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Una notte così calda
che nemmeno un grog
mi portava conforto
spiaggiati nel bersò
della villa di zia Ada
io e Fuffi vedemmo un bagliore
proprio là tra oleandro e baobab
chissà che cos’era
gli dissi a bassa voce
verdi lampi e suoni truci
salivano con le stelle vicino a noce
ci alzammo nell’afa
tra zanzare mangiatrici di colibrì
e tigri di carta immobili - bianche di stanchezza
la traversata nel verde fu breve
la radura di piante di banani così greve
e lì un consiglio notturno, un clamore strano
piccole e storpie, simpatiche a vederle da lontano
quattro giovinette - quattro collezioni
di ossa e di polpette, mestavano con cura
là nel folto della scarna radura
vapori e misteri di colori improbabili
salivano e salivano in vortici
insieme agli arcani soliloqui
Fuffi, che se ne intende
pensò alla lingua degli angeli
io credetti a quella degli uccelli
perduto miracolo! strabiliante novità!
la cantilena andò avanti
la mestatura e la mestizia
bollendo nel sol di mezzanotte
io Fuffi e loro ondeggianti stuporosi
e d’un tratto la bolla in aria
scoppiò con fragore d’artificio
pioggia di scintille, vanto esibizionista:
eran fioriture di banalità
e un vago puzzo di zolfo.
Prima di scomparire
parlai con tutte e tre - quattro
‘Siamo le Maczabette
e qui ce ne andiamo
perché non lo capite
che ci vuole ben altro
per scrivere col cuore?’
A terra, rimase un nero oscuro
lo specchio di ossidiana
coi diavoli che danzano sul bordo
o gli angeli, dipende dai punti di vista
dice Fuffi, saggio come sempre.