Ed era sola.
Si sentiva sola, si sentiva sola da sempre.
E credeva che sarebbe rimasta sola per sempre.
Lo crede ora, perché si sente lontana dalle persone.
Non sa se lei si sta allontanando o se loro si allontanano e lei inerte lascia che questo accada.
Non sa se è sola per scelta o per destino.
Non sa se vuole esserlo.
Non sa se vorrebbe smettere di sentirsi sola.
Lo crede ora, perché tutto il mondo, il suo mondo, intorno a lei muta, si evolve o devolve e invece lei no, resta immobile come imperturbabile agli eventi, come cristallizzata nel flusso d’aria gelida che fredda la città a dicembre.
Lo crede ora, perché si sente microscopica o invisibile rispetto alla realtà che la circonda, alla vita da affrontare.
Lo crede ora, perché sente irraggiungibile l’affetto, l’amore lo desidera ma non lo cerca e non lo sente o forse le è impercettibile.
Lo credeva da bambina, perché ad ogni passo temeva di sbagliare qualcosa e che quel qualcosa sarebbe stato usato dagli altri contro di lei.
Lo credeva da bambina, perché temeva gli sguardi delle persone su di lei.
Lo credeva da bambina, perché quegli sguardi non erano mai rivolti verso di lei.
Lo credeva da bambina, perché restava in silenzio, anche per ore e qualsiasi frase pronunciasse, prima di farlo, la pesava infinite volte, la selezionava, la esaminava, la sezionava e ricomponeva per essere sicura che fosse il più neutra possibile, che non offendesse o non facesse ridere e che da essa non potesse trapelare nulla di lei, nessuna emozione, sensazione o sentimento.
Lo credeva da bambina, perché quell’autocontrollo non la rendeva più bambina e la allontanava dagli altri, si isolava per timore di essere isolata.
Lo credeva da bambina, perché lei non piangeva, non faceva i capricci, non rideva davanti agli altri, non si lamentava e obbediva.
Lo credeva da appena adolescente, perché voleva omologarsi con gli altri, ma non ci riusciva.
Lo credeva da appena adolescente, perché continuava a restare in silenzio, per giorni non più per ore, e tutti i sentimenti che provava, le parole che avrebbe voluto pronunciare le vivisezionava ancora, ma più che mai le sembravano impronunciabili. L’avrebbero resa troppo vulnerabile e non poteva permetterselo, perché si sarebbe pugnalata da sé, avrebbe fornito l’arma che l’avrebbe ferita.
Non voleva permetterlo.
Non voleva mostrarsi, denudarsi nell’anima.
Lo credette più tardi, quando capì che quello scudo invisibile e silenzioso che si era costruita, con il quale si era difesa dagli eventuali colpi che le avrebbero potuto sferrare, non l’aveva protetta.
L’aveva spenta, resa meno donna e più automa, l’aveva annullata, annichilita.
L’aveva uccisa.
Si era uccisa.
E piange sola ora.
Ma quel pianto può essere ora la sua libertà, la vulnerabilità che aveva represso, ma che la rendeva un essere umano come gli altri e che può ora permetterle di connettersi con gli altri.
Solo spogliata dell’armatura impenetrabile da lei tessuta, può intrecciare la sua trama a con quella del mondo e sentirsi meno sola.
Solo così può connettersi alla vita.
Vivere.
Sola testo di Invisibilepoesia