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In questi mesi mi ritrovavo a fissare la tastiera con in testa soltanto il vuoto. Guardavo le lettere prive di vita sullo schermo del telefono, cominciavo a digitare una parola dopo l’altra con un unico risultato: il vuoto. Ciò che scrivevo non mi apparteneva, non sentivo mie quelle parole. Più mi sforzavo, più mi odiavo; disprezzavo quello che scrivevo, fino a buttare il telefono sul letto, gettando la spugna. Per molto tempo mi sono chiesta cosa mi fosse successo e, forse, ho trovato una risposta: costringevo il mio cuore a provare cose che non sentiva più sue, cercando poi di imprigionarle in un mondo immaginario. Cercavo di fondare un regno su delle basi invisibili, inconsistenti, inesistenti. Mentre cercavo di proteggere la versione di me amata dagli altri che conviveva nel mio corpo—mentre tentavo di vedermi vivere—dimenticavo di farlo. Mi guardavo allo specchio senza riconoscermi, mi sforzavo di vedere la versione di me che gli altri apprezzavano, dimenticandomi che la vera me era proprio a un piccolo passo... il passo che separava l’ordine dal caos, il passato dal futuro. Non ero disposta ad accettare di non essere più la stessa persona di una volta, di essere cambiata e con me, ovviamente, anche i miei sentimenti. Non essere la stessa ragazza di prima mi spaventava terribilmente. Avevo paura che cambiando le cose non sarebbero più state le? stesse; avevo paura che il mio piccolo equilibrio si sarebbe sgretolato, finendo per diventare precario caos. Oggi posso dire che farei di tutto pur di non tornare mai a quell’equilibrio. Preferisco vivere nel caos essendo me stessa, piuttosto che vivere imprigionata in un monotono equilibrio che non mi è mai veramente appartenuto.