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Alla fine, il lavoro lo aveva lasciato. Con quanto guadagnava grazie alle scommesse, poteva permettersi una vita più che agiata. Cominciava anche mettere da parte un po’ di risparmi, cosa che non gli era mai riuscita prima. Marco stava andando all’ultima corsa dell’anno: l’inverno era alle porte, e l’ippodromo avrebbe chiuso per un paio di mesi. Parcheggiò l’auto al solito posto, e si avviò verso l’ingresso, dove si mise a studiare il libretto delle corse. Trovò subito un buon candidato, si chiamava Sospiro ed era quotato venti a uno. Tanto non faceva molta differenza quale cavallo sceglieva, fino a quel momento era sempre riuscito a farli vincere. Senza esitare, Marco si avvicinò al banco delle scommesse. La ragazza gli sorrise cordiale, e gli consegnò la sua ricevuta. Lui si domandò se non avessero messo in guardia anche lei sul suo conto, se non le avessero detto che poteva essere pericoloso. E assaporando l’eventualità con soddisfazione, si avviò verso gli spalti per assistere alla corsa.
Alla partenza, Sospiro scattò davanti a tutti, ma c’era qualcosa di strano in lui, notò Marco: era come se ci fosse un qualche tipo di resistenza. Per quanto provasse a spingere, il secondo cavallo era sempre lì incollato, a meno di mezza lunghezza. Quando gli sfilarono davanti, addirittura Sospiro stava per essere superato. Oramai era un testa a testa, e la sua sicurezza cominciò a vacillare. Così spinse al massimo su quel cavallo, spremendo ogni scintilla di energia dentro al suo corpo. Ma quando furono a circa cento metri dall’arrivo, il cuore di Sospiro non resse più, e il cavallo si schiantò sulla pista finendo sopra al proprio fantino. Gli altri cavalli dietro di lui riuscirono per fortuna ad evitarlo, ma la corsa venne comunque sospesa. Per Sospiro non c’era niente da fare, era morto sul colpo; mentre il fantino, che giaceva esanime, fu caricato sull’ambulanza che arrivò direttamente sulla pista. Le voci che circolavano purtroppo, non erano promettenti, e sembrava che anche per il fantino non ci fossero molte speranze.
Marco era costernato, stava lasciando gli spalti muovendosi al rallentatore, come uno zombie. Incrociò lo sguardo severo di Sam, l’addetto alla sicurezza, che appoggiato a una colonna con la sigaretta in bocca, mimò il gesto di un applauso nella sua direzione. Tutta la sicurezza, la spavalderia che aveva trovato in quel luogo, andarono in pezzi in un istante. Ora si sentiva sperduto, e terribilmente colpevole.
Stava seduto sulla sua solita panchina al parco, sotto al grande cedro, vicino al parco giochi. Ormai le giornate di Marco non erano più molto impegnate da quando aveva lasciato il lavoro. In più c’era quella storia delle corse: non era più riuscito a tornarci dopo l’incidente. Il fantino alla fine si era salvato, ma non si sapeva se sarebbe tornato a camminare. Aveva ancora un po’ di risparmi da parte, questo si, ma quanto gli sarebbero durati, qualche mese, un anno al massimo. Non gli avrebbero mai ridato il suo vecchio lavoro, questo era certo, e neppure lui lo avrebbe voluto. Doveva trovare qualcosa di nuovo, ma si sentiva soltanto scoraggiato, gli sembrava che la sua vita fosse arrivata ad un vicolo cieco.
Mentre meditava sulla propria tristezza, Marco strappava pezzi di pane da un tramezzino che doveva essere il suo pranzo, e li tirava a un paio di grossi corvi neri che saltellavano intorno ai suoi piedi beccando ogni briciola. Non si accorse nemmeno quando un bambino, piangendo silenziosamente, arrivò a sedersi all’altro capo della panchina. Continuò ancora un po’ a tirare pane ai corvi, quando sentendo la presenza vicina, girò la testa, e vide il bimbetto con le guance solcate di lacrime e le braccia incrociate.
“Cosa ti è successo piccolo?” gli chiese Marco.
Il bambino smise di contemplare i sassi del vialetto, e spostò lo sguardo sullo sconosciuto al suo fianco “Non mi fanno andare sull’altalena” disse “Quei ragazzi più grandi è da un’ora che ci stanno, mi dicono sempre che adesso scendono, ma mi prendono in giro e non mi fanno salire”.
“E la tua mamma dov’è?” gli fece ancora Marco.
“Sta laggiù” disse indicando il chiosco poco lontano col suo piccolo indice “è andata al bar a prendermi il gelato”.
“Non te la prendere, fanno così solo perchè sono più grandi e si sentono forti, ma credimi, sarebbero i primi a scappare davanti a uno più grande di loro. Ti va se gli facciamo uno scherzo, che ne dici?” gli chiese Marco strizzandogli l’occhiolino in segno d’intesa.
Il bambino lo guardò un po’ smarrito “e che scherzo gli facciamo?” chiese.
“Non preoccuparti, ci penserà uno dei miei amici qui” disse tirando un’ultima mollica di pane in direzione degli uccelli. A quel punto uno dei corvi si sollevò in volo, si portò sopra al parco giochi, dove planò in un paio di ampi cerchi, poi si buttò in picchiata su uno dei ragazzini che stava seduto sull’altalena, e in un trambusto di imprecazioni e sbatter d’ali, il ragazzino scappò via a gambe levate, seguito poi dal suo amico. Il corvo riprese quota per un momento, e finì per posarsi sopra al traverso dell’altalena.
“Ora puoi andare a giocare, non torneranno più” lo rassicurò Marco.
Il bambino lo guardò per un momento con la bocca spalancata per l’incredulità “Ma come hai fatto?” disse soltanto, si alzò e si lanciò di corsa verso il parco giochi gridando solo un “grazieeee”.
Quando arrivò la sua mamma col gelato, il bimbo si stava ancora spingendo più in alto possibile sull’altalena. “Mamma, mamma lo sai che un signore ha mandato via i ragazzi che non mi lasciavano andare sull’altalena?”
“Davvero?” disse la madre “E cosa gli ha detto quel signore per mandarli via?”
“Niente” rispose il piccolo “Non ha fatto niente lui, lo hanno fatto gli uccelli, lui stava seduto vicino a me e li faceva volare”. Poi si fermò, strisciando malamente i piedi sulla terra battuta “è stato quel signore lì” si voltò, ma si trovò ad indicare verso la panchina vuota. Il corvo invece, era rimasto lì, appollaiato sulla traversa dell’altalena, e non si sarebbe mosso ancor
a per un bel po’.