Due settimane fa mi era giunto un messaggio su WhatsApp:
"Ciao Piero. Sono Tale dei Tali. Ricordi? Vorrei inserirti nel gruppo WhatsApp chiamato: 'Vi ricordate?'. Vedrai che sarà uno spasso."
"Ti ricordi di me?" E quel "ti ricordi di me" mi sapeva tanto di nostalgico e rievocativo requiem orchestrato dal passato.
Dico di sì. E chissà perché, già vedevo il passato che metteva sullo scheletro chili di carne, organi, pelle, vene, occhi, capelli, unghie, labbra, parole e non so quante e variopinte maschere.
Una chat in cui i componenti erano studenti di una classe: esattamente, medie. Diventati vizzi e mezzo intontiti: tipo me. Gente che per più di quarant'anni, se si rivolge la parola, è per mandarsi affanculo; e se non lo fa usando la bocca, usa gli occhi e le mani, se qualcuno, putacaso, è sordo.
Ho dato una letta veloce ai messaggi della chat. Non so perché, mi sembravano tanti e coloriti epigrafi mortuari susseguirsi su un cippo o necrologio virtuale, in cui si inneggia alla vita e al "volemose bene" e a un futuro vivido e argenteo; ma con i vari becchini a fargli da affettuosi e premurosi guardaspalle nel litigarsi il frappé di carne.
Ci fu l'invito generale a radunarsi in una pizzeria. E così, fra un trancio di pizza, il mandar giù una spumosa birra e il "famose un po' i cazzi altrui", sarebbe andata a concludersi con un coristico e bombastico "Amen" finale...
Per la grande e indimenticabile occasione mandai in lavanderia a lavare e stirare un abito nero.
Venne il giorno del festante e indimenticabile funerale del "Fu Gioventù", presentandomi con qualche minuto di ritardo,( facendomi sembrare più un partecipante che il dipartito). Erano già tutti seduti e pomposamente iperarticolati, come lo è un'astice messa in ammollo in un pentolone di acqua bollente...
Ai miei rivoltati ma freddi occhi mi si era parata come una scenografia di una veglia funebre a un uccello glandare più che stecchito , ma sempre attaccato a un pendulo ramo: scena estratta da un libro di Edgar Allan Poe che descrive le gesta torve e autosadomasochistiche di un geriatra. Mi riferisco ai maschietti.
Al riguardo delle femminucce, le mani delle menti hanno iniziato a sfogliare il libro "Lolita" di Nabokov, accorgendomi che il finale era letteralmente stravolto e che la pubere ma birichina Lolita si era metamorfosata in una sciatta e menopausata Loredana Bertè.
Mi sedetti all'unico posto libero del tavolone circolare che tanto ricordava l'evocativo libro "Re Artù e i cavalieri della tavola dell'obitorio".
Mi diede il benvenuto un tizio. Un tizio che, per ricordarmi chi cazzo fosse in età adolescenziale, mi bastò che mettesse la sua bocca a mezzo metro dal mio naso e me lo rafficasse di mostruosa alitosi. A volte il passato è schifo assoluto, soprattutto se spalanca la boccaccia. La fisionomia cambia, ma evidentemente non il lezzo: preparandomi ad andare in non so quante e sofferte apnee dopo una veloce mozzicata al trancio di pizza e ingollata di birra.
Misi gli occhi a fuoco, scrutando cipigliosamente i partecipanti del micronizzato e vampiresco Carnevale.
"Sì, quello, mi sembra quello: quello che si vantava, e lo strillava ai quattro venti, che se la faceva con quella. Ma quella, silenziosamente, se la faceva anche con quello e quello e quelli e quell'altro e quell'altri."
"Ecco! Quello che si atteggia smuovendo le braccia come un sessualizzato ed effervescente polipo e sta sottolineando in corsivo la sua vita da playboy è quello che studiava a casa geometria del glande con 'quello' dal righello lungo lungo, prima di diventare un playboy"...
Nel girotondare con gli occhi attorno al tavolo rotondo obitoriale di Re Artù, i cavalieri mi ricordavano tanto degli sfatti e perdenti reduci di guerra. Il nemico era l'imbattibile Tempo, che, invisibile come un pensiero, si diverte a tagliuzzare i visi, rasare i capelli come fa un decespugliatore e pennellare di grigio i capelli, e il ventre farglielo passare da marmorea e tirata Tartaruga :a una andropausata e gelatinosa Tartaruga.
A un certo punto, sotto l'effetto della birra, alcuni maschietti hanno fatto fare due salti all'indietro nel tempo ai loro scarnificati e smosci genitali. E oplà... Facendo a gara a chi avesse l'uccello più duro e duraturo, e il tutto grazie alla pillola magica Viagra; con uno dei presenti, più che allucinato, a sparigliare sul tavolo non so quante pasticche e pasticchine. Ma, fra quella parata di pasticche che componevano tutti i colori dell'arcobaleno farmaceutico, mancava il colore blu del Viagra. "Cazzo!" dissi. Pareva un menù farmaceutico che va dalla pasticca per la pressione a quella per la prostata, dalla pasticca per le emorroidi a quella per la costipazione, e così via per non so quante patologie.
Mancava solo la pillola per l'eutanasia. Giuro! Eppure nel paese il tizio, fino a qualche anno fa, era rinomato come spacciatore affermato, e non di sostanze curanti di patologie.
Alcuni elencarono a uno a uno la squadra dei prof. E non so perché, nell'aria aleggiava un torvo ed enfatico "Oleee"; come se la morte, in modo entusiastico da stadio, cercasse di far intendere di averlo nel proprio "Album Panini": quello delle figurine dei calciatori. L'unico che era ancora in vita era in coma da non so quanto tempo.
Finita l'omelia al ricordo ci salutammo baciandoci sulle guance alla rinfusa, con me a dribblare, tipo Messi, le labbra messe a beccuccio di gonfiatore del tizio dell'alitosi...
La serata era riuscita. Era stata così rilassante, ma talmente rilassante, che una tizia si era addormentata sul divano del ristorante. Qualcuno propose di accompagnarla a casa con la propria macchina così com'era, addormentata, ed aiutarlo a prenderla di peso e gettarla nell'abitacolo della macchina.
Pareva la protagonista della fiaba: "La bella addormentata nel cimitero". E chissà, a me, nel vederla con la testa reclinata mollemente all'indietro e le braccia in giù come rami secchi e striati, mi venne in mente che era più il caso di chiamare un'ambulanza, se non un carro attrezzi di rimozione di corpi accidentati, che ha come autisti un prete e un becchino.
Ci salutammo con talmente tanta enfasi che uno, che aveva una gamba gessata per un'operazione al ginocchio causa artrosi, si dimenticò le stampelle nel ristorante, zompicchiando su quella buona e stando appoggiato a un braccio, sempre gessato, di un altro...
Il tizio dalla gamba gessata esclamò a piena gola: "A quando la prossima? Mica ci vuole un miracolo per rivederci ancora tutti quanti?" Qualcuno accettò con entusiasmo l'invito, ma a patto di cambiare location...
E chissà perché, nel vederci e vedermi, pensai che la location più idonea era alla "Madonna di Lourdes"...
Madonna.... testo di Giullare della morte