“Fuori servizio”
Il foglietto davanti ai miei occhi mi stava gentilmente informando che l’ascensore era guasto e che dovevo farmi 10 piani a piedi; merda! Mi appoggiai all’inizio della ringhiera e guardai sconsolato in alto la tromba delle scale: era lunghissima. Il primo passo fu talmente incerto quasi da convincermi a tornare indietro, tornare a casa. Ma cosa ci facevo io li? Più ci pensavo e più mi convincevo che era tutta una perdita di tempo, che io ero forte, che potevo riuscirci da solo. Nonostante questi pensieri però riuscivo a sentire perfettamente il rumore dei piedi che picchiavano sui gradini delle scale, le gambe andavano e mi portavano sempre più su.
Le scale erano di marmo bianco e, forse proprio per il materiale con cui erano fatte, trasmettevano una strana sensazione di freddo che mi metteva a disagio. Sembrava quasi potessero riuscire a congelare tutto ciò che di vivo si trovava li intorno; stavo ben attento a non toccarle. Salendo non potei fare a meno di notare che il muro, a differenza di tutto il resto dell’edificio, era di un bianco sporco, quasi vecchio. In alcuni punti era scrostato e non so perchè ma la prima idea che mi saltò in mente fu che il muro fosse li già molto prima di tutto il resto del palazzo, come se fosse stato costruito prima il muro e poi intorno tutto l’edificio; roba da pazzi, vero?
Continuai a salire sempre in un silenzio rotto solo dal lieve rumore delle mie scarpe sul marmo. A dispetto dell’impressione che avevo avuto all’inzio mi accorsi che quell’edificio non era poi molto grande. Ogni piano consisteva solamente in uno stretto ma lungo corridoio con ad entrambi i lati semplici porte di legno, chiuse. Alle pareti foto di volti sconosciuti, sorridenti. Felici, almeno apparentemente. Volti di persone che, forse, hanno potuto semplicemente parlare senza rischiare di ferire qualcuno. In quella lenta scalata verso il decimo piano le domande che mi affollavano la testa erano molte e la sete di risposte mi bruciava il cuore. Nonostante tutto, dopo un po’, arrivai. A quanto pareva, il decimo, era l’ultimo piano (o forse lo era semplicemente per me, chissà). Dalle scale si accedeva ad una stanza enorme, bianca e, a differenza delle altre, spoglia. C’era solo una porta, uguale alle altre che avevo visto di sotto, ma più massiccia, più pesante. Sono sicuro però che non fosse la sola. Sono sicuro che nascoste alla mia vista ce ne fossero tante altre ma che, per qualche ragione a me non nota, non fossero visibili ai miei occhi. Ed allora sentii che dovevo aprirla, quella porta. Sentii che dovevo attraversare proprio quella. E così feci.
Entrai in una stanza uguale a quella dalla quale ero uscito, tanto che restai sorpreso, come convinto di essere rientrato in qualche oscura maniera nella stessa stanza. Abbandonai questo pensiero solo quando finalmente mi accorsi che non ero solo. Al centro erano sedute sei persone su sedie disposte in cerchio e ce n’era una vuota, la mia suppongo. Al centro del cerchio c’era una settima persona. Il loro volto indifferente ed i loro occhi persi mi suggerivano che qualcosa non andava. Perforza, pensai, altrimenti non sarebbero qui. Mi avvicinai al mio posto guardando negli occhi la persona in piedi all’interno del cerchio; riusciva a trasmettermi con il semplice sguardo una strana sensazione, una strana forza. Occhi scuri, forti e decisi. Pensai che fosse stata lei a trascinarmi fin la. Ed improvvisamente capii quali erano le poche e semplici parole che dovevo dire. E le dissi guardando negli occhi la figura in piedi:
“Ciao, mi chiamo Luca, sono dipendente. Credo nell’amore, nella sincerità, nella pace e nella giustizia…”
Perchè ammetterlo è il primo passo per la guarigione.
Untitled testo di SickBoy