"Hai mai provato a volare? Bocconi, lungo sul letto, le braccia incrociate sotto il petto con il naso infilzato nel guanciale. Occhi chiusi, respingere la realtà, la luce, chiudere la finestra sul mondo. Lì pietrificati, immobili ad ascoltare il proprio respiro regolare, ritmato, ipnotico. Si suda molto, le ascelle sputano sudore a gocce continue. Ci si libera di un po' di zavorra per far posto al vuoto. E ti stacchi, roteando in aria, poi liberi le ali e sei già lontano, oltre. Come nascere unicorno dalla medusa, letto che rimane ancorato al pavimento della tua stanza, attaccato al suolo. Ma tu, tu voli!"
Mi raccontasti questo due giorni prima di partire. Seduti sulla spiaggia deserta a gambe incrociate, talloni sotto il culo, sigaretta in bocca. Era caldo, indossavamo camicie sbottonate, il petto in vista, esposto all'ultimo sole di settembre. Finiva l'estate: stagione di transito.
Parlasti a lungo altalenando gli stessi concetti, continue premesse ma nessuna conclusione: paura di tirare le somme. Eri in debito. Risultato negativo, con il meno davanti, sotto lo zero, soglia della felicità. Finché, tirando su con il naso passandoti l'ìndice sul baffi dicesti: depressione. Parlasti lento, calmo ma non rassegnato. La depressione.
"È un parassita. T'intacca per predisposizione o per distrazione, noncuranza, e cresce. Lenta, inesorabile, nascosta ma cresce e quando te ne accorgi è troppo tardi, già gli appartieni. La riconosci sùbito perché ti morde gli occhi. Te li insanguina con vene nervose, come rami che si protendono verso un sole spento: l'iride. Te li affossa in occhiaie nere e larghe. Ti strappa le ali.
"La puoi sconfiggere dicono, basta trovarne il punto debole, la chiave, il perché. Seduti su un lettino basso a espiare oppure mangiando pastiglie insapore. Ma se trovi il suo tallone d'Achille puoi scoccare la freccia a colpo sicuro. Poi aspetti che si dissangui, che ti restituisca quello che ti ha tolto, succhiato. Che molli la presa sui tuoi occhi, sulle tue ali! Aspetti e speri. Pazienza, santa pazienza. Io sto aspettando."
Mi avevi voluto incontrare per salutarmi, saresti partito: ritiro vocazionale. Notai sùbito l'amuleto. Un crocifisso appeso al collo, di legno scuro che si mimetizzava con la tua pelle abbronzata, colorito del pescatore. Cambiavi preda: dai pesci agli uomini.
Dondolò sul tuo petto come un'altalena quando ti alzasti di scatto per indicare il Nord: l'Umbria. Sembravi Cristoforo Colombo: in piedi dirimpetto al sole, il braccio teso sul mare verso l'orizzonte, oltre l'orizzonte. Eccolo il tuo Nuovo Mondo.
Tre mesi ed eri di ritorno. Non lo dicesti a nessuno di noi, venimmo a scoprirlo dopo, troppo tardi.
Dormivi nella mansarda di tuo zio tra la polvere e i libri. Stavi cercando lavoro, ritornavi dai pesci. Ma d'inverno le barche sono in letargo, il freddo addormenta il mare e costringe ai ripensamenti.
Forse è vero che ognuno di noi sta con un angelo, è lui che ti presta le ali. Ma gli angeli non viaggiano, se parti lo perdi. Costretto a tornare per riprovare a volare. Probabilmente non ci riuscisti sul letto, bocconi a occhi chiusi, allora provasti dalla finestra: fu un volo senza ritorno.
Il volo testo di Martin Eden