Trame e reticoli

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Testo: Trame e reticoli
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TRAME E RETICOLI

Si chiamava Bonaventura. Bonaventura Cigno. Un nome insolito che sapeva di vento e magia, di sorte ed eleganza.
Un nome insolito come insolito era lui.
Gli avevano detto che la sua pittura ricordava Dorazio. Lui prima si era schermito, chiedendo che cosa avesse a che fare con quel mostro, poi aveva fatto sapere a quelli della galleria che avrebbe voluto andare oltre le trame e i reticoli dell’artista di cui veniva considerato discepolo.
Conduceva una vita appartata, anche se per alcuni periodi dell’anno frequentava gli ambienti milanesi. Le signore si mostravano volentieri in sua compagnia alla Rotonda della Besana in occasione di eventi: la passeggiata con il pittore dandy sotto le rinchiuse ali del colonnato era essa stessa evento.
Sprigionava forza ed energia dal portamento elegante, dagli abiti scelti con cura. L’autonomia dei soggetti nell’opera d’arte era il maggior termine dei suoi discorsi.
Aveva la capacità di intrecciare rapporti con chicchessia. Faceva sentire l’altro speciale per un po’ di tempo. Poi, sembrava stancarsi e recidere i legami che si erano stretti. Si negava al telefono, demoliva seppur velatamente quel che l’altro o l’altra diceva, per mesi e mesi non dava notizie di sé.
A volte sembrava oscillare tra una malcelata ossessione della propria superiorità, con inspiegabili rivalse in polemiche ideologiche e filosofiche, e certi atteggiamenti improntati a una apparente resa delle armi che, a ben pensare, producevano i loro effetti. Erano soprattutto questi discorsi, infatti, a suscitare nelle signore, che ne apprezzavano la sensibilità, il desiderio istintivo di complicità quando non di maternage.
Bonaventura Cigno era un artista d’elezione come già il suo nome decretava.
Odetta Accardi ne era assolutamente convinta. Era rimasta colpita dalle fughe di pensiero che lui spesso manifestava e, ritenendole segno di genialità, non aveva esitato a stringere tempi e dinamiche per conoscerlo. In realtà, molto di quello che pensava Odetta Accardi di Bonaventura Cigno non corrispondeva al vero, perché ovviamente l'Accardi non conosceva la complessa personalità del Bonaventura, ma a costui faceva piacere l’interesse della nipote di Carla.
Così si era aperto e aveva intrecciato con l’ammiratrice un rapporto che sembrava duraturo.
La Accardi sottoponeva le proprie opere al suo giudizio, certa di poterne ricavare un’aggiunta di afflato poetico che andasse a concretizzarsi nelle tele.
Bonaventura Cigno era un sostenitore della pittura astratta senza tuttavia aver abbandonato quel figurativismo di cui proponeva frequenti citazioni, convinto, allo stesso modo, della continuità e della discontinuità delle opere d’arte.
La Accardi, il cui temperamento risentiva di una congenita sensibilità fanciullesca, immaginava, seguendo il richiamo di una fantasia naif o di una illusione profetica, un trait d’union tra il proprio nome e il cognome di lui: una sorta di trama parentale riconducibile all’archetipo ispiratore.
E, sentendosi così indissolubilmente legata, offriva spesso le sue chiose all’opera di Cigno.
Cigno le giudicava generiche, lontane dalle proprie intenzioni, sostanzialmente estranee. Come estranea era per lui l’Accardi.
L’Accardi, invece, persuasa dello spessore artistico del Bonaventura, si produceva spesso in letture critiche.
Un giorno, gli attribuì la profondità di chi cerca scampo nella maschera.
Bonaventura respinse con forza la considerazione, sostenendo che la sua arte era e doveva essere manifestazione di verità.
Quello era stato motivo di frattura tra i due sodali.
Quanto fosse insanabile, all’inizio non fu dato sapere.
Ma poi risultò palese che l'attrito si sarebbe appianato perché al Bonaventura piaceva lo sguardo adorante dell’Accardi e per l’Accardi erano stimolanti le alternanze espresse dalla narcisistica personalità del Cigno.



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