LA SCELTA DI FRANCESCA: VENT'ANNI DOPO

scritto da caterina
Scritto 30 anni fa • Pubblicato 24 anni fa • Revisionato 23 anni fa
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CHI SE LA SENTIREBBE DI TORNARE INDIETRO?
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Testo: LA SCELTA DI FRANCESCA: VENT'ANNI DOPO
di caterina


Il rintocco lento e lontano di una campana risvegliò improvvisamente Francesca dal dolce sonno che l’aveva colpita mentre era sdraiata sul dondolo. Il suo assopirsi era stato conciliato dalla fresca penombra del portico, mentre tutt’intorno le cicale frinivano impazzite nei campi. Francesca si mise a sedere, si stiracchiò pigramente, poi guardò davanti a sé il foglio bianco che le sorrideva beffardo dalla macchina da scrivere che troneggiava sul tavolino basso. “Non sai che cosa scrivere, eh?”, sembrava dirle quel maledetto pezzo di carta bianco, mentre Francesca malediceva mentalmente quella volta che aveva permesso ad un amico giornalista di fare un articolo sulla sua passione per l’addobbo delle siepi da giardino. Senza dubbio le aveva fatto un immenso piacere, ma aveva causato un rinnovato interesse nei suoi confronti. Giornalisti ed Editori avevano interrotto la pace che aveva ritrovato dopo anni di solitudine interiore per sapere il perché della sua improvvisa scomparsa dal jet-set internazionale. A dire il vero, non lo sapeva neanche lei, e neppure il grande amore che provava per suo marito bastava a giustificare l’improvvisa decisione che l’aveva trasformata di colpo da manager di successo a capo di un’industria tessile con filiali in tutta Europa in casalinga full-time e senza rimpianti.

Forse per dare una risposta ai dubbi che ancora l’assillavano, aveva accettato di scrivere un libro sulla sua esperienza per conto di un Editore suo amico. Si era però trovata davanti ad un foglio bianco nel quale riordinare un groviglio di sentimenti. Non ci riusciva, non trovava le parole, le sembrava di non avere ricordi nitidi, forse perché ricordare le faceva male, le causava un dolore sordo in mezzo al petto, le squarciava l’anima. Quindi si alzò ed andò in cucina per preparare la cena.

“Ah, con queste diavolerie non ci so proprio fare!” pensava Francesca mentre armeggiava con l’apriscatole elettrico nella sua cucina moderna e funzionale. “Amedeo insiste per comprarmi ogni nuovo aggeggio per paura che mi affatichi troppo, ma poi ci vuole un ingegnere per capire come funziona……….Ahia! cacchio, ecco, lo sapevo che mi tagliavo………!”. Col dito sotto l’acqua fredda, fissò il muro bianco davanti a sé ed improvvisamente cominciò a ricordare .

Figlia unica di genitori separatisi quando lei aveva solo diciassette anni, non si sentiva a suo agio con nessuno dei due. Avvertiva in sé un senso di precarietà, si sentiva in più. Daniela, la nuova compagna di papà, aveva fatto di tutto per cercare di esserle amica, ma Francesca ne era gelosa, perché le aveva portato via il suo primo, grande amore: suo padre. Forse per quello si divertiva a provarne di nascosto gli abiti, a rubarle i rossetti e gli ombretti. Forse era una piccola, perfida, inconscia vendetta. Capì che la scuola, in fondo, era l’unico punto fermo della sua vita, così si buttò a capofitto nello studio e dopo due anni si diplomò Ragioniera con 60/60. Avrebbe potuto iscriversi all’Università, ma lei cercava solo il modo più breve per rendersi indipendente da due genitori dai quali si sentiva in un certo senso rifiutata: il padre era tutto preso da Daniela, sua madre abitava dall’altra parte del mondo e si faceva viva solo per telefono.

Trovò subito lavoro presso l’atelier di una vecchia signora alla quale faceva da segretaria e, all’occorrenza, anche da modella.

La sua prima casa faceva pena solo a vederla: un enorme stanzone polveroso e semiscrostato al quinto piano di un vecchio edificio privo di ascensore. Ma quello che intristì di più Francesca fu l’indifferenza con cui i suoi accolsero la notizia, quasi come se si fossero finalmente liberati di lei. Anche se lei era più che mai decisa ad andare a vivere da sola (e nessuno le avrebbe fatto cambiare idea neanche con le cannonate), si aspettava un po’ più di considerazione, di affetto. Invece nulla.

La sua creatività rese gradevole quella soffitta, ma l’affitto si mangiava quasi totalmente il suo stipendio. Si inventò così, per caso, il mestiere di stilista. La sua titolare le aveva regalato alcuni tagli di stoffa e Francesca riuscì, non senza difficoltà, a mettere insieme un paio di abiti ed un cappotto di taglio semplice, ma carini. Fu una fatica improba, perché nessuno le aveva insegnato a confezionare vestiti, ma aveva buono spirito d’osservazione e le era bastato osservare la padrona al lavoro.

La Signora Ines, la titolare, intuì che la ragazza aveva …..stoffa, e pensò che ne avrebbe fatto la sua successrice. La Signora Ines era ormai molto anziana, non aveva avuto figli, i suoi parenti si erano sempre totalmente disinteressati della sartoria e di lei, che invece vi aveva sempre profuso il massimo impegno, aiutata da sempre dal marito Mario e poi, dopo la sua morte, da questa giovane ragazza che le faceva tenerezza.

Francesca intanto si era fatta bella, decisa, indipendente. Insomma, era molto diversa dalla ragazzetta tutta ossa che qualche anno prima provava di nascosto gli abiti della fidanzata di papà. Gli uomini la corteggiavano, ma lei in loro cercava sempre e solo una cosa: la figura paterna. Era sola, con le sue mille preoccupazioni quotidiane, con un padre che si era rifatto una famiglia. Aveva bisogno di una spalla forte contro cui rannicchiarsi per ricevere protezione. No, non voleva un affetto come quello della Signora Ines, che la trattava come la figlia che non aveva mai avuto, ma qualcosa di forte che placasse anche il suo corpo, che cancellasse la sua tristezza.

In questo modo iniziarono quelle che lei chiamerà poi le sue “esperienze sbagliate”. Non le definì mai “errori” perché fu sempre convinta di aver tratto qualcosa di buono da ogni uomo che aveva amato. Senza nessuno che la consigliasse, ricevette parecchie delusioni da quelli che lei chiamava i “Grigi”, e ciò le fece capire che non sempre le tempie brizzolate erano sinonimo di maturità. Lei li aveva amati tutti, ma per loro forse era stata solo un capriccio. Si sentì vecchia e buttata via, preda ancora una volta del suo latente pessimismo e si lasciò andare, eccedendo spesso con gli alcolici. Per fortuna, c’era la Signora Ines che riponeva in lei una fiducia incrollabile e le faceva da mamma, consolandola e seguendola passo passo nel rapido evolversi della sua carriera. Piano piano Francesca uscì dalla depressione, ma decise di non innamorasi mai più. Si era affezionata sinceramente alla Signora Ines, ed era un affetto totalmente disinteressato, e fu per questo che soffrì tantissimo quando la Signora morì improvvisamente.

Si risvegliò bruscamente dal suo dolore quando, a sorpresa, si ritrovò ad essere l’erede dell’atelier. Di nuovo la assalirono i dubbi, le incertezze, la paura di non farcela, la solitudine, e questa volta reagì buttandosi a capofitto nel lavoro. Di quel periodo, Francesca ricorda solo le corse in taxi tra un aereo e l’altro, gli alberghi, le feste e le cene tutte uguali a cui era costretta a partecipare per affari, i rotocalchi che scavavano nella sua vita mettendo in piazza i suoi lati oscuri, le amicizie interessate, le sempre più brevi telefonate ai genitori, il compagno di qualche notte in cui la sua solitudine le era sembrata troppo pesante da sopportare. Ricorda che a quel tempo le sembrava di essere su di un treno impazzito dal quale non riusciva a scendere, e che prima o poi si sarebbe schiantato contro qualcosa. Il suo cuore rimaneva ostinatamente chiuso e Francesca persisteva nel suo ritmo di vita attendendo quel crollo nervoso che, secondo lei, non risarebbe fatto attendere.

Oh, un crollo ci fu, ma non del genere che si aspettava lei.

Successe un mattino di dieci anni fa. La città era avvolta nella nebbia e Francesca nel suo studio guardava distrattamente alcune foto mandate da un’agenzia di fotomodelli. Fisici perfetti in pose plastiche e volti senz’anima le passavano davanti, ma si potrebbe dire che lei guardasse senza vedere. Ad un tratto, Francesca sobbalzò sulla sedia esclamando: “E questo? Accidenti, sembra proprio un pulcino bagnato! E che occhi: sembrano spiritati!”. Eh si, sembrava proprio fuori posto, uno che fosse capitato per caso in uno studio fotografico e che stesse quasi chiedendo scusa. Dopo tanta falsa spavalderia, Francesca rimase colpita da tanta spudorata semplicità. Gli telefonò subito, più che altro per curiosità, e dopo due ore si ritrovarono in un bar a chiacchierare. Si sentiva leggera, quasi indifesa davanti a quel ragazzo (aveva la sua stessa età) che le stava raccontando una esperienza di famiglia disgregata simile alla sua.

No, non s’innamorarono subito, all’inizio fu solo un rapporto di stima ed amicizia, poi fu la scoperta di interessi comuni e di un senso di solitudine quando l’altro era lontano. Quando fecero l’amore per la prima volta ebbero entrambi la sensazione di fondersi uno nell’altro all’infinito.

La decisione di vendere tutto fu improvvisa. I paparazzi li avevano perseguitati per settimane, rendendo loro la vita impossibile. un mattino si ritrovarono seduti a gambe incrociate sulla moquette della mansarda dove Francesca abitava tutt’ora, chiamandola affettuosamente “lo stanzone”. Amedeo le prese le mani e le disse:” Amore non ce la faccio più, ne ho le palle piene! Mi pare di essere un giocatore di rugby, tutti i giorni a sfondare quel muro di fotografi e giornalisti scassamaroni…….!” “Vendiamo tutto e scappiamo!” disse lei. “Certo, ma dove?”,”In campagna!” “Ci sto, non ne posso più, è pazesco!”.

Hanno realmente venduto tutto ad una società concorrente. Col ricavato hanno comprato un ex convento, che hanno poi mirabilmente restaurato, ed una grande campagna, che dà frumento, vini e frutta. Francesca pensa di aver passato così i dieci anni più belli della sua vita, finalmente lontano dal clamore. Insieme ad Amedeo, ha dato ai suoi figli quello che era mancato a loro, cioè l’appoggio e l’affetto di una famiglia unita.

Un nitrito la distrae dai suoi pensieri, ed esce in cortile giusto in tempo per vedere Amedeo a cavallo che entra dal portone, seguito da tre piccoli ponies montati da altrettanti frugoletti biondi ed abbronzati. Sono stati nei vigneti tutto il giorno a seguire la vendemmia, sono stanchi ed affamati, hanno bisogno di lei e lei ha bisogno di loro. Sono una famiglia felice, una cosa rara. D’impulso, Francesca va nel sottoportico, prende la macchina da scrivere e la getta nel magazzino degli attrezzi dicendo: “No, non scriverò quel libro. La mia felicità è stata troppo difficile da conquistare per rischiare di turbarla”. E poi soggiunge, abbracciata a suo marito: “in fondo, non ho nulla da dire, sono solo la moglie del contadino………”.







LA SCELTA DI FRANCESCA: VENT'ANNI DOPO testo di caterina
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