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C’era un ragazzo che, come me,
cantava qualcuno.
Io la continuo così.
Aveva una vita, un futuro,
poi concretizzato.
Aveva una famiglia,
poi sfasciata.
Aveva salute,
poi persa e ritrovata.
Aveva un lavoro,
come se fosse un figlio,
per trentanove anni,
ed ora è un ricordo.
Poi quel ragazzo, ormai uomo soddisfatto,
andò in pezzi
e se li perse tutti.
Ma proprio tutti.
Aveva un bambino
e lì crebbero insieme:
il vecchio di nuovo,
il bambino un miracolo.
E crebbe anche il vecchio.
Il vecchio ci riprovò,
per il bambino soprattutto,
ma cadde mille volte
tra malattie non raccontate,
un’ex moglie piena di avvocati che, per fortuna, non riuscì negli intenti.
Dovette vendere tutto per pagare i debiti di un’attività chiusa da un anno.
Trovò un lavoro,
trovò una compagna
e respirò.
Poi altre cadute.
Sembra un copione.
La compagna si dissolse nel silenzio,
senza un vero perché.
Il lavoro lo perse,
ancora,
senza un vero perché.
Ci riprovò.
Ancora.
Sempre coltellate alle spalle,
da tutti,
anche da chi diceva
“conta su di me, non ti preoccupare”.
Il bambino, ormai ragazzo,
sempre un miracolo.
Ora il vecchio è più vecchio,
lavora,
è solo,
e si gode il suo miracolo
e anche un cucciolo.
Ma per arrivare fin qui ha imparato una cosa:
ha avuto molta fortuna nella vita
e ora è finita,
per stare in piedi da quel dì
non deve attaccare,
ma evitare di essere attaccato.
Così vive
con una mano in tasca,
pronto a difendere il suo miracolo
e, se serve,
se stesso...