nostra novella Atene che i passi della sua democrazia non siano quelli di un gambero!-.
- Avete forse delle lagnanze sulla conduzione della città da parte del nostro Chiarissimo Lorenzo il Magnifico?-.
- No di certo Messer de’ Pazzi, lo ammiro con lo stesso vostro fervore, credetemi -. Rispose Pignotto con fare ironico e allusivo e continuò – Nessuno meglio di Lorenzo de’ Medici potrebbe regger meglio le sorti di Firenze. La sua evidente capacità di trattar le cose di governo, nonostante la sua giovane età, è ben nota a tutti. Diventerà col tempo un validissimo Gonfaloniere della Repubblica, appena avrà raggiunto l’età …. di quarantacinque anni. Sino allora sarebbe opportuno che non si fregiasse del titolo di “Magnifico” o almeno si mostrasse recalcitrante quando il Consiglio lo appelli in questo modo-.
- Il titolo onorifico gli è stato attribuito alla morte del padre, quando tutto il Consiglio gli chiese di reggere le sorti della Repubblica, e voi foste tra quelli – replicò Francesco dè Pazzi.
- Si alcuni – io tra i quali, non lo nego – pensarono che un buon valente giovane, nato da uomini di potere capaci, con gli ottimi insegnamenti ricevuti dal nonno e dal padre, se ben guidato, sarebbe divenuto il miglior Gonfaloniere possibile per Firenze -.
- - Credevate di aver a che fare con un Romolo Augustolo e invece qui c’e’ la tempra di un Cesare -. Azzardò ridendo Francesco.
- Cesare? Sì ma quale? Ce ne sono stati tanti e il primo che affossò Roma repubblicana, non fece una buon fine -.
- Come gli stessi congiurati del resto – precisò Francesco dè Pazzi.
- Messere – disse con tono grave Pignotto, - Non credete anche voi che il bene della Repubblica Fiorentina non sempre equivalga alle disposizioni impartite dal nostro Giovin Signore? Non ritenete anche voi che nessuno debba porsi al di sopra delle nostre leggi? Se così non fosse, non saremmo uguali alle altre Signorie d’Italia? – chiese con una certa apprensione Pignotto e poi continuo con tono ancor più grave: - Alla morte di Piero del Medici, il gottoso, non c’era soluzione migliore per mantenere pace e stabilità tra le famiglie dei maggiorenti fiorentini, logico pensare a Lorenzo, interessato alla politica e con qualche incarico già egregiamente svolto, rispetto a Giuliano già da allora era più incline alle lettere e alla poesia. Noi magnati occulti di Firenze cercammo di blandire i due giovani Medici con la letteratura, elogiando anche con una certa esagerazione i buoni componimenti di Lorenzo, incensandolo fuori misura. Ecco allora i tentativi per svagarlo, affinché non fossero solo politica e potere presenti nella sua mente. Ecco allora l’ampliamento del circolo filosofico-letterario, le giostre, i tornei e le feste … le donne di corte, Simonetta Vespucci compresa -.
- Non mi direte … -.
- No Messer de’ Pazzi. I Vespucci, una volta sposi furono accolti con grande fasto a Palazzo, non una voce di dissidio si alzò su questa bizzarria, essendo lo sposo solo un banchiere come tanti e lei una cortese e leggiadra dama. Non fu un complotto ma solo una continua e sottile sottolineatura, un continuo plauso atto ad ampliare la sensibilità dei due giovani Medici verso la bellezza e la gaia vita. Uno verso l’amore cortese: Giuliano, l’altro verso le analogie storiche e letterarie tra la nostra bella Firenze d’oggi e la gloriosa Atene, con una particolare attenzione alle vecchie credenze pagane mitizzate, Venere, Apollo, Bacco, le Ninfe. Lorenzo fu più intelligente e scaltro di noi, utilizzò il consenso gonfiato e ottenuto per circondarsi come un moderno Mecenate di poeti, studiosi, pittori, architetti valenti, riuscendo a dare un formidabile impulso innovativo che dalle arti si estese ai mestieri e commerci, in breve a tutta la dinamica vita fiorentina, facendo così della nostra città la nuova meraviglia della penisola, sino a farla rivaleggiare direttamente con Roma -.
Francesco ascoltava incredulo questa inaspettata piega del racconto di Pignotto che intrecciava nessi e cause delle pratiche politiche a lui estranee dopo l’emarginazione patita negli ultimi anni per la guerra finanziaria sotterranea patita contro gli stessi Medici per interessi economici conflittuali.
- Roma, o meglio il papa, non poteva più tollerare questa nuova primavera, questa splendida fioritura, dove non mancavano i frutti avvelenati del neopaganesimo, qui da noi celebrato con parossismo. Ecco quindi quei piccoli incidenti alla frontiera pontificia, i malumori dei legati papali qui a Firenze -.
- Messer Pignotto non starà forse insinuando che la Senza Pari sia deceduta per cause non naturali, soprattutto per colpire negli affetti e nell’orgoglio Lorenzo de’ Medici che l’aveva eletta come simbolo della rinascenza fiorentina?-.
- Non mi sento di spingermi così lontano … comunque so che a Roma c’e’ sincero cordoglio per questa infausta dipartita, si prega per l’anima della giovane morta, ma si accetta con sollievo la scomparsa della musa considerata una novella Venere con tutto il suo corollario lussurioso ben presente nella testa e nel cuore di tanti fiorentini -.
- Tutto ciò è terribilmente cinico-.
- Forse, ma molto pratico, allontana una pesante scomunica sui nostri governanti-.
Ci fu qualche istante d’imbarazzato silenzio da parte di Francesco de’ Pazzi, Pignotto de’ Paoli ne approfittò per insinuare una perniciosa domanda:
- Mi fareste il piacere di mostrarvi le credenziali fornitevi dallo stesso Magnifico? -.
Francesco che aveva sempre con sé lo scritto, lo porse prontamente al suo interlocutore, il quale dopo un’attenta lettura esclamò:
- Eccellente Messere, avete in mano un documento formidabile. Con questo scritto, in modo esplicito si pone al di sotto della legge. Quindi voi, come inquisitore incaricato, potreste addirittura interrogarlo e se doveste trovarlo responsabile o correo della morte della sventurata Simonetta, non potrebbe sottrarsi a un giudizio severo -.
- Mi state indicando la strada per un alto tradimento Messer Pignotto … -.
- Al contrario, sarebbe, se avallato da prove, un atto coerente con il mandato che avete ricevuto e che il Gonfaloniere ha firmato, una prova di grande lealtà repubblicana spinto agli estremi ma legittimi confini. Basterebbe recarsi a Palazzo con la vostra scorta armata e irrobustita da svariati capaci cavalieri e notabili del Gran Consiglio. Nessuno vi fermerebbe perché siete membro attivo del Palazzo e stareste solo esplicando le azioni richiestevi dallo stesso Magnifico. Io con un nutrito numero di armigeri potrei circondare e isolare il Palazzo sopprimendo difese interne ed esterne Con un veloce colpo di mano i due Medici sarebbero destituiti … -.
- E uccisi?-.
- No. Solo esiliati come già accaduto a un loro avo. -.
- Il quale rientrò in città trionfante per riprendersi il potere -.
- Non questa volta Messer de’ Pazzi perché questa volta la Repubblica Fiorentina sarebbe inglobata nei territori della Chiesa, sotto il paterno e giusto comando del pontefice -.
- Pignotto … anche quest’ipotesi porta a un grave tradimento di tutto ciò che noi siamo -.
- Preverebbe invece una degenerazione ben più grave; quella di una repubblica neopagana e blasfema, lontana da Dio e priva della materna benedizione della Chiesa. V’immaginate tra qualche anno una crociata contro Firenze come quella contro i Catari? Il papa ne sarebbe capace. Quanta morte, sangue e distruzione per rimettere la città sulla retta via. Sto fantasticando Francesco, al mia è solo una speculazione temeraria ma da non sottovalutare – si affrettò a precisare Pignotto vedendo l’espressione allibita e incredula di Francesco.
- Molto più modestamente, qualora Lorenzo fosse soddisfatto dei vostri servigi, Messer de’ Pazzi, sareste ammesso nel Consiglio Ristretto e un fervente repubblicano come voi, potrebbe consigliarlo opportunamente, senza quelle derive alla Giulio Cesare che potrebbero condurlo alla stessa triste sorte . Pensateci. Considerate le mie parole per oggi e per il futuro -.
Poi come se avesse esaurito quell’accalorato tema, Pignotto de’ Paoli batté le mani. Nella sala entrarono i musici. Francesco de’ Pazzi capì che l’essenza del messaggio gli era stata abbondantemente illustrata. Si trattenne ancora a parlar come prima di argomenti innocui e poi prese congedo dal suo ospite.
Da quando aveva iniziato l’indagine, Francesco de’ Pazzi non aveva ancora avuto modo di parlare con il marito di Simonetta. I due tentativi compiuti non erano andati a buon fine. La prima volta Marco Vespucci era così affranto da non poter sopportare una conversazione su un argomento così doloroso, così gli era stato riferito dall’intendente della casa. Un paio di giorni dopo, ripresentandosi casa Vespucci, il vedovo risultava assente, partito per affari nel ducato milanese. L’indagine non poteva ritenersi conclusa senza conoscere dai più prossimi, particolari riguardanti gli ultimi giorni della sventurata ragazza, chi meglio del marito dunque? Quell’assenza era piuttosto sospetta e ambigua. In mancanza di meglio, decisamente contrariato, Francesco aveva interrogato in modo piuttosto brusco diversi servitori. Non ne era emerso nulla d’interessante sennonché diversi famigliari, non ben specificati per una comprensibile reticenza, avessero protestato con il medico per le costose cure a cui Simonetta era stata sottoposta. In caso di un serio pericolo di vita, questo avrebbe dovuto essere l’ultima delle preoccupazioni di congiunti affettuosi. Forse Simonetta in casa sua non era poi così amata o più probabilmente l’assidua frequentazione a Palazzo aveva creato malumori nella coppia. Un’altra persona da interrogare era il medico Moisè, lo stesso di Lorenzo il Magnifico, uno tra i più bravi e rinomati dell’intera città, che tra lo stupore generale, non era riuscito a salvare la vita della Senza Pari. Quel banale raffreddore pernicioso, scivolato poi in una polmonite e infine nella pericolosissima tisi. La malattia di Simonetta era durata un mese circa e per tutto quel tempo gli unici ammessi alla sua stanza erano stati gli stretti famigliari e il medico. Pochissimi avevano potuto vedere il rapido decadimento della bella fiorentina, la sua morte aveva realmente scosso tutta Firenze. Anche il medico avrebbe potuto rilevare particolari interessanti, ignoti ai più, sempre se fosse stato sincero, ma quali mezzi aveva poi Francesco per appurare se i colloqui fatti con diversi cortigiani e maggiorenti fossero veritieri? La sua unica possibilità era far congetture e rilevare incongruenze e contraddizioni tra una versione e l’altra.
Ance il medico non era reperibile, si trovava in una casa colonica del Magnifico verso Prato per curare, questa volta pare con successo, una piccola epidemia tra i contadini e braccianti di quelle campagne. A Francesco questa comunicazione era stata recapitata da un messo di Lorenzo il Magnifico e si concludeva con la piena autonomia conferita a de’ Pazzi di recarsi a sua discrezione, in un luogo poco salubre e disporre del prezioso tempo del medico Moisè. Quante assenze tra le persone più vicine a Simonetta mentre era in corso un’indagine particolareggiata, di cui nessuno poteva più ignorare l’esistenza.
Lorenzo e Giuliano andavano considerati al di sopra di ogni sospetto, per prudenza e convenienza. Come interrogare i capi della città senza sconfinare in un confronto politico serrato? Francesco non amava Lorenzo, ma voleva trarre profitto da quest’utile ribalta. C’erano già i repubblicani integerrimi di Pignotto de’ Paoli pronti sfruttare l’occasione per un rapido colpo di mano e rovesciare i Medici, ma allo stesso Francesco sarebbe toccato il primo fendente di spada, in quanto capofila di quel pretesto rivoltoso, trovandosi al cospetto del Magnifico Lorenzo. La prudenza consigliava di stare equidistante tra questi gruppi di potere, per scegliere, qualora fossero giunti alla resa dei conti, la parte vincente.
Il seguente colloquio Francesco de’ Pazzi lo riservò al poeta Carlotto. Pensò che sarebbe stato meglio presentarsi da solo, senza scorta armata che lo faceva sembrare un inquisitore sempre pronto ad arrestare poveri malcapitati.
Il cortile della casa era in fermento. Diversi stallieri stavano frettolosamente sellando dei cavalli. Tutto lasciava supporre che qualche personaggio importante stesse per mettersi in viaggio.
Carlotto uscì dall’ingresso e si diresse alla propria cavalcatura. Appena in tempo, pensò Francesco, alcuni minuti e quell’incontro sarebbe saltato. Carlotto era un valente poeta, ma ultimamente, per questioni filosofiche, era entrato in contrasto con Lorenzo e la sua corte, per questo motivo ne era stato allontanato con garbo, spedendolo lungo le altre città italiane con incarichi diplomatici.
- Buondì messer inquisitore – lo salutò in tono di scherno Carlotto.
- Buongiorno fin poeta fiorentino, secondo solo a Poliziano – rispose Francesco con una certa dove di cattiveria – Una grazia cavaliere; devo interpellarvi per ordine di sua Signoria il Magnifico per fatti riguardanti … -.
- Simonetta Cattaneo … in conversazione informale ed esaustiva – interruppe Carlotto ironicamente.
- Quindi senz’altro vorrete, per la cortesia che vi contraddistingue, smontare da cavallo ed espletare il vostro dovere verso di me che già ben conoscete – soggiunse Francesco con un certo imperio afferrando le briglie del cavallo.
Per nulla intimorito, Carlotto gliele strattonò di mano, costringendolo a lasciar la presa.
- Avete voi potere d’arrestarmi?- Francesco rimpianse di non aver con sé gli armigeri e pronto rispose: - E voi avete la licenza di sottrarvi al colloquio?-.
- No di certo. Nulla v’impedisce messer Francesco di balzare a cavallo e di seguirmi. Durante il tragitto sarò ben lieto di rispondere a tutte le vostre domande. Badate … vado di fretta a Volterra, un legato papale mi attende -.
Fu così che per quanto contrariato, Francesco salì a cavallo e segui il poeta Carlotto che con una piccola scorta partiva verso Volterra. Dopo un’ora di galoppo sostenuto, Francesco che abile cavallerizzo, non era mai stato, si sentiva spossato da quella ginnastica inaspettata ma ancor più si sentiva esausto per il lungo monologo di Carlotto, particolarmente loquace e per nulla reticente o a disagio per il tema della conversazione. Francesco rallentò per riprendersi e raccogliere le idee su ciò che aveva udito.
L’esposizione di Carlotto su Simonetta era veramente irriguardosa.
Di nobili e ricchi natali genovesi, con un matrimonio ben preparato e realizzato, era riuscita a risollevare le finanze della famiglia, quasi in rovina dopo il duro colpo agli affari, la caduta di Costantinopoli per mano turca, aveva anni prima privato la famiglia di Simonetta di una fortuna in crediti e merci. I genitori erano riusciti a tessere una preziosa trama con i banchieri Vespucci; fiorentini ben inseriti nella cripto signoria medicea. Simonetta con la sua fresca bellezza solare e ancora fanciullesca, aveva fatto perdutamente innamorare il suo coetaneo Marco Vespucci.
I giovani sposi erano stati accolti con sfarzosi festeggiamenti dai Medici. Simonetta con il suo fare aggraziato e vezzoso era divenuta la beniamina del Palazzo. Presto anche il pittore Ghirlandaio si accorse delle sue splendide fattezze e la ritrasse come Madonna della Misericordia, un dipinto che impressionò e conquistò tutta la colta Firenze dell’epoca.
Il fascino di Simonetta, la sua delicata purezza, l’intelligenza e la notevole cultura, irretiva anche ambascerie straniere e smaliziati diplomatici che avrebbero dovuto resistere alle aristocratiche grazie femminili. La cosa non era sfuggita a Lorenzo. Simonetta gli regalava luce e prestigio. Con il fratello Giuliano strinse un’intima amicizia con la novella coppia di sposi, tanto da essere definititi presto, con tutte le possibili implicazioni come: lo Splendido Quartetto o gli Inseparabili.
Simonetta poi era sbocciata come uno splendido fiore nella sua compiuta bellezza di donna. Anche il pittore Botticelli aveva richiesto e ottenuto che posasse come Venere in un dipinto allegorico. La ritrosia della ragazza fu presto vinta dalle imposizioni famigliari che intuivano la grande potenzialità di quella insolita e ricercata bellezza femminile. Volutamente e con maliziosa civetteria, la ragazza aveva parlato del dipinto a Lorenzo e soprattutto a Giuliano che convinse il Botticelli a fargli assistere a una seduta di posa. Vedere il perfetto corpo armonioso e nudo dell’amica, suscitò in Giuliano una passione cocente e irresistibile. Approfittando di un’assenza del maestro, Giuliano si era avventato sulla ragazza, la quale anziché respingerlo si era a lui concessa con gioia. Poi accorgendosi della prestanza del corteggiatore, paragonata alla modesta virilità del marito, l’aveva scelto come amante. Ora la tresca, sempre più palese, era durata sino alla morte di Simonetta. In definitiva la bella di Firenze non era stata che una ninfetta vogliosa e calcolatrice ben celata dietro un viso angelico. Una lussuriosa che sapeva far sfruttare meglio di un’esperta meretrice, l’influenza che aveva su Giuliano, su Lorenzo e altri facoltosi cortigiani.
Francesco era scandalizzato e disgustato da quel perfido racconto. Carlotto vedendolo confuso e quasi smarrito dietro di sé, distanziato di qualche metro, arrestò il cavallo. Attese che il compagno lo raggiungesse e l così:
- Stanco Messer de’ Pazzi di sentir o di cavalcar? –
- Schifosissima serpe. Come osate proferir parole così cattive e amare contro una povera ragazza morta tra atroci dolori? Dov’è la vostra pietà cristiana?-.
- Oh sciocco compagno; ancora ci credete? Il cristianesimo non è che una pia favoletta, scritta dagli antichi quando si accorsero la mancata presa sul popolo delle antiche storielle moraleggianti di Esopo. L’anima non esiste. Non sforzatevi d’esser buono per ricevere in ricompensa un paradiso inesistente. Chi vuol essere lieto sia, non canta forse così il nostro Magnifico? Simonetta era come me, aveva ben capito questo mistero e coglieva dalla vita il possibile per proprio gaio tornaconto-.
- Squallido figuro. Quest’onta va lavata subito -. Così dicendo Francesco si avvicinò a Carlotto per schiaffeggiarlo e indurlo a duello, ma questo intuendo le intenzioni poco amichevoli del suo interlocutore, colpì il cavallo di Francesco sulle froge facendolo imbizzarrire e causandone una buffa e dolorosa caduta.
- Mio sfortunato banchiere, se contate i fiorini come cavalcate, mi spiego perché nella polvere in cui vi troviate, siate costretto a far da ruffiano e informatore a Lorenzo de Medici -. Dolorante per il male e l’offesa ricevuta, Francesco fu però lesto nel replicare:
- Voi mediocre filosofo blasfemo, sempre battuto nelle gare retoriche pubbliche, scarso cavaliere, il primo a essere battuto nella giostra dello scorso anno da Giuliano, inetto diplomatico al quale sono affidati incarichi sgradevoli e marginali; attento a voi! Il vostro grave oltraggio sarà risaputo in tutta Firenze e farò in modo che siate bandito dalla Repubblica perpetuamente. Correte dal papa e dimenticatevi l’Arno -.
- Inquisitore dei miei stivali, ridicolo cavallerizzo, voi potreste aver la meglio su un avversario solo colpendolo a tradimento con un fendente mortale, perché qualora la evitasse, la vostra insulsa vita vi sarebbe rapita. Ricordatevi di ciò de’ Pazzi -.
- E voi rammentatevi il mio vaticino: solo nuda terra sconsacrata potrà far marcire del tutto la carogna che già siete -.
La mattina seguente, appena uscito dalla cappella privata del proprio palazzo, dove aveva assistito alla messa, Francesco de’ Pazzi fu raggiunto da Poliziano, precedentemente annunciato da un servitore.
- Messer Francesco, perdoni la mia intrusione presso la vostra dimora, ma lo stesso Lorenzo de’ Medici, comunicatomi l’incarico che avete ricevuto su Donna Simonetta, sapendomi persona informata sui fatti, mi ha sollecitato questo incontro per un colloquio informale ed esaustivo con voi -.
Questi vocaboli: informale ed esaustivo, risuonavano ultimamente troppo spesso nelle orecchie di Francesco, quasi fossero parole d’ordine per sentinelle di roccaforti o accampamenti militari. Forse era così che la corte medicea, sempre di grande osservanza repubblicana, intendeva gestire quel delicato affare dell’indagine sulla morte della Senza Pari.
- Illustrissimo Messer Poliziano, sublime Poeta, questa squisita cortesia mi risparmia qualche affanno in questo sudato lavoro -. Rispose Francesco in modo lievemente canzonatorio.
- Siete di buon umore, me ne rallegro, Il triste caso di Simonetta, con la quale avete a che fare, non scalfisce il vostro stato d’animo a quanto vedo -.
Mettendosi comodamente a sedere, Francesco non riuscì a trattenere un lamento dovuto alla cavalcata e alla brutta caduta del giorno precedente con Carlotto.
- Certo la morte è un evento triste come voi ben dite, ma spesso la morte colpisce persone giovani e salubri com’era la nostra gentil dama … o c’è dell’altro che dobbiamo sottintendere? -.
- Noi con Simonetta abbiamo perso un astro di primaria grandezza come allude il nostro Magnifico. Voi Messer de’ Pazzi l’avete conosciuta?-.
- Come ricorderete in questi ultimi anni sono stato piuttosto distante dal Palazzo, Simonetta l’ho veduta ritratta magnificamente su diverse tele e dal vivo lo scorso anno durante la giostra vinta da Giuliano de Medici, campione della bellissima dama e vincitore del torneo. Infine durante quell’immenso corteo funebre, dove la compianta Senza Pari era adagiata in una bara aperta e tutti l’abbiamo veduta bella e radiosa come una stella. Cosa mi potete dire di lei Illustrissimo Poliziano e della sua morte? –
- Simonetta con il suo fulgore aveva suscitato la gelosia e il malumore di diversi potenti personaggi, invidiosi soprattutto per non essere nella schiera dei suoi intimi amici e compagni -.
- Potete esser più preciso?-.
- Il poeta Carlotto nutriva un’insana passione per lei. Aveva frainteso le estasianti e cortesi attenzioni della bella di Firenze per qualcosa di diverso, durante una festa dei Medici, una della tante. Avevano ballato e molto dialogato di poesia e letteratura. Carlotto era rimasto sorpreso dall’erudizione della giovane scoprendola una fine conversatrice. Sentendosi lusingato da complimenti per i propri componimenti e per le graziose risa riservate alle sue battute, si era invaghito. Poi palesando il suo interesse espresso in un corteggiamento inequivocabile verso Simonetta che forse per cortesia non lo aveva rigettato, si era vantato della sua inesistente conquista con Giuliano che intuendo il malinteso lo aveva poi pesantemente irriso. Lo scorno patito e lo scherno di Giuliano, avevano trasformato in acredine l’attrazione provata da Carlotto per Simonetta. Da quel momento cercò sempre di essere nei suoi estremamente malevolo e maldicente -.
- E suo marito, Marco Vespucci? Non reagì alle cattiverie del poeta? –
- Il mio buon amico Marco è timido, poco pratico nel rispondere con una cortesia maschia e risoluta a Carlotto, il quale era sempre molto attento di non tirar troppo la corda. Il poetastro alludeva con ironia, scriveva facezie in retorici componimenti, anche di un qualche pregio, ma come cibi adulterati, i suoi versi lasciavano l’amaro in bocca -. Gli occhi di Poliziano si abbassarono, la sua espressione divenne triste. Dopo qualche istante di silenzio riprese a narrare con un tono quasi affranto: - Mi pento di aver presentato Carlotto a Simonetta. Gli diedi corda … la sua pungente conversazione mi divertiva. Era poi per me un pretesto per sfide poetiche e di oratoria, dove a giudizio dell’uditorio, trionfavo sempre. So che lui è l’origine della calunnia riguardante la relazione tra Giuliano e Simonetta … ha enfatizzato alcune situazioni, suggerendone altre a diverse dame fiorentine che hanno ulteriormente ampliato chiacchiere e maldicenze. Per questo motivo Giuliano, nel torneo dello scorso anno, ha voluto essere il campione di Simonetta e ha chiesto e ottenuto che il primo duello si svolgesse tra lui e Carlotto, il quale è stato colpito da una rapida successione di violenti colpi e con una foga insospettabile per un giovane buono e mite, così rapito dalla poesia. Carlotto è stato battuto senza alcun riguardo. Poco mancava che ci lasciasse la vita in quella giostra Il pubblico ha saluta con ovazioni la vittoria di Giuliano, riservando a Carlotto scherni e derisioni -.
- Messer Poliziano, voi credete che il Medici fosse innamorato della bella Vespucci? -.
- Può darsi, non lo escludo, ma si è trattato di un sentimento nobile, cortese, molto elevato e per nulla carnale. Lo dichiaro sul mio onore di gentiluomo -.
- Giuliano in difesa della dama con armi in pugno, voi che giurate sulla sua onestà … permettetemi di insistere, ma questi non sono compiti più consoni al marito di Simonetta?-.
- Che cosa posso dirvi Signor mio … Marco era spesso fuori città per seguire gli interessi di due famiglie: i Cattaneo e i Vespucci -.
- La moglie, Messer Poliziano, non seguiva il marito?-.
- Simonetta diceva di stancarsi molto durante i viaggi e di annoiarsi alla presenza di mercanti e cambiavalute. Preferiva star a Palazzo, assicurando che il suo onore sarebbe stato ben difeso dai suoi baldi cavalieri -.
- Quali di grazia?-.
- I due Medici, Botticelli e la mia modesta persona -.
- Un comportamento piuttosto imprudente -.
- Signore … mi sorprendete. Oltre a offendere me lanciate un’ombra sui due Chiarissimi Medici e sull’onesto Maestro Botticelli -. Trasalì piccato Poliziano.
Francesco cambiò immediatamente registro:
- Avete frainteso Messer Poliziano, mi sono espresso in modo confuso e inappropriato. Mio malgrado devo proseguire il mio compito in modo esaustivo e informale. La Vespucci fu sempre sposa modesta e fedele, sinché non sia provato il contrario. Fu molto ammirata e credo desiderata come una stella irraggiungibile, fuori dalla portata di diverse mani che ben volentieri l’avrebbero stretta in una morsa.-.
- Mi rasserenate Messer de’ Pazzi. Mi duole comunque ammettere che la modestia non fu tra le principali doti della giovane sposa. Una certa frivolezza non era da escludere nel suo comportamento. Sapeva di piacere e il fascino che emanava le era ben noto ma sto’ in fondo parlando di una giovinetta e non di una matura matrona -.
Detto questo Francesco dè Pazzi, si affrettò a condurre il suo ospite in un ampio salone. Fece accomodare il poeta e gli offrì dell’ottimo vino che con sua sorpresa, Poliziano bevve avidamente quasi d’un fiato prima una e poi un’altra coppa. La stanza era in penombra, Francesco chiese al coppiere, presente in sala, di scostare tutte le tende poste davanti alle finestre del salone. La luce entrando repentinamente illuminò tutta la sala, rendendo visibile una grande tela dove Simonetta Vespucci era ritratta come Venere nascente. Si trattava di una copia di un quadro incompiuto di Botticelli che subito dopo l’interrogatorio, aveva donato a Francesco de’ Pazzi e ora troneggiava al centro di una parete proprio davanti a Poliziano che vedendolo trasecolò e poi rimase fisso, immobile, forse perso a rimirare gli occhi sognanti e dolci di Simonetta. Dopo qualche istante, il poeta proruppe in un lungo pianto che colse di sorpresa l’inquisitore de’ Pazzi, appena Poliziano si fu ripreso, Francesco gliene chiese il motivo.
- Da persona fidata mi è stata fatta questa confidenza, mi auguro terrete per voi: mentre il marito era in giro per i soliti affari, sembra che Simonetta passò un’intera notte nelle campagne fiorentine tra boschetti e radure, vestita solo d’un leggerissimo velo trasparente, come se interpretasse il ruolo d’una ninfa o della Primavera, mentre alcuni membri di spicco della corte, la cercavano come dei novelli Paride o altri dei greci. Non so se ciò corrisponda a verità ma da quel presunto episodio, Simonetta si raffreddò e presto si ammalò di polmonite e infine di tisi, morendo rapidamente nonostante le cure profuse dal medico personale di Lorenzo il Magnifico. Altro non so dirvi, solo un grande dolore … la morte della Senza Pari e il suo ricordo mi straziano ancora. Ah non l’avessi celebrata come mia musa ispiratrice e se non avessi accettato quelle vanesie esibizioni con Carlotto, forse il suo mito non sarebbe cresciuto a dismisura e quella disgraziata pantomina notturna non avrebbe avuto luogo -.
- Non fate così mio buon Poliziano, non si muore per poca poesia -.
- Detto ciò inizio a singhiozzare come un bambino.
- Tra gli illustri cacciatori della bella ninfa c’eravate anche voi Messer Poliziano? – azzardò Francesco de’ Pazzi. Poliziano non seppe trattenere da scuotere la testa in modo affermativo.
- Sì, meschino che sono, eravamo io, Carlotto e un altro maggiorente di cui non so dirvi nulla, perché indossava un’eloquente maschera da satiro e non disse una parola durante tutta la caccia alla splendida ninfa. Nessuno la profanò ed eppure la toccò, era solo un gioco estetico vederla scarmigliata, seminuda e ansimante correre di notte nella campagna fiorentina -.
- Siete stati scellerati, voi e i vostri compagni. Certo non avete così omaggiato la dama che ossequiate nei vostri componimenti -.
- Questa è la natura umana e la grandezza della poesia racchiusa nell’effimero e nella caducità della carne, bramante e sempre desiderosa-.
- Disgraziato, vi rendete conto che quest’atto può essere stato la causa prima del suo malessere divenuto rapidamente mortale? -.
- Sì. Ne sono consapevole Messer de’ Pazzi. Disponete di me come meglio vi aggrada -.
- Informerò Lorenzo il Magnifico di questa vostra confessione e lui trarrà le conseguenze, non sono io il vostro giudice-.
- Messer de’ Pazzi, con Lorenzo usate prudenza, non mi sento di escludere che dietro al satiro mascherato si celasse un membro della famiglia de’ Medici, anche se non saprei indicarvi chi con precisione-. Esclamò con tono grave Poliziano.
- Dite ciò per ridurre il vostro abominio nei confronti di una giovinetta sottratta dalla propria casa e costretta a seguire i vostri biechi giochi pseudo letterari e legarmi le mani mentre posso presentare delle utili informazioni su questo tristissimo caso ?- chiese Francesco de’ Pazzi.
- La nostra inopportuna pantomina, di cui sempre proverò rimorso, può averle causato il raffreddore, ma nulla più. Non siamo certo responsabili io e i miei reprobi compagni di trascuratezze famigliari come il marito, o cure approssimative compiute dal medico e del grande fastidio provato per Simonetta da persone strettamente legate al papa sino a provare soddisfazione per la sua morte. Non mi sento di escludere che possibili rifiuti a pesanti corteggiamenti di qualche magnate, membro del Consiglio Ristretto, possano aver trasformato una passione amorosa in un odio devastante sino a volerla morta -.
- Siete stato chiaro Messer Poliziano. Vi confesso di ammirarvi come poeta ma non come uomo. Tornate a casa e non lasciate Firenze, domani riferirò a Lorenzo in persona -. Disse con fare tagliente Francesco, con un moto di orgoglio insospettato, alzandosi di scatto e dirigendosi verso l’uscita Poliziano esclamò:
- Simonetta è morta, nulla oggi ci renderà la Senza Pari se non l’arte che può ancora celebrarla come simbolo della nostra rinascenza fiorentina. Nulla si può provare di diverso da ciò che è sotto gli occhi di tutti sulla sua morte. Fate bene i vostri calcoli mio modesto uomo d’affari pensate ai vostri profitti e alle vostre perdite quando andrete a presentare i risultati della vostra inchiesta informale ed esaustiva -.
Vedendolo allontanarsi Francesco de’ Pazzi provò in sé un grande odio per tutta quella storia e per dover condividere il monito ricevuto da Poliziano.
La morte della Senza pari, restava un mistero senza possibile soluzione. L’indagine invece, era stata per Francesco una buona occasione per rientrare nel gruppo dei maggiorenti cittadini. Iniziò ad accarezzare mentalmente la proposta di Pignotto de’ Paoli, un rovesciamento dei Medici: nessun uomo al di sopra delle leggi della Repubblica, quello non era ne il tempo né l’ora per ordine un colpo di mano, ma solo di prepararlo.
INDAGINE SULLA MORTE DELLA SENZA PARI testo di Enrico Spera