Il piacere e la punizione

scritto da vitatristezzatradimento
Scritto 14 anni fa • Pubblicato 14 anni fa • Revisionato 14 anni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di vitatristezzatradimento
vi
Autore del testo vitatristezzatradimento

Testo: Il piacere e la punizione
di vitatristezzatradimento

Era una sera di maggio, il caldo tipico della stagione sembrava essersi ritirato per quelle ore che dal tramonto, trasportavano l’atmosfera in un cielo notturno, a volte stellato, a volte dominato da nuvole poco grandi. Passando per quelle strade di Cremona sembrava di respirare le arie finte di cui si parla molto nei romanzi, ma ogni singolo attimo, di fianco a lei sembrava presagire gli eventi di quella notte. Lei era indescrivibile per la bellezza, per il rapporto con me, per i gesti, per la poesia che quella sera ne ispiravano la sua forma ed il suo viso. I vestiti neri poggiavano sul suo corpo, com’esso perfetti ed una borsa anch’essa nera e perfetta ella teneva a tracolla. Io e lei passeggiavamo davanti a tutti quei negozi aperti del centro, consapevoli della nostra amicizia e consapevoli della vita sentimentale che ognuno di noi viveva separatamente, io con una ragazza poco più grande, lei con un maschio coetaneo. Entrambi consapevoli, ed entrambi ipnotizzati. Quella sera lei portava i capelli raccolti sulla nuca, lunghi, il viso sembrava lucente ed il sorriso sincero era mischiato all’effimero effetto del rossetto che rendeva tutto parte di una scena teatrale, di cui noi eravamo i protagonisti e di cui la natura aveva scritto il copione inevitabile. Si parlava, ma nessuno di noi due capiva veramente di cosa; ogni mia frase suonava ironica alle sue orecchie, quasi divertente e ne provocava una risata che forse solo io sentivo rimbombarmi nelle orecchie. I lampioni illuminavano la via che ci stava portando in un parco, frequentatissimo a quell’ora solitamente. La panchina su cui ci sedemmo era tutt’altro che isolata dal mondo a quell’ora... Se solo avessimo potuto avere la cognizione del tempo che passava, probabilmente non si sarebbe evoluto nulla da quei piccoli gesti amichevoli, resi normali da una serata programmata da passare insieme. Ma noi non controllammo il tempo che passava, e l’orario infame in cui la gente se ne andava arrivò presto. Il freddo della notte cominciava a farsi sentire, mentre un leggero profumo di rose rosse invadeva l’atmosfera, destinato a diventare sempre più intenso, come i nostri gesti e le nostre parole. Lei, con la sua bellezza che mai prima avevo notato come quella sera, pareva attrarmi in ogni movimento: la sua bocca, le sue mani e le sue parole sembravano avere il dono di un’attrazione non solo sentimentale, ma fisica. Lei, che per tempo era stata una mia amica ed io il suo confidente mi sembrava cambiata. Ed il profumo delle rose si espandeva e le piante vicine sembravano spettatori in attesa che la scena teatrale consumasse il suo tema principale. Eravamo attratti l’uno dell’altro, e non eravamo in grado di evitare la situazione, che non volevamo vivere, assolutamente. Se solo mi fossi tenuto quella frase ironica tra le membra e la gola e non gliel’avessi sussurrata vicino all’orecchio avvicinandomi, probabilmente avremmo evitato che le nostre bocche avessero un contatto, ma quando avvenne, il terribile destino non ci lasciò staccare. Ormai eravamo dentro l’opera e l’avremmo terminata qualunque fossero state le nostre intenzioni. Ci baciammo fortemente, le sue mani cominciarono a sfiorare lentamente il mio corpo mentre le mie cominciarono a carezzare i suoi ruvidi vestiti neri, sfiorando sempre più frequentemente gli organi del piacere e della vergogna che ci comandavano. La mia mente fu come rapita da quella bellezza e dal piacere che forse si poteva cercare. E, benché fosse una panchina, l’amore non impose nessuna regola. Lentamente qualcosa che non potevano essere le nostre mani ci sfilò i vestiti, e piano piano ma sempre più forte ci fu il contatto che poco avevamo saputo evitare. I gemiti di piacere silenziosi andavano mischiandosi con il sempre più denso profumo di rose. Nell’aria ormai l’odore era indistinguibile, un odore che per natura non può che descriversi come il misto tra la purezza di un fiore e il peccato del sesso. Non potevamo distoglierci, ormai il mondo intero aspettava di veder compiuti gli atti, e non potemmo contare quanti minuti consumammo in quel vortice di piaceri e vergogne. Ma ci distaccammo, dopo che la natura lo impose. Ah, natura, l’unico dio esistente, malvagio e buono, peccaminoso e puro, traditore e amico fidato. Quando l’effimere azioni finirono e ci rivestimmo, i nostri sguardi parevano gli stessi di poche ore prima. Avevamo consumato quel grande piacere, che finì immediatamente, senza che nessuno ne fosse a conoscenza, eccetto noi. Ma non ne parlammo, né mentre l’accompagnai alla stazione, né in tutta una vita nella quale continuai ad esserle amico, quasi fratello, ma mai più, tra noi, ci fu il coraggio di guardarci negli occhi, e forse questa fu la più dura punizione per entrambi da accettare.
Il piacere e la punizione testo di vitatristezzatradimento
0