Quando la famiglia Bencivenga si trasferì dalla città, allungata sul golfo, al piccolo paese che la spiava dall’alto sornione e irrispettoso, la nostra ristretta comunità ebbe molto da parlare e da sottintendere.
Lui, geometra del comune, occupava uno di quei posti dove se sai stare in equilibrio puoi fare tanto e ricevere parecchio, lei, la signora Maria Luigia, Luli per gli amici, era proprio una signora di città che lì era nata e lì avrebbe voluto rimanere; al seguito due figlie di cui si sapeva poco e quindi non restava altro che fare supposizioni.
Sul perchè “il geometra” avesse deciso di trasferirsi al paese contro il parere della famiglia giravano tante voci. Alcuni dicevano fosse stato il medico condotto, suo lontano parente, a convincerlo del bello e del buono, altri sussurravano che nel paese dei ciechi l’orbo è re, lui andava ripetendo che si era innamorato di quel grande appartamento all’ultimo piano, senza ascensore, del “palazio”, storpiatura dialettale che indicava un edificio austero e grigio sulla piazza del paese.
Detto fatto: l’appartamento era stato acquistato, ristrutturato, arredato e finalmente abitato.
Pian piano la gente del posto si addattò a quella nuova normalità e la famiglia Bencivenga non fece più notizia.
La signora Maria Luigia era abituata a fare i suoi acquisti in città e al bisogno , cioè sempre, vi si recava a bordo della sua utilitaria, in paese non la si vedeva mai, preferiva stare lassù nella sua casa, bella e soleggiata, da cui in lontananza si vedeva anche il mare.
Certo il piccolo centro abitato offriva silenzio e aria fina, panorami e tanto verde, ma vita sociale proprio niente.
I Bencivenga, persone di mondo e affabili, un po’ per colmare questa carenza di cui noi non avevamo consapevolezza, un po’ per entrare a pieno titolo nella comunità decisero di dare una festa.
La cosa mi interessò moltissimo quando seppi che i miei gentori, rispettabili commercianti con un’avviata attività in pieno centro città, erano stati invitati e che anche i bambini avrebbero partecipato.
Man mano che passavano i giorni dalle telefonate di mia madre con la Lia, moglie del medico condotto e sua grande amica, appresi altri particolari che accesero la mia fantasia. Ci sarebbe stata una “cena in piedi”, una “cena light”, una “cena a buffet” e qui incominciavo ad annaspare, ma una cosa l’avevo capita bene: dopo si sarebbe ballato.
Tra indiscrezioni e smentite, dubbi e ripensamenti, arrivò finalmente il fatidico giorno.
Mamma uscì in anticipo dal negozio per andare dal parrucchiere ed io venni lavata e profumata da nonna fin dal primo pomeriggio, mentre zia mi tirava i capelli senza pietà indecisa tra i codini o la coda di cavallo.
Alle 20:00 papà era pronto e si guardava placidamente il telegiornale in poltrona, io ero prontissima e sbirciavo mia madre che, davanti allo specchio , facava le ultime prove. Mamma aveva buongusto e un’innata eleganza nel vestire e anche quella sera fece centro quando si presentò con un vestitino nero appena scollato sulla schiena e illuminato sul davanti da una spilla di strass e dal suo sorriso.
Gli anni tristi del dopoguerra erano alle spalle e forse già solo un ricordo sbiadito, si incominciava a sentire il profumo del boom economico che avrebbe travolto gli anni ’60 e la famiglia Colombo si apprestava ad andare alla festa a piedi non perchè non avesse l’auto, mio padre si vantava di essere il primo ad everne posseduta una in paese, ma perchè la distanza che ci separava da casa Bencivenga non ne giustificava l’uso.
Quattro piani senza ascensore. Blin blon, la porta si apre e la signora Maria Luigia con un look da ragazza dell’west sorridente ci invita ad entrare.
“Luli carissima che bella idea hai avuto” gorgheggia mia madre depositando tra le braccia della padrona di casa un gran mazzo di fiori.
“Toni vieni a vedere chi è arrivato” trilla la signora “ma avevo detto di non disturbarti Mita cara, è solo una cosa così tra pochi amici” continua accogliendo i fiori con gesto teatrale.
Mamma sembra ancora più snella accanto a lei che per l’occasione ha scelto di indossare una gonna a ruota, lunga, di un pesante tessuto di lana a quadri. La guardo allontanarsi ancheggiando e mi torna in mente la bisnonna, anche lei si chiamava Luigia e anche lei aveva un gran sederone.
Ricordo di aver sentito raccontare che anch’io avrei dovuto chiamarmi Luigia e solo all’ultimo i miei genitori hanno cambiato idea: meno male, penso, se tutte le “Luigia” sono così debordanti l’ho scampata bella!
Arrivo in un ampio salone dove le sedie sono state disposte lungo le pareti per fare spazio. Papà, il dottore e il geometra parlano animatamente con l’aria di chi se ne intende. Lia chiacchiera fitto con una bionda platinata dalle labbra rosse che pare non ascoltarla. Riconosco la moglie, bella e antipatica, del tenente di vascello Bortolotti, brutto e simpatico, mentre poco distante, seduta sola e silenziosa, la loro figlia Bettina che, non potendo scegliere, ha preso la bruttezza del padre e l’antipatia della madre.
E poi c’è lei, “la signorina”. La intravedo tra gli ospiti con la messinpiega scolpita in testa e al collo una catenina d’oro a cui è appeso un portaritratti ovale che , si dice, contenga la foto del suo fidanzato morto in guerra. Ride, ma non troppo, parla con garbo e si siede accavallando le gambe con studiata compostezza mentre sorseggia il suo aperitivo. Pur incontrandola spesso non ho mai ben capito chi fosse e di certo non ho mai saputo il suo nome visto che per tutti è sempre stata “la signorina”.
Blin blon e arriva anche la signora Cesira, che sta al piano di sotto e bisognava invitarla perchè noi che siamo dei signori non ascludiamo nessuno. A me la Cesira, con la faccia rotonda e gli occhi che ridono, mi piace e non solo perchè quando la incontro all’alimentari mi compra 10 lire di mentine, ma anche perchè si è presentata con in mano una bella torta ed io un po’ di fame ce l’ho.
Un altro blin blon e questa volta gli “oooooh”, i “ma venga”, i “s’accomodi” si sprecano.
“Ho sentito il dovere, ehm, di venire, giusto un momento, ehm, per fare un augurio di benvenuto a questa generosa famiglia che è entrata nella nostra comunità cristiana e ...”
“Si sieda, prego Don Mario, resti un po’ con noi, si fa due chiacchiere, si sta allegri in grazia di Dio. Assaggi questo moscato, viene dalla vigna di un mio cliente....”
Guardo Don Mario che a suo agio si siede, non sembra più avere tanta fretta di andarsene, assaggia il vino che gli viene offerto: è dei nostri.
“Vorremmo servire qualche stuzzichino” annuncia raggiante la signora Maria Luigia con le guance arrossate dal moscato e dalla coperta che le drappeggia sui fianchi “ le ragazze -le sue figlie n.d.r.- hanno fatto le tartine”.
A questo punto non so se è più forte la curiosità di conoscere “le ragazze” o il desiderio di mangiare le tartine. A casa mia, per il mio compleanno, ogni anno, la mamma ordina alla pasticceria la meringata e un cabaret di tartine. Già mi piace guardarli quei quadratini multicolore, tutti diversi e dalla geometria perfetta: gelatina e gamberi, burro e salmone, salame e patè di olive, prosciutto e carciofini,..... una golosità infinita.
Le tartine cominciano a girare tra gli ospiti, non sono così belle come quelle del pasticcere ,ma devo ammettere che sono buone e hanno tanta, tantissima maionese. Vedo di non distrarmi troppo e faccio in modo di averne sempre una in bocca e una in mano.
“Ed è il momento di fare un bel applauso alle ragazze” chiosa il Bortolotti mentre Bettina tiene una tartina tra le dita come se fosse il più schifoso degli insetti.
Guardo le figlie della signora Maria Luigia: Rosalba e Rosanna. Penso si tratti di uno scherzo, mi scappa da ridere, ma non posso perchè sto masticando.
Rosalba è bassa, grassa bionda con gli occhi azzurri; Rosanna è alta, secca secca e ha un naso che sembra la strega Nocciola.
Rosalba e Rosanna sorridono felici ai complimenti dei presenti.
La signora Maria Luigia sussurra ai vicini: “ Che bella che sarebbe Rosalba se fosse magra!”
Di Rosanna non dice niente, infatti non saprei cosa si potrebbe aggiungere o togliere per migliorarla un po’.
Sollecitata da mia madre a fare amicizia mi avvicino e domando: ”Ma quanta maionese avete dovuto spalmare per fare tutte queste tartine?”
Bene, ormai il ghiaccio è rotto, siamo amiche.
E’ tardi quando torniamo a casa e mentre percorriamo il breve tratto di strada infreddoliti e stretti nei nostri cappotti la mamma domanda: “ Potremo fare anche noi una festa?”
“ Che ne pensi?” dice papà rivolto a me
Immagino instabili pile di pancarrè pronte per barattoli di maionese spalmabile.
“Meglio di no” rispondo assonnata.
Bon Ton testo di Bricioledipane