Quanti angeli possono danzare sulla capocchia di uno
spillo?
E se Jade Durden non fosse morto e si fosse trovato a dover fare i con
una delle sue vittime?
“Commetti un crimine e il mondo si farà di vetro……”
( cit)
È sera, piove leggermente.
Jade è tornato a vivere nell’unica casa che gli era rimasta, dopo aver scontato la sua pena in carcere.
Le altre due ville erano state vendute per far fronte alle spese.
Ora gli rimangono 6 anni sotto stretta sorveglianza.
E’ rimasto un enigma, un’incognita per i dottori che avevano parlato con lui in quei 20 anni.
Non ha mai dato spiegazioni, scuse, confessioni.
Aveva solo rigato dritto e pagato un bel po' di soldi per tenersi la pelle attaccata alle ossa.
La casa è silenziosa, quasi troppo:
un silenzio che amplifica ogni scricchiolio.
Jade si guarda attorno.
Un arredamento vecchio di 20 anni coperto di polvere.
Si siede sopra una sedia .
A parte la luce della luna che innonda il salone, la casa è immersa nel buio.
Sua madre è morta 5 anni prima.
Il cancro l’aveva aggredita consumandola insieme al dolore senza fondo per quel suo unico figlio.
Annunciandogli la notizia , il suo patrigno concluse:
“L’hai ammazzata brutto bastardo , che tu possa patire le pene dell’inferno….”.
Quella notizia, la sparizione dell’unica persona su cui poteva contare, gli fece sentire il primo CLICK degli ultimi 20 anni nella testa .
Ora è veramente solo.
Contro il mondo che lo odiava.
Era la consapevolezza a essersi presentata alla sua porta per la prima volta.
Una merce che aveva lasciato chiusa in soffitta per decenni.
Aveva smesso con le droghe e passava qualche ora al giorno a dare lezioni di chitarra ad alcuni detenuti.
Il suo avvocato si era premurato di avvertire il direttore della prigione di non far trapelare la notizia che sarebbe stato rilasciato, ma nell’epoca di internet era pressochè impossibile.
Per fortuna nessuno conosceva l’abitazione dove era appena entrato.
O questo lo pensava lui.
Stava per alzarsi , quando sentì tre colpi alla porta.
Secchi, decisi.
Rimane immobile.
Un lieve terrore gli attraversa il corpo.
Non esistono più amici nella sua vita.
Solo fans dementi ormai datati e nemici.
Va alla porta con cautela, guardando dallo spioncino.
E’una ragazza in piedi sotto la pioggia, cappuccio alzato.
Giovane, forse venticinque anni.
Sembra tremare leggermente.
“Chi è?”, le domanda Jade.
“Mi chiamo Mira.
Sono… una fan.
Ho saputo che sei tornato qui.
Posso parlarti?
Solo un minuto.”
Jade esita.
L’idea che qualcuno possa ancora definirsi “fan” lo colpisce in modo strano.
Dopo la morte di sua madre non aveva più voluto ricevere nessuno di loro e buttava nella spazzatura le lettere che riceveva.
Apre la porta di pochi centimetri.
Mira sorride timidamente.
Si stringe nel cappotto, bagnata.
Accenna un sorriso.
Sembra innocua.
“Lo so, è strano.
Ma… la tua musica mi ha accompagnata per anni”, dice Mira, “ Ti ho cercato quando ho saputo che sei stato rilasciato…..”.
Jade apre la porta quel tanto che basta per lasciarla entrare.
La ragazza oltrepassa la soglia e guarda la stanza come se stesse osservando un luogo sacro e maledetto allo stesso tempo.
Lo osserva.
Non è più quel ragazzo attraente di parecchi anni prima.
Ha 52 anni, e sarebbe un uomo affascinante, un bell’uomo , se la sua vita fosse andata diversamente.
Ha provveduto a rimettersi un po' in sesto negli ultimi 5 anni , partendo dai denti che si erano guastati e si è fatto tingere i capelli un tempo corvini.
L’unica cosa che è rimasta invariata in quel viso che dimostra più anni della sua effettiva età sono gli occhi.
Profondi, scuri, indagatori.
Freddi.
“Scusa se arrivo così”, dice Mira, “...senza avvisare.
Volevo solo… vedere che tipo di persona fossi davvero.”
Jade la guarda e non dice nulla.
E’ diffidente.
20 anni in una vasca piena di squali l’hanno fatto vivere sul chi va là.
Infatti, qualcosa in lei non torna, pensa.
Troppo calma.
Troppo sicura.
Le sue fans avevano un che di isterico, fastidioso.
Gridolini, sorrisi idioti, il passare da una gamba all’altra come se fossero bloccate sulle braci roventi.
La ragazza si avvicina lentamente al tavolo.
Appoggia qualcosa.
E’ una vecchia fotografia.
Non si vede bene, solo due figure sfocate.
Jade la riconosce subito.
Kira.
La sua compare di bagordi e complice nei suoi crimini.
Il cuore gli cade nello stomaco.
Mira alza lo sguardo.
Il suo sorriso gentile si spegne, lasciando spazio a un’espressione di furore .
“Non sono qui perché sono una fan.
Non sono una tua fan”.
Le ultime due parole sono dure come macigni.
Fa un passo avanti, entrando nella luce della lampada.
I suoi occhi ora sono freddi, lucidi.
“Io sono una delle conseguenze delle tue azioni”, e pronuncia con durezza la parola “conseguenze”.
Una bomba pare esplodere dentro la testa di Jade e tutto quello che è successo nel passato, le sue azioni, le sue frasi vengono vomitate fuori dall’angolo del suo cervello dove le aveva rinchiuse a chiave.
“Non ti ricordi di me… vero?
Ero una bambina….ma io ricordo benissimo te.”
Jade fa un passo indietro, come se avesse paura che in quella mano dentro una tasca ci fosse un coltello da piantargli nel cuore.
La stanza sembra restringersi.
L’aria si fa pesante.
La ragazza continua:
“Volevo guardarti in faccia.
Volevo vedere se eri cambiato.
Se il tempo che hai passato là dentro ti ha lasciato qualcosa.
Se senti… qualcosa per quello che hai fatto a me ...e a tante altre.…”.
Jade apre la bocca, ma non esce alcun suono.
Mira non perde il controllo.
“Si sei cambiato.
Il tuo aspetto è cambiato.
Non sei più quell’uomo affascinante che poteva controllare milioni di fans….sei un vecchio...dentro e fuori….”.
È questa ultima frase fu come se Mira gli avesse davvero sferrato una coltellata.
Il riflesso della sua immagine lo perseguitava ogni giorno, molto più della sua coscienza.
Sin da adolescente si era abituato agli sguardi ammirati della gente di fronte a quel ragazzo da profondi occhi scuri e capelli nerissimi che gli scendevano oltre le spalle.
Sembrava uscito da un dipinto.
E il crescere aveva aggiunto una bellezza incredibilmente virile al suo viso, che attirava le donne dai 12 anni in su.
Ora era solo un uomo di mezza età consumato nel corpo e nella mente.
“Io non sono qui per vendicarmi.
Non sono qui per perdonarti.
Sono qui perché tu ricordi.”
Si dirige verso l’uscita.
Prima di uscire si volta di nuovo.
“Da oggi… ogni volta che aprirai una porta, penserai a me.”
Poi la chiude lentamente.
Jade rimane lì, immobile, con il respiro bloccato, sapendo che la vera condanna è appena cominciata.
Dopo che Mira se ne va, Jade ritorna a sedersi sulla sedia, la fotografia ancora tra le mani.
La pioggia batte contro le finestre, e la luce dei lampioni all’esterno crea riflessi tremolanti.
Il silenzio è quasi insopportabile.
Jade comincia a parlare tra sé e sé, più un monologo interiore che una conversazione:
“Non… non è tutta colpa mia… ho avuto… ho avuto problemi… situazioni che… che mi hanno spinto… non era come se… non sapevo… non pensavo che… non era… così semplice.”
Si alza e cammina avanti e indietro nella stanza.
Ogni frase è una giustificazione fragile, una parola spezzata nel tentativo di alleviare il peso dentro di sé.
Si siede di nuovo, la testa tra le mani.
Le sue giustificazioni iniziano a suonare vuote anche a lui, ma non riesce a fermarle.
È come se cercasse disperatamente un muro a cui aggrapparsi per non crollare completamente.
Nel silenzio della stanza, però, il senso di colpa non svanisce.
Mira non è più lì, ma la sua presenza aleggia come un’ombra che Jade non può ignorare.
Le giustificazioni non cancellano le immagini, il peso, il dolore:
tutto riaffiora ogni volta che chiude gli occhi.
Dopo una settimana la scena si ripete.
Stessa pioggia, stessa ora, stessa ragazza.
Jade apre la porta , come se sapesse già chi ci troverà davanti.
Potrebbe far finta di non essere in casa, ma ormai lo sente come parte della sua espiazione.
Mira è ancora lì, bagnata dalla pioggia, occhi fissi su di lui.
La luce del lampione illumina a malapena i loro volti.
Daniel inspira profondamente, cercando di trovare le parole, e inizia a parlare, quasi a giustificarsi:
“Io… io so che quello che ho fatto… è sbagliato.
Lo so… lo so davvero.
Ma… ci sono state… circostanze… cose che mi hanno spinto… non era così semplice… non era solo una scelta.”
Mira lo guarda in silenzio.
I suoi occhi sono freddi, attenti.
Continua, con voce che trema, mentre il peso del rimorso si scontra con la sua necessità di trovare scuse:
“Non pensavo… non pensavo davvero a quello che stavo facendo…
Ero perso… avevo problemi… non riuscivo a controllarmi… non volevo… non volevo davvero fare male a nessuno… io… io non… io non ero cattivo… non del tutto… ero solo… sbagliato… fragile…”
Mira inclina leggermente la testa, il silenzio è pesante.
“Forse… forse se qualcuno mi avesse capito, se qualcuno fosse stato lì per me… tutto questo… non sarebbe successo… io… io non volevo farlo… davvero… non volevo…”
Le sue parole iniziano a vacillare, il tremore nella voce diventa evidente.
Mira rimane immobile, senza rispondere.
La pioggia batte contro il marciapiede e contro la porta, facendo da eco alle parole di Jade.
“Ti giuro… non volevo… non volevo davvero… io… non posso tornare indietro… lo so… ma… io sono cambiato….ho capito….”
Mira allora lo fissa intensamente, e con voce calma ma tagliente come un coltello:
“Non importa quello che dicevi a te stesso, Jade.
Non importa le tue scuse… quello che hai fatto è qui, dentro le vite che hai rovinato.
E io ne faccio parte.
Ogni volta che proverai a giustificarti, io sarò qui a ricordartelo.”
Esattamente come la volta precedente Mira si volta e se ne va, lasciando Jade fermo alla porta, con la pioggia che gli bagna il volto e le sue scuse che svaniscono nel silenzio della notte.
È qualche giorno dopo. Daniel è seduto nella sua cucina, il viso stanco e le mani che tremano leggermente.
La pioggia continua a cadere fuori, come se il mondo intero ricordasse il suo passato.
Credeva di essersi rimesso in sesto fisicamente dopo 5 anni di astinenza, ma non può ingannare lo specchio .
Il riflesso è ciò che è dentro.
Un bussare deciso alla porta.
Jade sospira, sapendo chi è.
E’ la condanna che deve scontare e l’accetta.
“Cosa… vuoi adesso?”, domanda sfinito.
Mira entra senza invito, sicura, ferma.
Non sorride.
Porta con sé un piccolo quaderno, le pagine piegate, logore.
“Ho pensato molto a cosa dirti, Jade.
E ho deciso di mostrartelo.”
Apre il quaderno e lo poggia sul tavolo.
Dentro ci sono messaggi, disegni, lettere di persone toccate dalle sue azioni, simboli della sofferenza che ha causato.
Alcuni sono poetici, altri crudi, altri pieni di rabbia e dolore.
Jade si piega in avanti, gli occhi che scorrono le pagine.
“Non dire nulla.
Non c’è ‘non volevo’ che possa cambiare quello che hai fatto.
Ogni pagina qui… è una vita.
Una voce.
E io… io rappresento tutte quelle voci che ti hanno seguito anche quando eri libero.”
“Ho sofferto anche io…..ho passato anni a….”.
Mira lo interrompe:
“Non me ne frega un cazzo della tua sofferenza…
La tua sofferenza non ripaga nulla.
Non cancella.
Non ripara.
Non cambia le cose.
Non puoi comprare tempo, non puoi comprare redenzione… non qui, non con me.
Con nessuno.”
Jade rimane immobile, incapace di parlare.
Mira si avvicina, lo fissa negli occhi.
“Ogni volta che proverai a giustificarti, ricorda questo momento.
Non ci saranno scuse.
Solo la responsabilità, Jade.
Solo quella.”
Si volta e lascia la cucina.
Daniel rimane seduto, fissando il quaderno aperto,
Il quaderno lasciato da Mira è ancora sul tavolo, aperto sulla stessa pagina da giorni.
Non lo ha toccato, ma non riesce neppure a chiuderlo.
La pioggia è cessata, ma il silenzio è più pesante dell’acqua.
Jade è seduto, la schiena curva, le mani intrecciate.
Ha passato giorni a rimuginare.
Occhiaie profonde, barba incolta.
Un altro bussare.
Volta la testa
Si avvicina alla porta, apre lentamente.
Mira è lì.
“…non pensavo saresti tornata.”
“Non sono qui per te.
Sono qui per… ciò che rappresenti.”
Entra.
Jade non dice nulla.
“L’hai letto?”, gli chiede
“Non… non ci riesco.
Ogni volta che guardo una pagina… sento come se mi mancasse l’aria.
Non posso cambiare il passato, ma posso… posso fare qualcosa ora.
Dimmi cosa devo fare?”
Mira lo osserva.
“Tu vuoi una lista di azioni per lavarti la coscienza.
Una ricetta per sentirti meglio.”
“Non voglio sentirmi meglio.
Voglio… smettere di sentirmi… inutile.”
“Nessuno può dirti come espiare.
Nessuno può darti il perdono.
Nessuno può dirti ‘ora basta’.
Questa è la tua condanna.”
Jade la guarda.
“Ma allora… perché sei tornata?”
Mira si alza, si avvicina.
È a un passo da lui, la sua voce è bassa.
“Per dirti questo:
non c’è redenzione senza verità.
E tu ancora non l’hai guardata in faccia.”
Jade si sente il fiato mancare.
Mira tira fuori una piccola busta dalla tasca.
La mette sul tavolo.
“Qui dentro c’è quello che devi leggere.
Non per farti male.
Non per punirti.
Perché la verità non detta… che ti sta mangiando.”
Lui la guarda.
Mira si dirige verso la porta, si ferma sulla soglia.
Senza voltarsi, dice:
“Quando avrai la forza di aprirla… allora potremo parlare.
Solo allora.”
Chiude la porta dietro di sé.
Jade tocca appena il bordo della busta con un dito.
La casa è silenziosa.
E’seduto da ore allo stesso modo in cui è rimasto dopo che Mira se n’è andata:
immobile, le mani sulle ginocchia, lo sguardo vuoto.
La busta è lì davanti a lui, sul tavolo.
Bianca, semplice, piegata ai bordi.
Piccola, ma pesante come una pietra.
Jade inspira profondamente.
Appoggia le dita sul lato della busta.
Le ritrae.
Le riappoggia.
Le ritrae di nuovo.
La paura è quasi fisica.
Era rimasta intatta sino al giorno dopo quando gli venne un’dea assurda.
Provare a contattare Pete il ragazzo con cui aveva fondato gli Helter Skelter.
Era riuscito a trovare il suo numero di telefono per caso.
“Si?”, sentì dall’altra parte.
Ne riconobbe la voce e gli vennero le vertigini.
Gli ritornarono in mente immagini di 25 anni prima.
La folla, i concerti, le risate.
Rimase come bloccato.
“Si?”, ripetè Pete, “Chi è?”.
Un’altra manciata di secondi, poi:
“Sono io….Pete….”.
“Io chi?”, una pausa,”Porca troia….non può essere….”.
“Sono io…”.
“Jade…”, non sapeva che dire.
Mai avrebbe pensato di risentirne la voce.
“Sapevo che eri uscito….”, aggiunse.
“Già….ho altre 6 anni di libertà vigilata….”.
Pete era come imbarazzato, infastidito.
“Che cosa vuoi?”.
“...Niente...solo risentire una voce familiare….”.
“Ok…”.
“Mi dispiace Pete….”.
“Non sono io quello a cui devi chiedere scusa….”.
“Lo so….ma volevo iniziare da te….mi risulta più facile….”.
“Ok….”.
“Gli altri come stanno?”.
“Bene….Mik si è sposato e Crane aspetta il suo secondo figlio…”.
“Ok…..e tu?”.
“A posto...anche io sono sposato e ho un figlio….”.
Un silenzio imbarazzante cadde tra di loro.
“Lo sai qual’è la cosa assurda?”, gli disse Pete.
“No…”.
“E’ che io non ti odio….perchè sopra a tutto continuo ad avere le immagini di noi che ci divertivamo come pazzi...le risate….ed è solo questo che pare rimasto nella mia memoria….
Jade...perchè?
Perchè quelle cose?”.
A quella domanda non aveva mai risposto.
“Perchè ero diventato malvagio…..e mi risulta ancora difficile capire come c’ero arrivato….”.
“Che fai ora?
Dove sei?”.
Glielo disse.
“Non faccio nulla…..ma ho incontrato una persona….”.
“Chi?”.
“Si chiama Mira….”.
“E’ qualcuno che hai conosciuto di recente?
Non ho mai sentito questo nome….”.
“Era….era una delle mie vittime….”.
A Pete gli si gelò il sangue nel sentirglielo dire.
“E dove cazzo l’hai pescata?”.
“E’ venuta lei da me…..”.
“A fare cosa?”, la sua voce si alzò di un tono.
“A farmi scontare tutto quello che ho fatto….”.
“Commetti un crimine e il mondo per i malvagi diventerà di vetro……”, osservò l’amico.
“Già Pete...è così….non esiste un posto al mondo in cui posso nascondermi….da me stesso…”, si accese una sigaretta, “Ti va di vederci?”.
“No”.
L’altro non disse nulla.
“Mi spiace ma sei tutto ciò che farei a pezzi se potessi averlo tra le mani...soprattutto ora che ho un figlio…”.
“Capisco….”.
“E’ così Jade...e a parte quei balordi dei tuoi fans….sei solo un qualcosa di marcio che si trascina per il mondo per la gente che sa chi sei….e per chi verrà a saperlo...”.
“Lo so”.
“Ok...addio Jade”.
“Addio Pete….mi spiace..”.
“Anche a me Jade….eri l’amico più prezioso che avevo...molto tempo fa….”.
Poi la telefonata si interruppe.
Si accorse che era ancora capace di piangere.
“Basta scappare….”, si disse a voce alta.
Con un gesto lento, spezzò la linguetta della busta.
Laprì.
Dentro c’è una sola pagina.
Piegata in quattro.
Le mani tremano.
La pagina non contiene accuse, non contiene odio, non contiene ingiurie.
Solo una testimonianza.
Una semplice, devastante testimonianza scritta da una persona che ha vissuto ciò che lui ha causato.
Non descrive atti.
Non descrive dettagli.
Descrive il dopo.
Descrive l’incapacità di fidarsi degli altri….gli incubi…...le giornate perse a cercare di non pensare... i sorrisi che non tornano più….la vergogna che non appartiene a loro, ma che portano sulla pelle come un marchio a fuoco...il bisogno disperato di ricostruirsi.
La pagina termina con una frase sola
“Tu hai continuato a vivere.
Noi siamo morti dentro ….”
Jade resta immobile
La gola gli si chiude.
Le sue mani stringono la pagina.
Mi dispiace…
Mi dispiace…
E’ una frase che nessuno gli ha mai sentito pronunciare.
Cade in ginocchio accanto al tavolo, la pagina ancora tra le dita.
È nudo davanti alla verità.
La luce grigia del mattino filtra attraverso le tende, spenta e silenziosa.
Daniel è ancora sul pavimento, seduto contro il muro, con la pagina aperta accanto a lui.
Non ha dormito.
Gli occhi sono arrossati, il viso segnato.
Silenzio.
Poi, un bussare.
Non forte.
Non violento.
Jade non si muove subito.
Sembra aver paura perfino di respirare.
Dopo un lungo istante, si alza lentamente e va verso la porta.
Apre.
Mira è lì, in piedi, stanca , come se non avesse dormito molto nemmeno lei.
Non sorride, ma i suoi occhi non hanno più quella durezza impenetrabile.
Non è venuta per giudicare.
È venuta per vedere.
Mira osserva Jade in silenzio per un attimo.
Poi sposta lo sguardo oltre lui, verso la busta aperta sul tavolo e la pagina distesa.
I suoi occhi si fermano su quella pagina.
Capisce.
“L’hai letta.”, dice soltanto quasi sottovoce.
Jade annuisce appena, incapace di reggere il suo sguardo.
“Sì.”
Mira entra.
Chiude la porta piano.
Avanza verso la pagina, la sfiora con le dita.
Non dice nulla.
Jade la osserva respirare, osserva il suo silenzio .
“Non… non ho scuse.
Non ce ne sono.
L’ho capito davvero solo adesso.
Ho passato anni a cercare modi per… spiegare, attenuare…
Ma quando ho letto… non c’era più niente da dire.”
Si ferma.
“Quella frase…
‘Tu hai continuato a vivere...io sono morta dentro….
Mi ha…
Mi ha spezzato.”
Mira lo fissa.
“Era questo che dovevi vedere.
Il dopo.
Il dopo che resta attaccato alle persone.”
“Mi dispiace.
Non come scusa.
Non come richiesta.
Mi dispiace perché… finalmente capisco cosa ho fatto.
E non so come convivere con questo.”
“Quanti angeli possono danzare sulla testa di uno spillo?”, gli chiese a bruciapelo.
Lui la guardò con aria interrogativa.
L’aveva preso alla sprovvista.
“Non capisco….”.
“Questa frase così come il tuo dispiacere hanno lo stesso valore….lo stesso senso,,,”, fece una pausa, “Nessuno, perché non rimedierà a nulla….”.
Non gli toglieva gli occhi d’addosso.
“Tu non otterrai mai ciò che cerchi da me….né pace, né assoluzione.
Ma una cosa sì.
Posso darti la verità.”
Jade alza lo sguardo, tremante.
“Il tuo cambiamento non serve a me.
Serve a chi incontrerai.
Serve per evitare che il dolore continui a muoversi attraverso te.
Serve a fermare la catena.
Se vuoi espiare… non guardare me.
Guarda avanti.”
Jade inspira, come se quelle parole fossero aria dopo anni sott’acqua.
“Questo è un addio mister Jade Darden.
Come un angelo della morte mi sono posata sopra di te e ora me ne vado.
Ma ora so… che hai letto.
E che hai visto.”
Silenzio.
“E questo… basta?”
Mira scuote la testa, lentamente.
“No.
Non basta.
E’ solo l’inizio.”
Si alza, prende la pagina e la ripone con cura dentro la busta.
Si volta verso di lui per un ultimo sguardo.
Apre la porta.
La luce dell’alba la avvolge mentre esce.
Jade rimane immobile, guardando la porta semiaperta, poi la busta sul tavolo.
Non c’è più rabbia in lui.
Non ci sono più giustificazioni.
C’è solo un peso nuovo… e un primo passo.
La luce entra dalla finestra in un taglio caldo, diverso dalle notti di pioggia che hanno segnato i giorni precedenti.
Jade è seduto al tavolo.
La busta è davanti a lui, ma non la stringe più come un peso:
la guarda come si guarda una strada che fa paura, ma che bisogna percorrere.
Jade esce di casa.
Non ci sono più pioggia, ombre o lampioni inquieti.
C’è solo una strada normale, con gente che passa senza guardarlo.
Tiene la cartellina sotto il braccio.
Sarebbe stato bello se la storia fosse finita così.
Ma non lo sarebbe stata nemmeno se lui non fosse stato ammazzato e fosse uscito di prigione.
Non si sarebbe pentito, solo ancora più irritato per essere stato scoperto e per il fatto che qualcuno avesse impedito a Ian Watkins di fare ciò che voleva.
Dicono che nessuno nasce malvagio, io non lo credo, ci sono persone che ereditano la malvagità come si ereditano gli occhi azzurri o i capelli castani, il che non è affatto una scusante per le loro azioni, ma una semplice presa d’atto che anche la natura fallisce e può creare qualcosa di storto e malato.
Sta a noi impedire a questa gente di danneggiare il prossimo.
Quanti angeli possono danzare sulla capocchia..... testo di Leyla Khaled