Rosso violato
La voce di Loredana riempie l’abitacolo della vettura: Ragazza occhi cielo. Mi piace questa canzone scritta da Biagio Antonacci e mi piace la grinta che ci mette lei nel cantarla. Ha una voce calda, sensuale. Mi prende e mi sorprende.
È bello tornare a casa dopo una lunga giornata di lavoro: spogliarsi, servirsi un bicchiere di Recioto ghiacciato, aspettare lei, sentire la sua voce, il suo profumo, il brivido che ti scuote quando senti i suoi occhi perdersi nei tuoi.
Ed è un pensiero che torna e ritorna, come un raggio di sole dopo un temporale: quel parlarsi quasi sottovoce, al buio, la mano stretta alla sua, sopra lenzuola spiegazzate che sanno d'amore e di lei.
«Ti sento lontana.»
«Sono qui, accanto a te.»
«Sì, ma assorta altrove.»
«In quell’altrove ci sei solo tu.»
Lascio via dei Gigli e imbocco viale Spingardi. La mente ancora immersa nel ricordo. Il sapore intenso di un bacio che rimane incollato sulle labbra, un sapore che sa di rossetto, di voglie e di alito caldo. Nella bocca e nel palato. Impossibile dimenticare.
Poi la realtà delle cose ti prende per mano, ti sconcerta e ti rituffa nel traffico di una città che pulsa di vita e di fretta. D’improvviso il viale si è intasato. Deve essere successo qualcosa, forse un incidente. Vedo del fumo, una colonna nera che sale oltre la cima degli alberi con volute gonfie e scure. Sento la sirena di un’ambulanza, poi quella caratteristica dei vigili del fuoco. Il fumo lascia già il suo odore pungente.
Quasi dal nulla e in pochissimo tempo, si è formata una coda. Avanziamo lentamente. Guardo avanti. C’è qualcosa che brucia al centro dell’incrocio con corso Firenze. Le macchine rallentano ancora, sono quasi ferme. Sono curioso. Riesco ad accostare al marciapiede davanti a un negozio di casalinghi. Ci sono già gli inquilini dei palazzi adiacenti affacciati alle finestre o appoggiati ai muretti dei balconi e dall’espressione delle loro facce si intuisce che deve trattarsi di un incidente piuttosto grave. I passanti che camminano sui marciapiedi si fermano, tornano indietro. Qualcuno si mette a correre.
Scendo e attraverso la strada zigzagando tra le macchine che ormai sono ferme. Riesco a infilarmi tra le persone che formano già un muro a una quindicina di metri dal rogo che avvampa e sbuffa con l’irruenza di un falò.
C’è una macchina accartocciata: il frontale sembra rientrato nella carrozzeria. L’impressione è che la violenza dell’urto l’abbia quasi piegata su se stessa. È interamente avvolta dalle fiamme, fiamme rumorose, cattive. Sembra una grossa torcia abbandonata sulla strada. Un’altra vettura, un furgone bianco, è capovolto su un fianco a una decina di metri. Tutt’attorno ci sono pezzi di plastica, schegge di vetro, una scarpa. C’è odore di gomma bruciata, di gasolio e di vernice.
Finalmente l’ambulanza riesce a farsi strada. Si ferma a una certa distanza. Gli addetti scendono ma rimangono lì, senza possibilità di intervenire. I vigili del fuoco stanno già correndo con gli estintori in mano. Sono in tre. La loro azione è decisa, aggrediscono le fiamme da tre lati. Una nuvola bianca avvolge tutto.
Passano parecchi minuti ma il fuoco sembra non dare tregua. Le fiamme escono dai finestrini ormai privi di vetro. Ogni tanto, tra il fumo che soffia come se fosse spinto dal mantice di una forgia, traspare la sagoma di un corpo, anzi, un ammasso scuro difficile da definire. È una visione che fa male, ti blocca il respiro, il cuore sembra fermarsi, hai paura di guardare ma gli occhi rimangono incollati lì, lacrimosi, curiosi e oltraggiosi.
L’azione dei getti che i vigili dirigono sulla vettura comincia a dare i suoi frutti. Riesco a distinguere meglio l’interno. Ed è scioccante. La persona che era alla guida è piegata in avanti, schiacciata contro quello che rimane del volante. Il passeggero sembra stargli contro ma è un ammasso informe, bruciato e annerito.
La folla si è ammassata sull’erba dello spartitraffico. Qualcuno parla a voce alta.
«Sono in due, un uomo e una donna… il ragazzo del furgone non si è fatto nulla, solo un graffio sulla fronte e una botta al ginocchio. Per fortuna è stato sbalzato fuori.»
«Cristo Santo, una botta incredibile.»
«Come è successo?»
«Pare che la Golf sia passata con il rosso. Forse ha accelerato per riuscire a passare. Il ragazzo dice che lei lo stava baciando.»
«Pazzesco… non bastano le sigarette e i cellulari.»
«Già, anche le effusioni. Il brivido di un bacio a cento all’ora.»
«C’è da sperare che siano morti sul colpo.»
Adesso le fiamme sono spente. Dal furgone rosso hanno srotolato una manichetta e un pompiere spara acqua sul motore e sulla carrozzeria. C’è solo fumo, un fumo denso, greve, fastidioso. Le lamiere della macchina sono ancora roventi, l'acqua evapora e i vigili del fuoco, anche se muniti di guanti di protezione, non riescono ad aprire le portiere che sono contorte e incastrate nei montanti. Cercano di stendere un telo argentato sui due corpi che adesso si vedono in tutta la loro drammaticità. Sembrano manichini anneriti. Formano un blocco unico con quello che è rimasto del tessuto dei sedili. La plastica del tettuccio si è fusa ed è colata sugli abiti dei due e forma una specie di sudario carbonizzato. È una scena raccapricciante. Anche l’odore che appesta l’aria ha un che di nauseabondo.
E malgrado la morte abbia immobilizzato le membra di quei corpi e il fuoco ne abbia orribilmente deformato le sembianze, c’è qualcosa di morboso in quella specie di abbraccio, qualcosa di dolce, di tenero, quasi la volontà di sfidare l’atroce fatalità, stare vicini, unirsi per sempre in un disperato gesto d’amore.
È difficile distogliere il pensiero. Sembra che la mente voglia tornare a rivivere quel particolare momento. Continuo a guardare, a osservare quel che rimane di quei corpi senza respiro e mi lascio trascinare dalla fantasia, dalla forza di un capriccio che è sentimento e follia d’amore, dalla convinzione di indovinare la voglia di lei, il suo attaccamento, la passione di un bacio al di là della vita.
Finalmente i pompieri riescono a stendere il telo argentato sui due cadaveri. Il buio cala su di loro come se la luce del giorno volesse rispettare il loro silenzio.
L’erba dello spartitraffico è bagnata. La pressione dell’acqua fuoriuscita dalla lancia ha disseminato la strada di pezzi d’ogni genere e grandezza: uno specchietto retrovisore, un porta documenti, due riviste strappate, decine di schegge di vetro. Sento sotto la suola di una scarpa un contatto strano. Alzo il piede e cerco di individuare tra l’erba l’oggetto che stavo calpestando.
È uno stiletto quello che mi trafigge il cuore. Un colpo che mi blocca il respiro, un dolore che sale dal ventre, mi arriva al cervello, mi dà un brivido alla schiena e mi fa tremare le gambe. In realtà è solo una spilla di bigiotteria. Ha la forma di una farfalla con le ali allargate. Stranamente, quella di destra finisce a punta.
È una sensazione di sofferenza che sale dentro, mi schiaccia lo stomaco come un peso che non riesci a sollevare e non lascia scampo. Non so cosa fare. Perdo anche il controllo del respiro e gli occhi mi si appannano dall’emozione. La mente a strappare i ricordi, come fossero chiodi piantati a forza nel ventre di un abete secolare, ricordi dolci, teneri e nello stesso tempo gelidi e terribili.
Stamattina il sole trapassava già le trame delle tende. Lei, mia moglie, era in piedi davanti allo specchio. Si truccava, si sistemava i capelli.
«Ti fai bella per chi?»
«Per il mio amante.»
«Il solito fortunato. A me dai solo la tua bellezza naturale.»
«Che è quella che conta di più. È più lenta a svanire.»
Gli occhi posati sui suoi che brillano come due diamanti illuminati.
«Ciao amore, a stasera... bella quella farfalla, ti sta bene posata sul seno.»
«Bigiotteria, tesoro. La signora che me l’ha venduta mi ha assicurato che è un pezzo unico. L’ala destra finisce a punta.»
Questo racconto è stato scritto a un Corso di Scrittura Creativa tenuto al Circolo dei Lettori di Torino nel 2011, con tema: Solo Fumo.
Rosso violato testo di pennanera