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Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
L’uomo scende a Termini sotto una pioggia che non consola nessuno.
Roma non lo accoglie. Lo tollera. Gli scivola addosso come un giudice stanco dalle troppe sentenze. Ha il telefono spento, lo zaino bagnato che pesa più del dovuto. Dentro non ci sono vestiti, ci sono decisioni prese male. Cammina lungo Via Nomentana senza sapere esattamente perché. Ogni donna che gli passa accanto potrebbe essere lei. Non lo è mai. Ogni riflesso in una vetrina gli restituisce un uomo che ha mollato una casa calda per inseguire una voce.
Entra in un bar quasi vuoto. Odore di caffè bruciato e tanta umidità.
Il barista lo guarda troppo a lungo. Poi gli mette davanti un orologio da taschino.
«È passata. Ha lasciato questo.»
L’orologio non ha numeri. Al loro posto c’è una mappa di Roma. Un punto segnato ai margini della città. Un ex convento. Sembra una presa per il culo. Lui ride piano. Ha lasciato moglie e figli per molto meno. Ormai tanto vale finire il giro.
Il convento è spoglio, intonaco scrostato, finestre rotte. Non c’è nulla di magico. Solo freddo.
Sale una scala che sembra portare in basso. I corridoi restituiscono echi di frasi che conosce a memoria. Promesse sussurrate come fossero eterne. Stronzate, in realtà.
In una stanza illuminata da una lampadina nuda c’è un uomo seduto.
Ha il suo stesso volto. Solo più scavato. Più sincero. Forse più invecchiato.
Sta fumando.
«Ancora qui?» dice senza guardarlo. «Non ti sei stancato di inseguire fantasmi?»
L’uomo resta in piedi. Si sente il cuore battere male, come un tamburo fuori tempo. Le pillole della giornata girano nel sangue come piccoli carcerieri chimici.
«Pensavo…» prova.
«Pensavi che fosse diverso.»
L’altro sorride senza allegria. «Hai lasciato una casa per un’idea. L’idea di sentirti vivo. Non lei. L’idea.»
Silenzio.
«L’amore è chimica con una buona campagna pubblicitaria» continua il doppio. «Serve a non sentire l’odore della fine. Lei non ti ha chiamato. Ti ha solo lasciato uno specchio. E tu sei venuto a guardarti.»
Dalla stanza accanto arriva una voce. La sua voce. O qualcosa che le somiglia. Ripete frasi dolci, addii costruiti bene. Sembrano registrati. Sembrano vuoti.
«Se apri quella porta» dice il cinico «trovi un proiettore e niente altro.»
L’uomo guarda la porta.
Poi guarda l’altro sé.
Non ha più l’età per certi drammi. Non ha più il fiato per correre dietro a un’ombra. Si sfila lo zaino e lo lascia cadere. Il tonfo è breve, definitivo.
Si siede accanto al suo doppio.
«Hai una sigaretta?» chiede.
Il pacchetto passa di mano in mano. Il fumo riempie la stanza.
Due uomini identici, due errori identici.
«Era un bel sogno» mormora lui.
«I sogni servono a questo» risponde l’altro. «Ti tengono in piedi finché non capisci che stai camminando nel vuoto.»
L’orologio da tasca, appoggiato sul pavimento, continua a ticchettare. Non all’indietro. Non in avanti. Solo ticchetta. Come un cuore che non ha ancora deciso se fermarsi.
Dalla stanza accanto, la voce dell'ologramma si alza un’ultima volta, gracchiando leggermente come un vecchio vinile usurato.
«Non cercarmi tra queste strade, Peppe, perché non sono mai stata qui.
Hai scambiato la tua noia per passione e il mio silenzio per un invito. Mi hai inventata come si inventa un personaggio in un racconto, e ora ti lamenti che il personaggio ha smesso di recitare. Torna a casa, o resta qui a diventare ombra. Io non sono il tuo approdo, sono solo il pretesto che hai usato per scappare da te stesso.»
L’uomo aspira l’ultimo tiro della sigaretta. Sente il fumo scendere giù, denso, reale, a differenza di quelle parole. Guarda il suo doppio e vede che anche lui ha smesso di ascoltare. La voce nell'altra stanza continua a girare a vuoto, ripetendo quel «per scappare da te stesso» finché non diventa solo un ronzio indistinto.
L'uomo schiaccia il mozzicone a terra con la punta della scarpa come si fà con gli insetti.
«Aveva ragione su una cosa» dice piano, guardando la lampada nuda.
«Quale?» chiede il cinico.
«Che il fumo, almeno, non mente mai.»
Fuori, su via Nomentana, la pioggia di Roma continua a cadere, indifferente a chi resta e a chi se ne va.-