Una storia (5a ed ultima parte)

scritto da Enrico Ba.
Scritto 9 anni fa • Pubblicato 9 anni fa • Revisionato 9 anni fa
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Autore del testo Enrico Ba.

Testo: Una storia (5a ed ultima parte)
di Enrico Ba.

La mattina quando mi alzai, notai subito che c’era qualcosa di diverso in casa, l’atmosfera era cambiata, intrisa di una brutta solitudine, capii che qualche grossa rogna era pronta a colpirmi, perciò per prima cosa feci colazione, sempre meglio affrontare qualsiasi problema a stomaco pieno. Il silenzio, che impregnava ogni singola cosa di casa mia, era profondo, denso quasi lo si poteva toccare con le mani, era un manto avvolto attorno alla mia esistenza e un testimone di un’altra esistenza che non c’era più. Infatti, finito di fare colazione, scoprii che Lisa se ne era andata, tutti i suoi vestiti non c’erano più negli armadi, tutte le sue cose sparite, solo un laconico biglietto mi annunciava la sua partenza e la fine della nostra relazione nascosta dietro la solita frase: - Ho bisogno di prendermi una pausa, del tempo per riflettere -. Mi ha lasciato, pensai subito, caddi in un pesante sconforto e mi sedetti senza forze sul bordo del letto, dove avevo trovato il biglietto. Non sapevo dove poteva essere andata, avendo solo accennato ai suoi parenti senza mai scendere nei particolari, non sapevo letteralmente dove potevo andare a sbattere la testa per cercarla. Una volta mi aveva accennato ad un suo zio che abitava fuori città in terra ferma, forse avevo il suo numero scritto da qualche parte, non ricordavo neanche dove me lo ero procurato, pensai che avrei fatto un tentativo di contattarlo nei giorni successivi, ero troppo sconvolto per contattarlo in quel momento. Il cellulare di Lisa, come immaginavo, era spento. Pensai che si stava comportando da gran figlia di puttana, non meritavo un trattamento simile, avrebbe dovuto dirmelo in faccia che non provava più nulla per me e se ne voleva andare, l’avrei lasciata al suo destino aprendole la porta e mandandola via, quello che non sopportavo era questa fuga misteriosa, senza una spiegazione che lasciava solo interrogativi e tante supposizioni. Nei giorni seguenti telefonai a quel suo zio, ovviamente senza ottenere nessuna risposta, non sapeva dov’era semplicemente perché era da tre anni che non la sentiva e mi rispose, piuttosto seccato, che non aveva nessuna voglia di vederla, poi riattaccò dicendo che non voleva più essere disturbato per questa cosa. Presi atto con disperazione della totale impenetrabilità della vita di Lisa, come se fossi stato assieme ad una persona senza passato o meglio con un passato totalmente custodito in un cono d’ombra. Telefonai anche alla galleria dove lavorava per sapere qualcosa, niente, si era licenziata con una telefonata il giorno stesso che se ne andò da casa. Mi arresi all’oscurità del mistero. Intanto la tournee iniziò e fui felice di essere impegnato viaggiando per l’Italia quasi tutta l’estate. Raccogliemmo un grande successo di pubblico, tant’è che ci vollero per alcune rappresentazioni all’estero e fummo contattati perfino da alcuni istituti di cultura norvegese per tenere delle rappresentazioni in quel paese. Quanto a me devo ammettere che ero molto soddisfatto ma non appagato, cosa che fui quando una grossa casa editrice mi offrì un importante contratto per la pubblicazione della mia sceneggiatura, poi venne una raccolta di miei racconti e la conseguente pubblicazione di una mia antologia di poesie in un arco di tempo piuttosto breve, tutte queste soddisfazioni mi davano l’occasione di pensare ad altro e di dimenticare per un po’ Lisa. Dimenticare, comunque era una parola grossa, l’avevo relegata in uno spazio oscuro della mia mente, una sorta di scantinato dove si mettono le cose che si ritengono non più utili nell’immediato, ma che non si ha la voglia di buttare in quanto si ritiene, o si ha la speranza, che prima o poi possa ritornare il loro momento, la loro utilità rinnovata. Spesso queste cose il tempo le ricopre di polvere e regnatele, il loro ricordo lentamente sbiadisce nelle nostre menti.
Il tempo passava, gli affari andavano bene, la gente continuava a venire ad abitare nelle mie case ed i loro affitti nel mio conto in banca, la scrittura procedeva spedita ( stavo dando alle pubblicazioni un romanzo ed un’altra raccolta di poesie), il teatro andava liscio come l’olio ( il Peer Gynt era uscito dalle scene vittorioso e mi avevano commissionato un’altra sceneggiatura questa volta su un lavoro nuovo di zecca), avevo iniziato una relazione con Viviana la figlia dei proprietari della tenuta agricola di Sant’Erasmo dove era iniziato il mio sodalizio artistico con la compagnia teatrale in cui lavorava Gianni; l’avevo conosciuta ad una rappresentazione teatrale, mi aveva fatto i complimenti per la mia sceneggiatura e da lì in poi cominciammo a frequentarci iniziando la nostra relazione, eravamo molto simili di carattere e questo era una specie di ponte sui nostri 14 anni di differenza (38 io 24 lei), stavamo bene insieme e la porta di casa mia era sempre aperta per lei. Tutto girava nel modo migliore, qualsiasi cosa facevo andava a buon fine. Eppure dentro di me non c’era quasi più nulla, le cose le facevo con una spietata meccanicità, mi dedicavo anima e corpo ai miei progetti senza un attimo di respiro tanto che mi interrogavo spesso da dove proveniva questo fuoco freddo, che mi bruciava senza riscaldarmi. Non volevo pensare, perché se lo cominciavo a fare tornavo sempre a chiedermi dove fosse andata Lisa, volevo risposte il non sapere mi stava logorando, per questo cercavo di limitare i momenti in cui la mia mente non era impegnata. Questo era quello che cercavo di fare, camminavo su una corda tesa, stavo raggiungendo un precario equilibrio pensando che mi sarebbe bastato aspettare l’oblio del tempo, sebbene ogni giorno che veniva era una lotta con i nervi e la mente, uno sforzo per far sparire i ricordi di quella relazione come la rugiada evapora alla luce di un nuovo sole. Purtroppo però un giorno accadde qualcosa che mi rigettò nel pozzo del passato. Stavo mettendo in ordine i cassetti della mia scrivania nel mio studio, quando mi capitò in mano quasi per caso un cd con un copertina che ritraeva una fotografia sfuocata di quello che sembrava uno specchio d’acqua, lo guardai e riguardai più volte, era il cd che avevo comprato da Doortje molto tempo fa. Mi ricordavo anche i brani presenti e la famosa traccia numero dodici, tutto mi riaffiorò alla mente, cercai di buttarlo via ma poi mi fermai, semplicemente non riuscivo a ignorare quei ricordi. Guardando la parte posteriore del cd i miei occhi caddero su di un particolare: sotto l’elenco delle canzoni era indicato il luogo di registrazione, un indirizzo di una via di Amsterdam il cui nome era Nieuwezijds Voorburgwal. Non so cosa mi prese, che cosa esattamente la mia mente cominciò a pensare, associai quel posto a Lisa, me la immaginavo uccel di bosco ad Amsterdam, felice con il suo nuovo amore, la sua vita completamente cambiata e pure la mia sebbene passivamente. Decisi che dovevo sapere, decisi che sarei andato ad Amsterdam e che da quell’indirizzo sarei risalito magari a quello dove abitava Doortje forse con Lisa. Queste erano tutte supposizioni che però prendevano la forma di verità nella mia mente, ero certo che le due donne vivessero assieme. Dovevo trovare una scusa per andarmene per qualche tempo. La mia immaginazione non ne partorì nessuna, arrivò in mio aiuto il destino. Fui invitato a Leida dal dipartimento di lingua e letteratura italiana della locale università per una presentazione di un mio libro di poesie e conseguente lettura pubblica di alcune di esse. Colsi subito l’occasione, in fondo si sarebbe trattato solo di alcuni giorni, poi avrei potuto tranquillamente rimettermi a lavorare per il teatro. Viviana doveva portare a termine in breve tempo un lavoro di restauro su un mobile che le era stato commissionato, quindi era molto indaffarata, per me era ovvio che si trattava della congiunzione di avvenimenti perfetta.
Partii una mattina con il cielo plumbeo che minacciava pioggia, arrivai all’aeroporto di Amsterdam con un timido sole che si affacciava cercando di superare la coltre di nubi, per terra era bagnato probabilmente aveva piovuto. Mi diressi in albergo, preferii alloggiare ad Amsterdam distante da Leida venti minuti in treno; mi feci una doccia per rilassarmi e poi pranzai per conto mio in un ristorante vicino all’albergo dove ero alloggiato, nel pomeriggio incontrai due responsabili dell’università di Leida per definire i dettagli della presentazione del mio libro di poesie il giorno successivo, ritornai in treno ed uscendo dalla stazione di Amsterdan mi avvolse la debole luce del crepuscolo, mi avviai con passo calmo all’indirizzo impresso nella mia mente, era sulla strada proprio due isolati oltre il mio albergo, aveva una vetrina con le serrande abbassate ed una porta di entrata posizionata sulla sinistra della stessa, dava l’idea di essere una specie di studio di registrazione, si poteva distinguere la forma di un disco sull’insegna in olandese. Decisi che sarei ripassato per ottenere informazioni non appena libero dai miei impegni, nel frattempo continuai la mia camminata per la città perdendomi tra le sue strade ed i suoi canali avvolti da un’atmosfera quasi magica a quell’ora della sera, il colore dell’acqua si mescolava a quello del sole morente creando strane alchimie per gli occhi ed i sentimenti di chi si trovava a guardare questo bellissimo spettacolo. Cenai in un tipico ristorante olandese vicino al Begijnhof dopodiché tornai in albergo pieno di pensieri e di ispirazione, dalla mia camera da letto vedevo la città, i tetti e le case dalle forme strane giocavano con la luce della luna ed io giocavo con me stesso chiedendomi dove sarebbe stata Lisa in questo momento, ignorando che questo era diventato più l’inseguimento di un sogno, di una qualche mia idealizzazione più che di qualcosa di veramente reale e concreto. Il giorno dopo fui impegnato a Leida per la presentazione del mio libro di poesie, tenuta in una delle aule del dipartimento di lingua e letteratura italiana dell’università, fui soddisfatto e nello stesso tempo impaziente di riprendere le mie ricerche l’indomani, giorno libero che avrei sfruttato per cercare di ottenere delle risposte ad una situazione che mi stava logorando. Passata la gratificante giornata di Leida e l’intera notte a dirmi quanto ero stato bravo in un delirio onirico di autocompiacimento, la mattina del giorno successivo la presentazione del mio libro mi alzai abbastanza presto, feci colazione e poi andai all’indirizzo stampato sul retro della copertina del cd di Doortje. Erano circa le dieci quando arrivai davanti alla vetrina, il presunto studio di registrazione era aperto, dall’esterno si poteva vedere una scrivania con una donna bionda seduta davanti ad un computer ed un telefono, una persona con un borsone per chitarra stava entrando in un’altra stanza poco distante dalla scrivania della donna bionda. Decisi di entrare, suonai alla porta e questa si aprì automaticamente, scesi sei scalini e mi trovai davanti alla donna bionda che mi salutò con un viso sorridente chiedendomi in che cosa poteva aiutarmi, le dissi che non ero olandese, che parlavo solo inglese, le mostrai il cd chiedendole dove potevo trovare l’autrice di quelle musiche. La faccia della donna bionda passò dalla gentilezza al sospetto, voleva sapere chi ero e perché desideravo sapere dove abitava quella persona. Ovviamente mi inventai una balla dicendole che ero un responsabile di un conservatorio italiano che voleva conoscere la musicista autrice di quei pezzi, avendone intuito lo straordinario talento, la mia intenzione era quella di proporle una serie di concerti presso il nostro conservatorio, così dissi sperando che la donna bionda abboccasse. Mi rispose che potevo, se avessi voluto, fissare un appuntamento presso lo studio di registrazione. Risposi, aggiungendo una certa urgenza nel tono della voce, che dovevo assolutamente parlarle perché i concerti sarebbero iniziati in un breve lasso di tempo, quindi era una questione di tempistica molto stretta degli eventi ecc… Le sciorinai una serie di scuse e motivazioni improbabili che non scalfirono la corazza di quella valchiria, la quale ripeteva quasi annoiata che non poteva darmi l’indirizzo di Doortjie, se volevo parlarle dovevo prendere un appuntamento presso lo studio di registrazione, punto. Ancora una volta però la fortuna mi venne incontro di nuovo: un uomo uscì dalla stanza vicino a dove si trovava la scrivania della donna bionda, le parlò, poi mi guardò e cominciò una scambio, tra i due, di quelle che sembravano domande e risposte nella loro lingua, ogni tanto mi lanciavano delle occhiate, io non capivo niente finché l’uomo mi disse in inglese quello che volevo sapere mentre la donna bionda lo guardò con espressione contrariata. L’uomo mi accompagnò alla porta dicendomi di dire a Doortjie che avanzava ancora da lei dei soldi per l’affitto della sala di registrazione per un disco che lei aveva inciso un po’ di tempo addietro, gli dissi di stare tranquillo che l’avrei informata di questa cosa, in realtà non me ne fregava niente del loro piccolo contenzioso economico, lo salutai e mi diressi subito all’indirizzo che l’uomo mi aveva dato. La casa che stavo cercando si trovava in una strada chiamata Beursstraat, era una delle prime case della via che si trovava vicino alla stazione dei treni dopo l’approdo da dove partivano le barche che portavano i turisti a fare la crociera attraverso i canali di Amsterdam, era una casa fatta di mattoncini marroni che si sviluppava in verticale come tutte quelle della città, c’erano tre campanelli con altrettanti cognomi sulle targhette, non sapevo che cognome potesse avere Doortjie, così ne suonai uno, il primo, rispose una voce di una vecchia, le chiesi in inglese se conosceva la donna che stavo cercando, non capì nulla e riattaccò il citofono senza aprirmi. Provai con il secondo campanello più volte, non mi rispose nessuno. Suonai il terzo campanello e mi rispose una voce di donna: era lei, la riconobbi dalla voce. Le dissi in italiano che ero in visita ad Amsterdam e che volevo salutarla, non le spiegai come avevo fatto a sapere dove abitava; queste erano le uniche cose che mi erano venute in mente. La porta si aprì ed io entrai. Feci tre rampe di scale strette in penombra, la luce filtrava da alcune piccole finestre una per ogni piano a cui si giungeva. Mi ritrovai davanti alla porta dell’appartamento semi aperta, entrai e la richiusi alle mie spalle. C’era un piccolo corridoio che portava verso una stanza dove erano visibili una piccola cucina ed un salotto, sul lato destro del corridoio c’era una finestra e sotto di essa un piccolo divano rosso, sul lato sinistro una porta bianca chiusa. Tutto l’ambiente dava l’idea di una dignitosa povertà di mezzi bohémien, a volte un po’ forzata e compiaciuta, ma tutto sommato accogliente. Aspettai nel piccolo corridoio qualche minuto, poi sentii dei rumori farsi sempre più vicini finché apparve Doortjie. Mi venne incontro, mi abbracciò e mi invitò a sedermi nel piccolo salotto, mentre lei avrebbe preparato del tè nel piccolo angolo cottura. Servì le tazze e si sedette anche lei, mi chiese che cosa ci facevo lì e come avevo fatto ad ottenere il suo indirizzo. Le dissi la verità, di come l’avevo rintracciata e del perché ero lì, non parlai però di Lisa, volevo aspettare ancora un po’ prima di parlarne, me ne avrebbe parlato lei se vivevano insieme, almeno così pensai. Invece l’argomento non fu toccato, cominciai a pensare che forse non mi voleva far sapere che vivevano insieme. Stufo del dilungarsi del discorso andai subito al sodo: - Lisa vive con te vero? -. A questa domanda si mise a ridere, facendomi sentire ridicolo, perché rideva? Una volta smesso di ridere mi disse che avevano vissuto per un periodo assieme ad Amsterdam, ma poi si erano lasciate. Disse che sapeva dove e con chi viveva adesso, lo disse con malizia dandomi l’impressione che si stava divertendo a prendersi gioco di me. Infatti si era fatta muta dopo avermi dato questa informazione. Rimanemmo in silenzio per un po’. Mi passavo nervosamente la tazza del tè da una mano all’altra, finché guardandola negli occhi non le chiesi dove si trovava adesso Lisa. – Molto lontano, dall’altra parte del mondo, in Argentina- mi disse mimando con la mano sinistra il decollo di un aereo. Poi cominciò con il dire che si era invaghita di un curatore d’arte argentino conosciuto durante una mostra ad Amsterdam in una galleria dove lei aveva trovato lavoro. Continuò dicendo che tra loro due era scoppiata una violenta e morbosa passione amorosa, che li aveva portati in pochissimo tempo a decidere di andare a vivere insieme in Argentina. Rimasi allibito a sentire tutta questa storia ed ancor di più a sapere episodi del passato di Lisa che lei non mi aveva mai raccontato, ma evidentemente a Doortjie si. Così una persona che non mi pare avesse contato molto per Lisa, vista anche la facilità con la quale fu scaricata, fu messa a conoscenza di segreti a cui neanche a me fu dato sapere ed io avevo sempre pensato di essere più importante dell’olandese. Ma forse mi ero illuso, forse non avevo mai capito quanto in realtà contassi per lei, pensavo di essere la persona più importante che avesse, mi sbagliavo evidentemente. Che non fosse nata in una famiglia che navigava nell’oro ed in un ambiente sereno, questo lo avevo capito anch’io. Quello però che mi raccontò Doortjie fu una storia di violenza quotidiana, tra i suoi genitori che poi si sfogavano su di lei, cose brutte ed oscene, di cui cercai di bloccarne il racconto dato che ne avevo avuto abbastanza. Calò il silenzio tra noi due, all’improvviso i rumori della vita che faceva il suo corso nella via di sotto presero il sopravvento facendo da sfondo all’imbarazzo nella stanza, così decisi di congedarmi da quella visita già abbastanza straziante, mi alzai salutando l’olandese che, prima di andarmene, mi porse un biglietto da visita sul quale erano scritti nome ed indirizzo del nuovo amore di Lisa, Doortjie se lo era procurato andando alla galleria dove il curatore d’arte argentino aveva organizzato l’esposizione, lo diede a me, a lei non serviva più. Baltazar Monzoni curador de arte Santa Fè 377 Cordoba Argentina. Questo stava scritto sul biglietto da visita, oltre ad un indirizzo email, due numeri di telefono ed un sito internet. Ritenni la mia missione ad Amsterdam completata, partii il giorno successivo come da programma, non provai nostalgia, né sollievo per aver saputo che fine aveva fatto Lisa, solo un senso di vuoto, a volte occupato da una tristezza che voleva vestire i panni dell’indifferenza senza riuscirci del tutto, come un attore che recita forzatamente una parte. Baltazar Monzoni….. Baltazar Monzoni. Questo nome cominciava a darmi noie con il suo battere nella mia testa come un piccolo orologio da taschino con il suo incessante e snervante tic–tac, tic-tac, tic-tac.
Passai del tempo, una volta tornato, cercando di isolarmi da tutto per ritrovare un certo equilibrio che recentemente mi era venuto a mancare. Nonostante ciò, questa mia volontà rimase astratta nei miei pensieri, fui investito dall’entusiasmo delle persone che mi circondavano, che sembrava non potessero fare a meno di me, purtroppo. Gianni ed il suo amico regista cominciarono a richiedermi un’altra sceneggiatura, questa volta su uno spettacolo teatrale di loro creazione, l’editore con cui avevo pubblicato il mio libro di poesie voleva che io scrivessi un romanzo, vedeva, diceva lui, una possibilità di poter sfondare definitivamente nel settore della narrativa, Viviana si comportava in modo piuttosto strano ultimamente, voleva sempre starmi vicino e si stava rivelando eccessivamente premurosa nei miei confronti, tanto da diventare un po’troppo invadente al limite del petulante. Insomma il mondo al di fuori di me stesso era in pieno fermento, mentre io continuavo a pensare all’Argentina. Ero andato a cercare informazioni su internet riguardo questo Baltazar Monzoni, avevo visto alcune foto che lo ritraevano: era un uomo piuttosto attempato che probabilmente stava andando verso i sessanta. Io invece stavo dirigendomi verso uno stato di inquieta depressione, ogni volta che guardavo la sua foto mi chiedevo cosa mai potesse avere di interessante quello che sembrava essere un ometto dalla faccia untuosa, i cui occhi facevano intravedere un falsa cortesia che serviva probabilmente solo di facciata, che cosa di quest’uomo avesse conquistato Lisa, per me rimaneva un mistero. Sulla ricchezza non potevo sapere nulla, non essendo all’interno dei suoi conti corrente, dalle foto guardate in internet non mi sembrava una persona che se la passasse male. Tutto ricominciava a girare, correndo in maniera folle verso il futuro, mentre l’unico che rimaneva fermo a guardare ciò che era stato ed a pensare a ieri ero io, come ero sempre io che avrebbe voluto rivivere il passato, plasmarlo come creta fino a modificarne la forma che invece sfuggiva dalle mie mani per averne una propria ed immutabile. Già, immutabile ed irripetibile, questa era la cosa che mi lasciava uno profondo sconforto nell’anima, l’impotenza segnata dallo scorrere del tempo. E fu proprio in questo periodo in cui ero drogato di nostalgia che ebbi il seguente annuncio: - Renato sono incinta!- disse Viviana un giorno. Tutto era in moto, appunto. Mi colse di sorpresa, un colpo a freddo, ovviamente piacevole, ma in quel momento spiazzante, la mente troppo concentrata a ricordare immagini sempre più sbiadite a mano a mano che i giorni, le settimane ed i mesi passavano. Così diventai padre, scrivendo due sceneggiature per la compagnia teatrale ed un romanzo più un altro libro di poesie per la casa editrice che mi aveva adottato. Le cose a livello creativo non andavano male, semplicemente quella parte della mia mente proiettata nel futuro faceva il suo lavoro bene. Era invece quell’altra parte di me stesso che creava problemi con il suo testardo sguardo al passato, il fatto che Lisa se ne fosse andata tempo addietro mi tormentava tuttora. Si è sempre condannati a dare un perché a tutto non accettando mai l’imprevisto del mistero o del fatto che spesso non c’è una spiegazione per ogni cosa, per ogni azione umana, a volte questa è sotto i nostri occhi: se n’era andata perché non mi amava più, semplice. Avrei dovuto pensare ad altro visto che tutto si muoveva intorno a me per farmi agire in questa direzione ed io mi sforzavo di concentrare la mi attenzione sulle molte cose che stavano coinvolgendomi, però spesso mi capitava, soprattutto la notte prima di dormire, di pensare all’Argentina e di trovarmi catapultato in quella realtà. Sogni che si volatilizzavano la mattina e grazie alle persone accanto a me non venivano presi troppo sul serio, così continuavo a scrivere e a fare il padre, Lisa e l’Argentina erano lontane, distanti, indefinite come un sogno esotico.
La primavera spesso porta sorprese, stagione di cambiamento ed a volte di impazzimento. La sorpresa che portò si poteva del tutto evitare, ne avrei fatto volentieri a meno, se avessi saputo in anticipo che nella galleria dove aveva lavorato Lisa si sarebbe tenuta una certa mostra di un pittore cileno organizzata da Baltazar Monzoni, probabilmente, avrei preso un periodo di vacanza non facendomi trovare in città per l’inaugurazione, a cui stranamente fui invitato con una lettera che ricevetti per posta. La busta era azzurro cielo e l’invito era scritto in una maniera che io trovavo sarcastica, ma che forse non lo voleva essere: - La sua pregiatissima persona è invitata all’inaugurazione della mostra “ Spazi cileni” dell’autore Pedro Fuente presso la galleria d’arte Taldeitali nel posto x all’ora y –. Questo era il tono della lettera, l’occhio corse al fondo pagina dove c’era scritto in piccolo: Baltazar Monzoni curador de arte con indirizzo annesso. Non so perché Lisa, perché che si trattasse di lei ne ero sicuro, aveva voluto invitarmi, forse per fare una tragica rimpatriata, cosa questa che mi sembrava inquietante, odiavo le rimpatriate e soprattutto in questo caso le conseguenze avrebbero potuto essere molto pesanti, svegliare un desiderio sopito non mi piaceva anche se morivo dalla voglia di rivederla e di sapere il motivo per cui mi aveva invitato. Decisi di andare, nonostante i dubbi e la paura di buttare all’aria la mia famiglia; andai solo, Viviana rimase a casa con nostra figlia. Mentre camminavo per andare alla galleria d’arte mi sembrava di essere stato inghiottito in un tunnel temporale che mi riportava là dove ero partito, là dove tutto era cominciato. Quando giunsi sul posto era buio, la luna con il suo pallore si rifletteva nell’acqua con sfumature color argento, le stelle le giravano attorno come per formare un corona celeste, c’era ancora poca gente per l’inaugurazione della mostra, preferii starmene fuori ancora un po’ ed osservare senza farmi notare. La vidi, vicino ad un quadro che parlava con una persona, illuminata dalla luce sembrava sempre la stessa di qualche anno addietro, il tempo le era scivolato addosso come l’acqua su un impermeabile, la mia mente cominciò a percepirla nella lontananza del passato, il mio corpo si avviò verso ciò che era stato. Entrai nella galleria in fila con altre persone, non volevo ancora rivelarmi, confrontarmi con i ricordi mi rendeva nervoso.
Un quadro che raffigurava un panorama andino, una donna indio guardava malinconicamente il volo di un grande rapace in uno sfondo di montagne innevate, dove il sole si stagliava all’orizzonte con una luce che non si capiva se era alba o tramonto; stavo guardando questa tela, pensando che fosse una crosta, banale ed adattata a decorare la parete di un rifugio di montagna o di un ambiente simile e posticcio. Sentii che il mio braccio veniva leggermente toccato, mi girai e vidi Lisa che mi sorrise, ci abbracciammo come due vecchi amici che non si vedevano da tanto tempo e non come due (ex) amanti, un attimo di silenzio imbarazzato si interpose tra me e lei, sembrò un secolo, non sapevo come iniziare che cosa dirle o cosa chiederle. Lei era sempre vestita di nero, un lungo abito che lasciava le sue bianchissime braccia scoperte, i suoi capelli erano di un nero lucido quasi blu portati più lunghi di una volta con la frangia ed i suoi occhi azzurri non più misteriosi facevano trasparire una serenità ed una probabile raggiunta pace interiore che un tempo non lasciavano intravedere. – Ti vedo cambiato ma non diverso - esordì guardandomi. Dico la verità che non capii il significato di questa affermazione. Ebbi qualche difficoltà a parlare mi limitai a sorridere, lei mi prese il braccio e mi condusse dal suo compagno per presentarmelo. – Mio marito – disse dopo averlo chiamato con un cenno. Gli strinsi la mano con grande sorpresa, non immaginavo che si sarebbe sposata, la cosa mi rese triste ed ancor peggio fu parlare con lui, dovetti sopportare la sua saccenteria insieme a quella di un altro gruppo di persone che lo accompagnavano, Lisa nel frattempo si era allontanata per accogliere altri invitati che entravano nella galleria. Monzoni era molto più vecchio di lei e se non lo fosse stato portava decisamente male gli anni, era molto tronfio nel suo esporre quella che lui considerava la missione di un curatore d’arte: esaltare un artista agli occhi del mondo. Raccontò molto della sua vita da curatore di mostre, tutto era incentrato su di sé non una parola per l’artista di cui aveva organizzato la mostra, il quale se ne stava seduto in un angolo della sala quasi in disparte con solo una persona vicino, a cui evidentemente importava la storia della sua pittura. Mi ero già stufato della compagnia di quel pallone gonfiato e del suo gruppetto di amici, guardavo in direzione di Lisa in attesa che si liberasse da tutte quelle formalità verso gli ospiti, quando mi sembrò libera cercai una scusa per allontanarmi da quel gruppo di tromboni ed andai verso di lei. Le feci capire che le volevo parlare, lei mi comprese e ci sedemmo su uno dei divani della sala. Cominciò a chiedere di me, le dissi che ero diventato padre, delle mie soddisfazioni in ambito artistico ed in generale le raccontai quello che mi era successo da quando ci lasciammo, del viaggio in Olanda per cercarla. Notai che mentre le raccontavo tutte queste cose la mia voce stava assumendo un tono rabbioso, io stesso cominciavo a diventare nervoso notando il modo con cui lei mi stava guardando: interessato ma non empatico. Capii che ormai non c’era più niente che ci legava, nulla. Lo notai anche da come mi rispose quando le chiesi il motivo della sua separazione da me. – Stabilità, l’esperienza che abbiamo fatto insieme mi aveva logorato dentro, non ci siamo capiti, tra noi c’era mancanza di comunicazione e nell’ultimo periodo della nostra relazione anche di interesse –. disse con tono pacato e freddo. Da parte mia l’interesse c’era sempre stato tutto, lei era quella misteriosa ed impenetrabile, quanto al rapporto a tre che avevamo avuto con l’olandese era stato più una sua iniziativa che mia; tutte queste cose comunque era inutile rinfacciargliele, erano ombre che si agitavano nel crepuscolo del passato, non aveva senso parlarne ora che le nostre vite erano così differenti e lontane, come non ebbi il coraggio di chiederle del suo passato familiare e di tutto quello che aveva subito come mi aveva raccontato Doortjie in Olanda, rivangarlo era inutile. Smettemmo di parlare, un nuovo silenzio era calato su di noi, lei mi prese la mano e mi accompagnò fuori, ci sedemmo su una panchina di marmo di fronte al canale. La desideravo ancora, un antico fuoco si stava riaccendendo ignaro e testardo ai cambiamenti del tempo, lei, penso, lo capì e cominciò a farmi vedere la gambe scoprendole lanciandomi uno sguardo che non era né complice né d’intesa, era semplicemente un modo per prendermi in giro, per farmi immaginare qualcosa che ormai non avrei più potuto ottenere. – Decidi tu: puoi distruggere tutto per gustare il piacere di un fantasma evocato dal passato o comportarti come l’acqua qui davanti, scorrere verso nuove rive, sempre in movimento ed in costante cambiamento –. Capii che quello era il suo modo di dirmi addio, avevo la tentazione di cedere vendendomi ad un ricordo sbiadito, all’inizio allungai la mano per cogliere quell’ultima illusione di godimento, ma poi mi ritrassi destato dalla realtà, mentre stavo pensando a quello che avevo ed a quello che avrei potuto perdere. Mi alzai e guardandola le feci un breve cenno con la testa, me ne andai con il rumore dell’acqua mentre il buio della sera scendeva sui miei passi e la strada si perdeva nel divenire del presente.
Una storia (5a ed ultima parte) testo di Enrico Ba.
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