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Non ti nomino,
eppure ci sei—
in quel punto preciso
dove lo sguardo arriva prima del pensiero.
C’erano giorni
in cui bastava spostare appena gli occhi,
un niente—
e già sapevamo.
Le parole arrivavano dopo,
quando non servivano più,
come chi entra in una stanza
a discorso finito.
Tra noi non si spiegava niente per capirsi,
senza suono, senza regole,
fatto di attese minuscole
e risposte che partivano subito,
senza passare da nessun altro.
Poi anche quando facevamo a pezzi tutto
ci teneva lì:
il tuo silenzio ostinato,
le labbra strette,
gli occhi che scappavano via per un attimo—
quel tuo modo di restare
senza davvero andartene.
E io a guardarti,
a riconoscerti anche così,
a trovare bellezza perfino in quel punto fragile
in cui smettevamo di capirci
ma restavamo.
Non era pace, forse,
ma restava intero.
E le ore—
non passavano, si allargavano,
diventavano spazio abitabile,
un luogo dove restare
senza chiedersi perché.
Adesso resta questo:
una mancanza netta
che non fa rumore,
ma sa esattamente dove stare.
Non è finita per stanchezza
né per difetto d’amore.
Ci sono strade che si chiudono
senza colpa,
come porte costruite altrove,
in vite già avanti,
in tempi che non si toccano mai davvero.
Si riconosce, allora,
ciò che non può continuare
e non si spegne.
Diventi una direzione,
non un ritorno.
Una presenza che non si tocca
ma resta.
Così ti tengo:
non dove si rimpiange,
ma dove si comprende—
in quel punto alto e quieto
in cui ciò che è stato
non si perde,
si fa luce.