Un giorno speciale

scritto da dudin
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Autore del testo dudin

Testo: Un giorno speciale
di dudin

Un giorno speciale

In una giornata afosa, dove il sole complice versava raggi incandescenti, posandosi senza riguardi su ogni cosa e persona, mi rosolava nel nulla fare. Il tedio gironzolava attorno alla mia persona, divertendosi a pizzicarmi di tristi ricordi. Decisi di leggere un libro e andai in libreria per acquistarne uno. Dopo un lungo vaglio, capì che nessun titolo solleticava la mia curiosità, quindi abbandonai l'idea e m’incamminai verso casa. Mentre percorrevo la strada di ritorno, una coppia d'innamorati presi dalle loro passioni non si accorse di me, né io di loro e ci scontrammo. Ci scusammo a vicenda ognuno riprendendo la sua strada, loro tenendosi per mano e scambiandosi effusioni, io avvolta in un manto di solitudine e un leggero velo d'invidia. Dopo qualche passo la mia attenzione fu rapita da una vetrina, che deviò i miei pensieri; torte al cioccolato a forma di cuore, ciambelle ricoperte da stelle di glassa zuccherina e tanti altri dolci che riportavano alla mente un giorno speciale, cui regalare doni golosi pieni di tenerezza. Che giorno era? E perché non la vidi prima?
Di solito per la festa di San Valentino, si allestiscono vetrine con articoli così artificiosamente ricamati e in quel mese lo ritenni fuori luogo! Mi turbò la vista tanta smanceria, così entrai chiedendo spiegazioni riguardo alla merce esposta. La commessa mi guardò con superficialità e stupita dalla mia esuberanza nel propormi con tanta irruenza. Beh ora che ci penso, non aveva tanto torto ma erro irritata, conscia del passato. Non sapendo cosa rispondere, chiamò il titolare che dopo alcuni minuti arrivò, chiedendo cosa desiderassi. Per tutte le aureole messe in fila, lo stupore davanti a divina bellezza mi colpì come una tromba d’aria, annebbiando la vista: un Dio sceso dall’olimpo. Intanto la fila si era infittita echeggiando lamenti e sbuffi. Il titolare della pasticceria, la più rinomata in zona, si avvicinò invitandomi a seguirlo per fuggire agli sguardi indagatori e possibili pettegolezzi. Passammo dietro un divisorio, entrammo in una stanza che ci nascose dalla folla di clienti che si era accumulata e con un sorriso smagliante domandò il perché del mio comportamento. Effettivamente il mio agire non fu fra le mie abitudini e non so perché mi atteggiai così spudoratamente, in fondo quanto poteva interessarmi una vetrina allestita a festa degli innamorati? Dovevo scusarmi e andarmene il più presto, anche perché sentivo un calore infuocare le guance e sicuramente divenni rossa come un pomodoro.
Non feci in tempo. Il padrone disse di chiamarsi Omar e inclinando la testa da una parte, attese che anch'io mi presentassi. La cosa si face imbarazzante! Una vocina mi sussurrava di andarmene, mentre un’altra mi chiedeva di restare. Omar tagliò una fetta, da una torta a forma di cuore e dopo averla spolverizzata di zucchero a velo e posata su un piattino di fine porcellana, me l’offrì. La situazione mi sembrò buffa, ma come poter rifiutare, quindi ne assaggiai un pezzo. Era sublimemente squisita, soffice all'interno e croccante fuori. Fu come bere una cioccolata densa e mangiare strati di nuvole di pasta sfoglia adagiati l’uno sopra l’altro. Una quintessenza, che al contatto con il mio palato, sprigionò scintille di emozioni dal mio cuore. Sentì il freddo della mia anima, sciogliersi come miele nel latte caldo.
«E ora mi dica signorina...» domandò Omar.
«Susanna» mi venne da ridere, immaginando cosa potesse rispondere.
«D'istinto avrei detto tutta panna, ma non vorrei che fraintendesse anzi, scusi»
«No... ahahah! Lei è troppo gentile, sono io dalla parte del torto e spero accetti le mie, di scuse. Non so cosa mi abbia preso, mi scusi ancora, tolgo il disturbo» risposi agitata. Omar si avvicinò, ed io indietreggiai.
«Ehi! Volevo solo riprendere il piatto, non pensavo di spaventarla!» Disse ridendo. «Cosa le è passato per la mente!»
Mi resi conto di essere una sciocca e mi accorsi dei suoi profondi occhi neri, esprimevano passione e dolcezza. Meravigliata nell’avvertire quell’emozione, pensieri fluttuarono nell'aria mossi da un filo di vento tropicale, dove il sole tramontò dietro le palme su un mare luccicante. Per un eterno attimo mi sentì un tutt'uno con lui, mentre il mondo continuava a girare attorno a noi, rimanemmo fermi a guardarci, come se le lancette del tempo si fossero fermate. Ma niente è eterno e c’è sempre qualcosa o qualcuno, come una mosca dispettosa che svolazzando invade la quiete. Arrivò la commessa, rompendo il silenzio che parlava più delle parole attraverso i nostri sguardi e disse: «Omar, c'è una telefonata importante da Milano!»
Omar tentennò come se non volesse uscire dall’incanto che si era creato e nemmeno io volevo che finisse. Purtroppo fummo costretti a svegliarci dal richiamo della realtà e soprattutto da quella, che osservandoci senza comprendere ciò che ci stava accadendo, insisteva richiamando Omar al suo dovere.
«Posso darti del tu?» Chiese Omar.
«Sì» risposi.
«Posso sapere cosa volevi dirmi?»
Sospirai e cercai di assumere un’aria disinvolta, ma mi sentì leggera come non lo ero da tanto tempo, come se il passato mi fosse scivolato da dosso e il mio corpo liberato da un peso. Leggiadra come una farfalla, sentì il mio cuore volare spinto da una corrente, che andò incontro al suo respiro. Ero in balia tra raffiche di pensieri e parole che per timore o timidezza, si rifugiarono nella fantasia, solo il cuore stranamente più razionale, parlava alla mia mente che si forzava di comprendere. In breve, non riuscì a pronunciare una sillaba, rimasi incollata ai suoi occhi che sembrava domandare e ispezionare i miei, in cerca di una risposta. Il tempo scivolò in toccanti emozioni navigando dolcemente tra me e lui. Una nuova e strabiliante sensazione che rivestì tutto il mio essere di nuove speranze, non volevo che cessasse e sarei rimasta lì per l'eternità.
La commessa non ci diede tregua: «Omar sei atteso in linea, devo dire di richiamare?» Continuò con voce sgradevole e petulante.
Lui chiuse e riaprì gli occhi, ma non credo volesse svegliarsi dal sogno. Guardò la commessa e di nuovo si rivolse a me con espressione interrogativa. Poi rivolgendosi a quella con malavoglia, rispose: «Di che sono occupato e che tra poco richiamo»
La tipa imperterrita insistette: «Il duca in persona vuole parlarti!»
Ecco, quella era una persona detestabile. Perché non capiva? Perché insisteva? E perché aveva tutta quella confidenza? Non era una semplice commessa, o qualcosa di più? Una miriade di domande balenò nella mia mente. Ma perché poi? Non ero io l'intrusa, che insolentemente mi ero intromessa con la convinzione di boicottare quell'armonioso allestimento, che catturò il mio sguardo fuori dal negozio? Abbassai la testa cercando di assumere un contegno, con l’intento si spolverare via tutti quei pensieri che mi avevano confuso le idee, ma invano. Come rialzai lo sguardo su di lui, ricaddi nell'incanto che nuovamente m’ipnotizzò. Cosa mi stava succedendo? Chi era quella persona davanti a me, che sentivo di conoscere da sempre. E per lui, era lo stesso? O sola, nuotavo in un mare di fantasie e il famigerato cupido si scherniva di me?
Infine disarmata, provai a dire: «Sono entrata perché…» Non riuscì a continuare, non pensavo ciò che tentassi di pronunciare, ma ben altre parole sarebbero uscite dalla mia bocca, se la razionalità fosse scemata nell’impossibilità che tutto può essere. Ma l'ardire per me fu un bel credere ma non un fare, così rimasi muta, immobile, assaporando quegli istanti di piacere che la sua presenza mi regalava.
Omar timidamente si avvicinò, mi guardò intensamente, mi accarezzò i capelli, le spalle e mi abbracciò. Avrei dovuto ritrarmi? Non lo feci; il suo contatto m’imprigionò in un incanto, liberando l’istinto soffocato tra le sue braccia e ansimando dentro di me. Il suo calore camminò lungo il mio corpo che emanò un flebile tremore, scaldandomi il cuore. Continuava a guardarmi scavando nei miei occhi, come se volesse carpire il mio immenso che alitava in un vasto paesaggio di pensieri alati e anelanti.
«Ehm... ho capito» sostenne finalmente la commessa «dirò di richiamare più tardi» se ne andò impettita girando i tacchi. “Alleluia!” Gridai dentro di me.
Tutte le porte si chiusero, il fruscio delle voci tacque. Rimanemmo soli io e lui, sulla terra tra il cielo e il mare, i suoi occhi mi parlarono più delle parole e fui sicura di non sbagliarmi, o almeno lo sperai. Fu come leggere la sua mente e non so per quale motivo, senza alcuna ragione affermai sonoramente: «Sì»
«Sicura?» Domandò.
«Più che certa!»
Il suo viso sfiorò il mio, spostandosi lentamente da una parte all’altra, come se volesse conoscere ogni tratto della mia pelle e sentirne l’odore. Mi sfiorò le labbra e le mie guance rosse, dolcemente mi accarezzò senza mai togliere lo sguardo. Ancora cento domande m’interrogarono, troppe tutte in una volta e senza una risposta. “L'amore non ha risposte, ma solo domande” pensai. Toccai tremante il suo volto e incredula di quel che stava accadendo: era caldo come le sue mani. Sfiorai le sue labbra notando di quanto fossero morbide e sensuali. Avrei voluto distogliere lo sguardo, ma lui mi trattenne con i suoi occhi.
«Mi perderei nei tuoi occhi. Anzi l'ho già fatto» disse.
So che può sembrare assurdo, ma finalmente il mio cuore parlò chiaro: mi ero innamorata. Chissà forse un colpo di fulmine. Ma che importa! Quando si mette in moto un meccanismo che non puoi fermare e questo ti culla verso il paradiso, dove il sogno diviene realtà e la realtà è il tuo sogno, perché rinunciare? Presi le redini del viaggio che non so dove mi avrebbe portato e m’immersi nel labirinto dell'amore, che solo il risveglio può spezzare.
«Desidero baciarti» disse con voce soffocata.
«Sì... anch'io»
Mi abbracciò con più vigore, avvicinò la mia testa sulla sua spalla e con un filo di voce, come se volesse una conferma, sussurrò: «È assurdo vero?»
«Credo di sì»
«E allora che facciamo?»
«Baciami!»
Omar lesse il mio amore sbocciato come un fulmine a ciel sereno e sorridendo mi baciò.



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