Giuseppe Neri
L’aurora della città di Roma.
Milano, 2021
(In copertina: Specchio di Bolsena, detto “Prenestino”, databile intorno al 340 a. C. sul retro dello specchio è stata grafita una scena che rappresenta la lupa che allatta Romolo e Remo).
Alla mia amata città di Roma…
“…Non fuit in solo Roma peracta die…Roma non fu costruita in un giorno…”
Milano, 12 Febbraio 2021
Introduzione
Con questo breve elaborato desidero rivisitare con voi il mito della fondazione di Roma superando alcune cortine che lo “nascondono” per così dire al nostro sguardo…la cortina dei secoli, innanzi tutto…la cortina del mito…la cortina dei resti archeologici e degli scavi condotti anche in tempi assai recenti…la cortina della storiografia e delle discussioni accademiche…per accedere attraverso la poesia e lo sguardo pieno di meraviglia a questo primo giorno della città eterna. Concretamente ripercorreremo idealmente insieme, con la guida delle fonti antiche e in veste poetica, la prima impresa di Romolo sul colle Palatino, la sua investitura sacerdotale e regale e la fondazione della “Roma quadrata” primo nucleo urbano della nuova città che proprio da Romolo prenderà il nome.
Metodologicamente e con licenza poetica racchiudo tutta la vicenda in un solo giorno, dall’alba alla notte, e questo mi aiuta a narrare la vicenda partendo dal Mito fondazionale così come ci è stato trasmesso da autori quali gli storici Tito Livio, Fabio Pittore, Dionigi di Alicarnasso e i poeti latini Nevio ed Ennio. Il presente studio, inoltre, è in massima parte debitore anche alle conferenze, studi e pubblicazioni dell’eminente professore e archeologo Andrea Carandini. Fin da adesso chiedo venia al lettore benevolo per le inevitabili inesattezze e per le licenze poetiche e narrative.
Ubi nunc est Roma, Septimontium nominatum …(Varrone).
753 a.C. alba: la Visione, auspicio dal volo degli uccelli.
(Statuetta bronzea di Augure con il Lituo, proveniente da Gabii).
Sorgeva finalmente l’aurora sul Mons Murcus (Aventino) , sopra la sua pendice maggiore Romolo aveva allestito il suo piccolo recinto osservatorio “ Templum”, composto da una struttura rettangolare delimitata da pali di legno infissi a terra e uniti tra loro da strisce di cuoio o di lino. All’interno del recinto erano stati eretti nove cippi di pietra con iscrizioni che indicavano le sedi celesti da cui individuare la traiettoria del volo degli uccelli e così poter trarre l’auspicio divino. Romolo sedeva su una tavola sopraelevata all’interno del Templum e guardava idealmente verso sud est in direzione della città di Alba longa, del monte Albano con i suoi 949 metri e del vicino santuario di Giove , da lì attraverso il favorevole volo degli uccelli sarebbe giunto l’auspicio divino che lo avrebbe consacrato Re Augure e fondatore eletto.
Sul Mons Murcus Romolo aveva trascorso la notte, a poca distanza dal fratello Remo posizionato con il suo osservatorio sul versante minore del medesimo colle. Con il diradarsi delle tenebre il paesaggio intorno diveniva più chiaro e definito, ora infatti Romolo, l’altellus (il gemello e secondo nato) poteva scorgere lo spazio di cielo che lo separava dai lontani rilievi del monte Albano e preso in mano il Lituo misurava con esso la distanza e la direzione dei venti.
Dopo una lunga e penosa attesa ecco infine formarsi in alto una nuvola grigia che avanzava lentamente nel cielo immobile già illuminato dal primo sole mattutino. Romolo vide così uno stormo di uccelli attraversare lo spazio di cielo davanti al suo sguardo stupito e esultante. Quanti fossero, sei dieci o di più non era tanto importante ma era comunque questo il segnale divino tanto atteso e desiderato, ora finalmente ne era certo, era lui Romolo l’eletto e consacrato da Giove. In un sol balzo Romolo ridiscese dal tavolato del Templum e andò incontro al fratello Remo che lo attendeva più in basso, la sfida lo aveva visto vincitore e ora si apprestava all’impresa della salita al monte Palatino.
753 a.C. mezzogiorno: rituale di fondazione.
Si avviarono dunque insieme, Romolo e Remo, i due fratelli verso il colle Palatino. Romolo a piedi precedeva il fratello più indietro, segno evidente della nuova gerarchia che si era stabilita tra i due. Dunque l’impresa del Palatino spettava per auspicio divino al solo Romolo e suo fratello di buon grado accettava questo responso senza apparenti remore o recriminazioni.
Giunsero così ai piedi del colle che contava circa cinquanta metri di altitudine, alla base di esso era ben visibile l’antica grotta del Lupercale , santuario campestre dedicato al Dio Luperco e accanto ad esso il tugurio dove i due fratelli erano stati accolti e allevati dalle cure del pastore Faustolo e di sua moglie Acca Larentia , chiamata la Lupa.
Sulla cima del Palatino viveva da tempi antichi una comunità di pastori e si era cosi formato un villaggio di capanne federato ad altri sui colli vicini chiamato “Septimontium” . Ora Romolo, ben conosciuto dai suoi abitanti, si apprestava a diventare Re Augure e guida spirituale della comunità posta sul monte Palatino.
Prima di intraprendere la salita del colle, Romolo si voltò verso il fratello che nel frattempo era sopraggiunto e si fece da lui consegnare un giavellotto di legno di Corniolo . Afferratolo saldamente, lo scagliò con vigore verso la base del monte. La lancia si infisse profondamente nel terreno proprio accanto ad un vecchio albero di fico, che cresceva all’ingresso del Santuario del Lupercale, così quasi da formare un ramo unico della pianta stessa.
Fu solo allora che i due fratelli videro comparire un gruppo di abitanti del villaggio che sembravano proprio lì ad attenderli.
Romolo si rivolse a loro con queste solenni parole: “…Torno a voi in pace e senza armi. Così sarà per chiunque d’ora in poi calpesterà questo sacro suolo. Torno a voi come figlio di questa terra che mi ha allattato e nutrito come una lupa sfama con il latte in suoi cuccioli…torno a voi come fratello tra fratelli…torno a voi ora come padre e re per volere di Giove Feretrio che qui mi invia…”.
Quasi a rispondere al saluto rivolto loro da Romolo, il gruppo degli abitanti si aprì nel mezzo facendo passare i due fratelli, poi si avviarono tutti insieme e quasi processionalmente verso la cima del Palatino. Qui sullo spiazzo principale del villaggio, davanti ad un centinaio circa di piccole e povere casupole, li attendeva tutta la popolazione riunita. Romolo con fare solenne si pose ritto su un piccolo terrapieno rialzato e senza proferire parola alcuna pregava invocando la benedizione divina sul corpo del monte stesso, con lo sguardo sempre rivolto verso il monte Albano. Accompagnava il misterioso mormorio di antiche formule e preghiere, con il lento movimento del braccio e facendo roteare più volte il bastone ricurvo, il lituo. Dopo un tempo indefinito, Romolo gridò a gran voce i nomi della città che veniva oggi fondata: il nome pubblico era Roma e i nomi segreti e divini da non pronunciare mai. Tutto il popolo presente ripetè a sua volta, scandendolo più volte, il nome di Roma e il suono delle loro voci riempì la valle sottostante come una eco di tuono…Roma…Roma…Roma.
753 a.C. pomeriggio: tracciato del sacro Pomerio e festa dei Palilia.
Romolo indossando il Cinctus Gabinus , che gli copriva interamente il capo, lasciando a malapena intravedere la folta barba nera, si apprestava intanto a completare i sacri riti di fondazione della città.
Dopo aver fatto disporre quattro cippi di pietra agli angoli estremi del colle, si fece portare il sacro aratro di bronzo, secondo il tradizionale cerimoniale Etrusco e aggiogati personalmente un toro e una vacca, cominciò a tracciare nel terreno il Sulcus Primigenius in senso anti orario. Il percorso compiuto disegnava al suolo un perfetto quadrilatero, la originaria Roma Quadrata appariva ora nelle sue linee essenziali in cima al colle Palatino. Dietro di lui, ma ad una certa distanza, alcuni uomini del villaggio incaricati, allargavano il solco, lo bagnavano con acqua e ponevano pietre di rinforzo su quello che sarebbe stato poi chiamato il Pomerium , le sacre mura che delimitavano e difendevano la città.
Ogni tanto Romolo si arrestava e alzava l’aratro, poi poneva nel terreno una grossa pietra a fondamento di quella che sarebbe divenuta la porta di accesso alla città, di due di esse si tramandano ancora i nomi: porta Mugonia e porta Romanula.
Terminato il suo percorso, finalmente Romolo si fermò. Intanto gli si era assiepata attorno una gran folla di abitanti del villaggio, mentre suo fratello Remo si era nel frattempo sfilato via ed era scomparso in mezzo alla calca presente. In quel medesimo luogo Romolo fece il sacrificio del toro e della vacca alle divinità di Marte, Giove Feretrio e Vesta. Il rituale era così concluso.
La folla convenuta scemava lentamente mentre al tramonto del sole si accendevano i falò per la festa dei Palilia.
Era quella dei Palilia il capodanno pastorale e la festa più sentita dalla comunità presente sul Palatino. Dedicata al dio Pales, genio femminile e protettrice dei pastori e del bestiame. Si invocava questa divinità perché assicurasse prosperità e fecondità al bestiame, perché lo tenesse lontano dalle malattie e dalle pestilenze e i pascoli fossero abbondanti.
Romolo, intanto, circondato dalla gran moltitudine presente si trovò quasi trascinato a seguire il flusso della gente che lo conduceva verso il vicino promontorio del mons Germalus , la cui altura degradava dolcemente verso il fiume Tevere che gli scorreva accanto. Calava la notte e la collina del Palatino era tutta illuminata dai tanti falò accesi per la festa dei Palilia . Attorno a mucchi di paglia o di fieno, disposti in file, venivano condotti i capi di allevamento, buoi, capre e pecore, seguiti dai pastori che procedevano saltando accanto ai fuochi accesi. Gli stessi pastori, poi, spruzzavano d’acqua il gregge con rametti e fronde odorose, mentre le donne presenti bruciavano nei falò rami d’olivo e foglie di lauro. Venivano offerte al dio Pales latte di capra e focacce di miglio. La grande preghiera corale concludeva la festa, Romolo stesso, rivolto verso oriente, la recitò quattro volte secondo il rito, in essa si domandava perdono a Pales per le infrazioni commesse dai pastori o dai loro greggi e se ne chiedeva l’intervento per placare le divinità dei boschi e delle fonti.
753°a.C. sera: sogno e profezia.
La notte era ormai scesa sul colle Palatino e Romolo sedeva all’aperto all’ingresso della sua capanna a poca distanza dal grande fuoco acceso al centro del villaggio. Il suo sguardo scrutava rapito il silenzioso cielo notturno tutto trapuntato di stelle e ripensava a quella cruciale giornata appena trascorsa.
Romolo era ben consapevole di avere ormai vista riconosciuta la sua posizione di guida spirituale e di governo sulla comunità del Palatino, ma ora lo attendeva la nuova sfida di allargare il confine di influenza e di potere sul territorio sottostante e concordare i nuovi rapporti di forze con la lega e i villaggi del Septimontium. L’ansia del futuro tuttavia non lo prendeva, infatti Giove stesso lo aveva scelto e investito del potere sacrale e regale. Era re e augure, socchiuse gli occhi e in una visione sognante vide apparire tre figure che si succedevano e quasi si rincorrevano nel suo pensiero, suscitando emozione e stupore insieme… la lupa…la folgore tonante e l’aquila.
Riaperti infine gli occhi, Romolo, raccolse con uno sguardo d’insieme le povere casupole e abitazioni dei pastori e a fior di labbra pronunziò la sua profezia sulla città: “…O lupa fiera e superba, continua a nutrire col latte materno questi tuoi figli…continua a difendere la sacra progenie di questo popolo nuovo che hai partorito…O folgore di Giove che improvvisa ti abbatti, consumando empi e nemici. Così sempre sarà per quanti marceranno in armi contro Roma, saranno bruciati e distrutti dal fuoco vendicatore di Giove Feretrio…O aquila regale, che con le possenti ali superi e percorri spazi immensi e dall’alto regni su monti, laghi, pianure, fiumi e mari…tale sarà il dominio di Roma, vessillo imperituro di gloria e di vittoria…”. Solo dopo aver pronunciato il suo oracolo, Romolo rientrò nella sua capanna e si addormentò subito sazio di quanto aveva fatto e vissuto in quell’unica e grande giornata in cui Roma era nata. Il giorno dopo il sole sarebbe sorto ancora ad illuminare il colle del Palatino per un nuovo e straordinario inizio.
alme Sol, curru nitido diem qui
promis et celas aliusque et idem
nasceris, possis nihil urbe Roma
visere maius…
«O Sole fonte di vita, che con il carro splendente mostri e nascondi il giorno, e che sempre vecchio e nuovo risorgi, che tu non possa mai vedere nulla di più grande della città di Roma.»
(Carmen Saeculare) Quinto Orazio Flacco.
L'aurora della città di Roma testo di Gioneri