Il rivoluzionario dimenticato
IL Segretario Provinciale del Partito era stato chiaro:
- Per essere quasi certamente eletto come deputato parlamentare alle prossime elezioni, ti manca soltanto una cosa: il Certificato di Militanza Rivoluzionaria che attesti la tua partecipazione alla Guerra di Liberazione. Possibile attento come sei che tu non ci abbia pensato prima? -.
Parlava bene quel burocrate, sempre abilissimo a scansare operazioni non idonee a conferirgli lustro e prestigio, due aggettivi essenziali per presentarsi candidato a sua volta, ma nella Direzione Generale del Partito.
Bruno non era come lui; più azione, impegno e cuore all’interno dei Quadri Organizzativi. Probabilmente, se non glielo avessero richiesto, nemmeno si sarebbe candidato. Lui stava bene in quella piccola nicchia fatta d’impegno politico e non chiedeva niente di più. Il partito, nell’ultima consultazione elettorale, aveva ricevuto un brusco ridimensionamento, tale da spezzare ogni illusione legata alla guida del governo nazionale. Le previsioni per le imminenti elezioni non erano buone; diversi autorevoli opinionisti caldeggiavano la presenza di nuovi candidati motivati e inappuntabili, individui la cui fede politica cristallina, sarebbe servita da antidoto, se qualora eletti, fossero stati solleticati da opportunismi, maneggi illeciti e altre porcate simili.
La presenza di una giovane vecchia guardia composta fax uomini che si era battuto per il trionfo rivoluzionario, sarebbe stato il giusto freno all’emorragia di voti temuta.
Bruno era un tipo schivo ma meticoloso e dotato di una grande buona volontà; accettata la candidatura, si sentiva pronto a impegnarsi al massimo per coronarla con un buon successo.
Gli anni della rivoluzione, lo avevano sorpreso ragazzino e alla fine di quel tragico biennio di sangue, Bruno aveva solo quattordici anni. Data la giovane età, era stato impiegato come porta ordini, trasporto spicciolo di viveri, medicinali e munizioni ai combattenti. Il suo fisico ancora gracile e acerbo non avrebbe sopportato niente di più.
Il giovane si trovava su quella costa montana – successivo teatro di scontri violentissimi tra Rivoluzionari e Reazionari – a causa dei bombardamenti che martellavano le città causando un altissimo numero di vittime: la Guerra Civile non era che un sottocapitolo di un conflitto maggiore che da anni straziava l’intero Continente.
Bruno era affidato a una zia. Aveva aderito entusiasticamente alla proposta fattagli da alcuni valligiani confinanti con il podere della zia, divenuti da poco combattenti. I genitori del ragazzo non erano lì per impedire quella scelta: il padre era morto da anni e la madre si trovava in città a lavorare come operaia in una fabbrica adibita all’industria bellica. La donna aveva poco tempo per stare vicino al figlio e la distanza tra la costa montana e la città era ragguardevole.
Il compito propostogli dal Segretario Provinciale era di ottenere questo benedetto Certificato di Militanza Rivoluzionaria, per ottenerlo doveva richiederlo nell’area geografica, dove aveva combattuto, ecco perché aveva preso un giorno di permesso dal lavoro e si accingeva a raggiungere la località che lo aveva visto giovanissimo combattente una trentina d’anni prima.
Bruno apprezzò molto il gesto della moglie Marisa nell’accompagnarlo sino al parcheggio della loro auto.
- Sei proprio sicuro di quello che fai? – chiese la donna con un tono lievemente preoccupato.
- Marisa … ne abbiamo già parlato … gli unici che possono scrivermi il Certificato sono i miei vecchi compagni d’arme d’allora – rispose il marito con un lieve sorriso mentre le prese e strinse con delicatezza la mano.
I due coniugi camminarono una ventina di metri in silenzio sospinti dal freddo vento d’inizio marzo intento a staccare dagli alberi le ultime tenaci foglie risecchite che avevano retto alle intemperie per quasi tutto l’inverno; queste volteggiavano rigirandosi e capovolgendosi prima di toccare il suolo abbandonando irrimediabilmente il cielo grigio e coperto di quella fredda mattina. Sembrava di essere in autunno inoltrato e non prossimi alla primavera. Erano ormai giunti all’automobile quando Marisa esclamò:
- Faccio sempre in tempo ad accompagnarti Bruno, basta che tu lo voglia … le commissioni di oggi posso rimandarle. E’ da tanto che non sali alla Costa … sei tornato solo per i funerali: vent’anni da quello della zia e dieci anni per quello di tua mamma -.
- -Lo so Marisa. Sarà un’esperienza dura, un viaggio non facile nella memoria. Preferisco non coinvolgerti ma conto di essere coccolato da te al mio ritorno. -.
- Bruno … il mio amore per te non finirà mai-.
- Lo dici con un’enfasi da ragazzina!-.
- Forse perché tu mi fai sentire così pasticcione mio -. Terminata la breve risposta Marisa attirò a sé Bruno e lo baciò con passione abbracciandolo.
L’effusione rivitalizzò l’uomo, sino a quel momento piuttosto spento e mesto. Si eresse per tutta la sua modesta statura. Prese la donna in braccio e fece in questo modo un rapido volteggio su se stesso. Pur avendo da poco superato la quarantina, Bruno conservava un invidiabile aspetto giovanile.
– Con un arrivederci del genere mi spiccerò velocemente, risolverò questa pratica e sarò da te. Voglio tutto quello che viene dopo un bacio così-.
Bruno depose la moglie che rideva divertita per la bizzarria inaspettata del compagno, salì in macchina, mise in moto e partì dando un energico colpo di clacson.
- Ti aspetto mio bel patriota. Torna presto! – lo apostrofò in modo scherzoso Marisa.
Superata la prima curva e non vedendo più il cordiale saluto fatto con il braccio dalla sua bella e gaia sposa, il buon umore di Bruno svanì immediatamente.
Si chiese cosa stesse facendo e se quel viaggio fosse proprio indispensabile. Valeva la pena stuzzicare la memoria con quei vecchi fatti, ricchi di eventi dolorosi e drammatici? Per costruire un nuovo futuro, era dunque obbligato a rivivere, sia pur nella memoria, parte del suo passato? Come lo avrebbero accolto e giudicato i suoi compagni dopo oltre trent’anni di reciproco silenzio? Si sarebbero ricordati di lui? Avrebbero riconosciuto in questo quarantenne, l’adolescente loro compagno con il quale avevano diviso lotte, fame e rischi per il bene della nazione, per la libertà?
Dopo alcuni minuti, in cui Bruno non aveva trovato risposta alle prime domande, nella sua mente ne comparvero altre pronte a tormentarlo:
Perché non aveva frequentato i suoi compagni una volta finita e vinta la Guerra Rivoluzionaria? Il suo rientro in città, generato dalla necessità di riprendere gli studi, era stato forse un alibi per prendere distanza da quel singolarissimo e ingombrante passato? Ora sarebbe stato giudicato come un arrivista, intento a cercare una buona sistemazione in Parlamento rispolverando le sue glorie di mezzo guerrigliero?
Stanco di quesiti irrisolvibili, Bruno pensò di prendersi una pausa mentale. Senza distogliere gli occhi dalla strada prese dal cruscotto dell’auto un’audiocassetta e la inserì nel magianastri dell’autoradio.
La nuova discomusic, nata da poco; verso la fine degli anni Settanta, sembrava proprio concepita per scacciare i pensieri. Fece compiere una piccola torsione al collo, rilassò i muscoli delle spalle e si abbandonò al lieve dondolio dovuto agli ammortizzatori delle ruote dell’auto e mentre le morbide e spensierate note musicali, liberavano la sua mente, s’immise nell’autostrada a una velocità sostenuta ma inferiore ai limiti previsti. Bruno era una brava persona attenta alle regole, soprattutto quando non c’era nessuno che potesse controllarlo.
L’ascolto protratto della musica svagò Bruno dai suoi crucci. La sua auto lasciò l’autostrada e imboccò la provinciale che lo avrebbe portato a destinazione. La strada si presentava ai suoi occhi come un lunghissimo rettilineo, quasi infinito, la cui fine era un punto molto distante sul basso orizzonte, dove i monti, appena percettibili univano la pianura al cielo. Il lungo nastro asfaltato era costeggiato su entrambi i lati da risaie simili a specchi acquosi delimitati da strette strisce erbose. L’acqua ferma rifletteva le bassi nubi grigiastre del cielo ferme e in attesa di un refolo di vento che le sospingesse altrove liberando così almeno parzialmente il cielo. Qualche rara cascina in lontananza spezzava la monotonia del paesaggio ma Bruno considerava e percepiva positivamente quel piatto panorama, gli ricordava gli allegri viaggi di quando, prima della guerra, da bambino, si recava con la mamma in villeggiatura. La strada da percorrere per giungere alla casa della zia alla Costa era quella e negli anni non era mutata. Tutto sembrava come allora. Identiche le sensazioni, mancavano delle persone care che lo avevano lasciato presto, troppo presto. Spense l’autoradio deciso a concentrarsi maggiormente sulla strada - ridotta a una sola corsia per senso di marcia - e sulle sensazioni dovute al rivedere dopo tanto tempo, scorci e particolari del paesaggio, cari alla sua memoria che al loro riapparire nel suo campo visivo, illuminavano ricordi per i quali l’affannosa vita quotidiana non permetteva il tempo necessario per bagnarsi in essi, gustandoli come se fossero inediti. Questo caleidoscopio di veloci immagini mutevoli accarezzavano la mente di Bruno conferendogli una struggente nostalgia per ciò che aveva vissuto sino ad allora, ma anche la consapevolezza della propria maturazione personale. Procedendo nel suo tragitto, l’auto attraversò una frazione e un piccolo paese. Quando superò completamente il centro abitato, le risaie erano sparite, al loro posto due filari, di pini altissimi, guarnivano la strada per diversi chilometri. Quando era bambino, d’estate, attraversando questa porzione di percorso, Bruno vedeva nelle piante delle magiche torri verdi, dove immaginari nemici avrebbero potuto sgusciar fuori per un terribile agguato, ma sull’altro lato, dei buoni alleati, sarebbero corsi in suo soccorso. Ora all’autista, il ricordo di questo susseguirsi di luci e ombre lungo il percorso rettilineo, richiamava per analogia, gli anni della Guerra Rivoluzionaria; era impossibile scindere quegli eventi, ma tutti quanti avevano avvicinato la meta agognata; se la fine del percorso compiuto da bambino era l’inizio delle vacanze, così il termine del conflitto armato aveva avuto come epilogo la libertà tanto desiderata. Al termine del tratto alberato, Bruno arrivò in un nuovo paese. Decise di fermarsi. Scese dall’auto. Si stiracchiò e respirò a pieni polmoni quell’aria già più carica d’ossigeno rispetto a quella cittadina. Si concesse un caffè in un bar lì vicino. Rimettendosi in viaggio si accorse che era già a ridosso del basso gruppo collinare coltivato a vigna, le sue montagne erano molto più vicine. La strada smise di essere lineare, iniziarono delle morbide curve, una lieve ma costante pendenza determinò il definitivo abbandono dalla piatta pianura appena percorsa. Superate le colline ecco finalmente l’ingresso nella Valle. Sentendosi circondato dalle montagne, provò una sensazione ambivalente di protezione e soffocamento; Marisa aveva ragione: quel viaggio non era per nulla facile. Bruno provò il desiderio di desistere e tornare a casa, ma la volontà di affrontare questa prova risultò più forte e quindi proseguì.
L’auto superò una nuova curva e poi attraversò una lunga galleria. All’uscita il paesaggio era nuovamente mutato; il lato destro della carreggiata era delimitato da una boscaglia molto fitta e dalla strada ferrata di una ferrovia secondaria, sul lato sinistro ecco un vivace torrente sinuoso che attraversava dei frutteti e qualche casa colonica. La meta era molto vicina, Bruno si sentì pervadere da un fremito. Per cancellare quell’emozione riaccese l’autoradio ma la musica che sentì era decisamente inadatta alle sensazioni provate. Spense subito quell’ inutile riproduttore di suoni. Percorse ancora una decina di chilometri poi una nuova galleria e infine una doppia curva: Bruno fermò l’auto: era arrivato. Davanti a lui poteva vedere a un centinaio di metri la cittadina dove aveva vissuto prima da sfollato e poi da Rivoluzionario. La contemplò con trepidazione chiedendosi perché per così tanti anni si era privato di quella vista così bella e commovente.
Ora la prima cosa da compiere in fretta senza indugi era la visita al cimitero dove erano sepolte la mamma e la zia. Raggiunto in fretta il cimitero e acquistati dei fiori, Bruno si lasciò andare a un silenzioso pianto davanti alle due tombe vicine per qualche minuto. Questo piccolo gesto di pietà lo rasserenò molto. Si congedò dalle due tombe con una preghiera e un “Arrivederci” appena sussurrato. Avviandosi verso l’uscita dal cimitero si trovò davanti al monumento sepolcrale dei Caduti Rivoluzionari. Lo guardò con attenzione e scorse le foto di alcuni combattenti conosciuti e per i quali aveva trasportato ordini e munizioni. Un brivido percorse il suo corpo … ecco lì suoi diversi compagni rivoluzionari caduti prima della vittoria, quando tutto era ancora da compiere e la libertà appariva un obiettivo lontano. Bruno era la prima volta che vedeva il monumento, senz’altro era recente, successivo alla tumulazione della mamma. Peccato non essere salito per la celebrazione inaugurale, del resto lui non ne sapeva niente … nessuno lo aveva avvisato … certo neanche lui aveva mantenuto i contatti ma per una cerimonia del genere, una telefonata per avvisare o una lettera sarebbero state doverose … il Partito era capillarmente presente su tutto il territorio nazionale; una comunicazione gli sarebbe giunta con estrema facilità …. Ecco cos’era: un Rivoluzionario dimenticato, pensò con amarezza. Scuotendo con disapprovazione la testa, Bruno uscì dal cimitero, avvertiva una certa fame, uno spuntino veloce lo avrebbe confortato. Per quanto fosse partito presto, era giunto a destinazione solo a metà mattina, doveva sbrigarsi, il tempo incalzava. Entrò in un bar poco distante e ordinò un panino e una bibita. La barista di spalle, stava armeggiando con la macchina del caffè, sentita l’ordinazione del cliente si voltò, lo guardò con stupita meraviglia ed esclamo in modo gioioso:
- Bruno che cosa ci fai qui? Sarà un secolo! – la donna lasciò il bancone, si diresse verso lo stupefatto avventore, lo abbracciò con trasporto. Accorgendosi che l’uomo era rimasto tra le sue braccia interdetto domandò
- Non mi riconosci? Sono Gemma! -.
A questo punto Bruno riconobbe nella robusta quarantenne che lo teneva avvinghiato a se, la tenera ragazzina compagna d’arme. Gemma, la sua buona amica che con lui portava messaggi e medicine ai Rivoltosi. Era generosa e coraggiosissima la sua coetanea, un esempio per molti.
- Gemma quanti anni! – disse ricambiando finalmente l’abbraccio – Con tutti questi riccioli biondi non ti avevo riconosciuto -.
- Oh questi? Una piccola vanità femminile mio bel cittadino. Ti trovo bene come mai sei qui?-
- Sono venuto per avere il Certificato di Combattente Rivoluzionario!-. Rispose con orgoglio.
- A per questo? E vieni adesso, solo ora? – continuò la donna con tono deluso. Gemma si voltò rapidamente e tornò dietro il bancone.
Bruno era molto imbarazzato: non aveva riconosciuto la prima ragazza per la quale aveva provato amore, poi con quella dichiarazione d’intenti diretta l’aveva raggelata. Cercò di recuperare con il suo miglior sorriso e tentò di lusingare la donna con un piccolo complimento:
- Non ti ho mai ringraziato abbastanza per il tuo buon cuore: in quegli anni duri eri capace di dividere con me la tua razione di pane -.
- Per forza Bruno … lo guardavi con fare languido … ne avevi bisogno … dovevi crescere e crescere in fretta, non sopportavo gli scherzi e le angherie che ti facevano i fratelli Colla -.
- No dai … si divertivano come potevano, lo facevano anche perché mi vedevano sempre in disparte e timoroso -.
- Ah si! Erano terribili! Bravi combattenti ma pessimi compagni, te ne stavi in disparte mio bel Brunetto altrimenti erano scapaccioni che ti arrivavano!-.
- Forse a loro dava fastidio che venissi dalla città! -
L’operazione di Bruno stava riuscendo, spostando il discorso su quelle lontane esperienze, Gemma dimostrava l’entusiasmo giovanile di allora, si chiese se anche la sua amica avesse provato per lui amore, con sincero interesse chiese alla donna della sua vita presente. Fu una domanda infelice, Gemma si rabbuio e disse
- Mi sono sposata ma non ha funzionato … sono divisa e oggi dirigo questo bar. Il mio quasi ex marito è Marietto, ora Funzionario alla Sezione Comunale del Partito, è da lui che devi andare se vuoi il tuo Certificato mio caro Cittadino Rivoluzionario! -.
L’atmosfera tornò pesante nel locale, l’arrivo di nuovi clienti interruppe l’imbarazzante silenzio tra i due ex compagni. Bruno divorò velocemente. Pagò. Si fece indicare la strada per la Sezione Comunale del Partito da Gemma e accomiatò dicendo:
- Lascio l’auto qui davanti, così avrò una buona scusa per tornare a salutare prima di ripartire la più bella Guerrigliera della Valle!-. e mettendo una mano sulle labbra socchiuse in un bacio mimato, la diresse verso Gemma che arrossì in silenzio come una scolaretta.
Presso l’ufficio della Sezione Comunale c’erano diverse persone. Il commesso invitò Bruno ad accomodarsi e attendere il proprio turno ma quando vide il documento della Federazione Cittadina mostrato dal nuovo arrivato, senza esitazione e con molto sussiego accompagnò il richiedente direttamente dal Funzionario.
- Oh bene … un cittadino richiedente qui da noi il Certificato Combattente Rivoluzionario. Devo sottoporla a qualche domanda e compilare un modulo – .Disse Marietto in modo untuoso e falsamente conciliante.
- Età in cui partecipò all’ insurrezione. –.
- Dall’ inizio nel 1943, avevo dodici anni alla fine nel 1945 quando avevo quattordici anni -.
- Presumo che nel 1943 lei abbia fatto ben poco -.
- Si è vero, anche perché qui la lotta armata iniziò non prima del novembre 1943 appena le bande rivoluzionarie si formarono. Quell’ anno l’inverno fu particolarmente duro e le azioni di guerra furono poche e di carattere puramente dimostrativo qui in Valle -. La risposta circostanziata e precisa di Bruno colpì Marietto infastidendolo, il suo tono divenne freddo e tagliente:
- Luogo di svolgimento delle operazioni -.
- Qui in Valle e sulla Costa-.
- Mansioni-.
- Vettovagliamento, logistica, rifornimento di munizioni, dispacci e medicine -. Le risposte di Bruno erano secche e decise non meno di come gli erano poste le domande.
- Inquadramento-.
- Attivo e membro della Compagnia D. Brigata Costa Libera -.
- Compagni di squadra che possono convalidare la testimonianza-.
- Aldo Cerulli -.
- Ferito a morte da un cecchino nell’ultimo giorno di guerra e morto due mesi dopo-.
- Fabio Prisco -.
- Emigrato negli Stati Uniti quindici anni fa-.
- Paolo Alberti.
- Deceduto undici anni fa– replicò duro Marietto.
- Maria Pita.-
- Morta nove anni fa – rispose il funzionario con un sorriso cattivo.
Bruno, si mise la testa tra le mani … Maria Pita era stata per lui una seconda zia, buona e dolce, capace di rasserenarlo nei momenti cupi di quegli anni mentre tutto intorno a lui era pregno di morte mentre in sé la vita sbocciava in modo prepotente. Marietto era visibilmente soddisfatto che il suo interlocutore si trovasse in difficoltà
- Insomma … lei può citarmi solo emigrati e morti mio caro signore -.
- No, miei compagni erano anche i fratelli Colla, il Grande Vecchio, Gemma che ora fa la barista ed è tua moglie mio caro Marietto chiamato all’epoca Piscialetto!-.
Marietto si alzò di scatto colpito da quel vecchio epiteto che lo aveva sempre ferito, risentirlo ora dopo tanti anni fu come una sgradevole sorpresa. Chi oltre ai suoi vecchi compagni conosceva quell’epiteto?
- Bruno! – Esclamò l’ inquirente meravigliato con voce stridula, alzandosi di scatto dalla sedia dove sino a un secondo prima era sprofondato.
Il richiedente Certificato tese la mano allungandola, Marietto come saluto non meritava niente di più. Per qualche minuto Bruno sopportò l’ondata di frasi emotive dette dall’asettico burocrate completamente trasformato, poi si chiese se tutto quell’improvviso accaloramento fosse dovuto al rimpianto per la giovinezza trascorsa e sfumata o per il ricordo di quegli anni sulla Costa Montana dove Marietto, al contrario di Bruno, non aveva certo brillato per ardimento; era sempre pronto a eclissarsi, a spingere avanti i suoi compagni coetanei come Gemma, Paolo Alberti e lo stesso Bruno per poi acquattarsi dietro a qualche cespuglio a battere i denti e tremare sino a pisciarsi sotto, da qui l’ignominioso appellativo. Poi spazientito sbottò
- Che cosa strana la vita … tu, senza offesa, eri il più tremebondo di noi allora e ora sei qui a interrogare me e hai il potere di conferirmi quel Certificato che mi spetta mentre non è certo il tuo merito per occupare la tua posizione in seno al Partito -.
Bruno si era spinto troppo oltre. Marietto si ricompose, sparirono dal suo viso quelle fresche ingenuità adolescenziali e la maschera del freddo funzionario tornò a celare la sua inguaribile codardia.
- Bruno …. Sei ingiusto con me …. Se tu fossi rimasto qui a terminare gli studi, questo posto sarebbe stato tuo, morto il povero Paolo Alberti, eri il più accreditato tra Gemma e me. Cosa credi? Anni fa non c’era bisogno di tutte questa manfrina del Certificato come accade oggi!
Ci si conosceva in Valle, si sapeva esattamente chi avesse combattuto su un fronte o su quello opposto, si conoscevano anche gli ignavi, i qualunquisti e i volta bandiera … di questi ne abbiamo avuti diversi … la cronaca del presente è presto diventata ricordo del passato e la storia per non essere falsa necessita di prove concrete e queste provengono da dichiarazioni dei controfirmate dai belligeranti e dai testimoni visivi di allora, il resto è leggenda, racconto, forse addirittura infondate spacconate temerarie di qualche millantatore.
Perché ti sei mosso solo ora? Dove sei stato in questi anni? Sei sceso in città a fare il borghese? La rivoluzione anche qui aveva bisogno di consolidamento, la libertà doveva essere difesa anche in pace, nella quotidiana ordiarietà. Ci sei mancato Bruno.
Il rimprovero di Marietto aveva colto nel segno, questa era una di quelle risposte che durante il viaggio Bruno aveva evitato di darsi. Visibilmente turbato Bruno si giustificò raccontando e motivando i suoi trent’anni d’assenza dalla Valle e gli incarichi svolti per conto del Partito Rivoluzionario in città dove il suo impegno e la dedizione erano stati delle prove implicite della sua partecipazione attiva alla lotta armata. Era lo stesso partito chiedeva, praticamente a stesso ma presso un altro distaccamento, un Certificato di Militanza Rivoluzionaria, per candidarlo in modo sicuro e inoppugnabile alle prossime elezioni.
La risposta piacque a Marietto che si decise di aiutare l’antico commilitone, forse non era ancora tardi per stabilire delle buone relazione amichevoli con quel cittadino che aveva ammirato e segretamente invidiato per il suo coraggio.
- Dai Bruno, va bene … questa noiosa parte iniziale la termino io. Tu hai per caso qualche scritto attestante la tua partecipazione agli eventi bellici di allora?-
L’ex combattente estrasse da una cartellina che aveva con sé un foglio scritto e lo porse al Funzionario. Vi era scritto di quando i Reazionari erano saliti in forze alla Costa per cogliere di sorpresa i Rivoluzionari ma non conoscendo la loro posizione di acquartieramento, avessero chiesto alla zia di Bruno di condurli a destinazione. Prontamente la zia aveva aderito alla proposta mettendosi alla testa della colonna appiedata, non prima di sussurrare a Bruno di prendere velocemente il sentiero ripido del bosco per raggiungere velocemente il campo Rivoluzionario e organizzare una veloce controffensiva. Bruno aveva obbedito all’ordine. Raggiunto il campo con le gambe sanguinanti per i rovi attraversati, era stato ricevuto dal Grande Vecchio in persona che aveva disposto i suoi uomini pronti a dare un caloroso e sanguinoso benvenuto ai Reazionari. Lo stesso capo aveva poi ordinato a Bruno di recarsi presso un’altra banda armata lì vicino e condurre rinforzi e armi presso il luogo dello scontro. L’apporto era stato determinante, se non fosse stato per il suo fiato e le sue veloci gambe, i Rivoluzionari sarebbero stati pesantemente sconfitti in quel settore, la seconda corsa verso il gruppo di combattenti distaccati e il repentino ritorno con i rinforzi aveva trasformato l’agguato dei Reazionari in una cocente sconfitta. Il foglio era controfirmato dall’ amatissima zia, purtroppo già deceduta.
- Ah, si mi ricordo di questa imboscata, mi fu riferita …. Io non ero al campo, quel giorno ero qui nella cittadina ammalato, credo fosse, morbillo.-.
Bruno si astenne dal precisare che l’assenza di Marietto fosse dovuta a una crisi di nervi che aveva indotto il Gran Vecchio, capo indiscusso di tutto il Movimento Rivoluzionario in Valle, a rispedirlo a casa affinché si riprendesse.
- E’ un documento importante ma debole … non è citata la tua partecipazione attiva, insomma, hai fatto da staffetta, non sei stato in prima linea con un fucile in mano. Io così posso attestarti un certificato di Fiancheggiatore Attivo e Continuo, non è poco ma non è il Certificato di Combattente Rivoluzionario che richiedi …. Però nella seconda parte dello scritto è citato il rifornimento d’armi e la guida di una squadra di Rivoluzionari in soccorso alla prima. Se questa parte potesse essere ampliata e controfirmata dai Combattenti di allora, non ci sarebbero problemi -.
- Marietto … per me questo documento è importante. Cosa devo fare?-.
- Bruno, facciamo così, io qui devo chiudere, è ora di pranzo. Mi devo vedere con Gemma per sottoscrivere i documenti per il divorzio. Ci metteremo poco a scrivere una relazione dettagliata di diverse operazioni che all’epoca compimmo io, te, Gemma e Paolo Alberti, operazione che forse nemmeno ricordi: come quando in bicicletta di notte, nonostante il coprifuoco, raggiungemmo l’alta Valle carichi come quattro somari con le medicine per i tanti feriti della Brigata Angiolini dopo il terribile scontro con i Reazionari a Pitugato, sai quanti si salvarono grazie a quella gita notturna! O ancora quando trasportammo granate, per impedire il passaggio delle autoblindo reazionarie al Colle Quercia! Ci fu anche la volta in cui a carponi portammo i vivere a quei poveri Rivoluzionari affamati attraversando il bosco della Costa sotto il fuoco nemico … come sparavano quelle mitragliatrici di quegli schifosi vedendo muovere le foglie ma non capendo dove fossimo … Be tu recati alla casa del Grande Vecchio e chiedigli uno scritto di suo pugno. Lo stesso fai con i fratelli Colla e torna da me entro le diciassette che poi chiudo la baracca e vaso a casa -.
- Eh se invece tornassi da Gemma con te? Giusto per mangiare un boccone con voi e poi prenderei l’auto per salire alla Costa; l’ho lasciata parcheggiata davanti al bar-.
L’idea piacque a Marietto e ancor più a Gemma che pochi minuti dopo si trovò davanti nuovamente Bruno addirittura per l’intero tempo di un pasto. Fu un momento molto gioioso per tutti e tre, la presenza di Bruno sembrava aver cancellato i dissapori matrimoniali dei suoi due vecchi amici. Infatti, a tavola, non una parola cattiva, uno sgarbo, un giudizio sarcastico o feroce fu pronunciato dai due ex sposi; anzi Bruno percepì qualche piccola parola premurosa e degli sguardi affettuosi tra la coppia. A non sapere le loro intenzioni, nulla avrebbe lasciato supporre un prossimo divorzio.
Successivamente Bruno recuperò la sua auto e la diresse verso Costa. Mentre la cittadina si trovava in valle, il piccolo centro abitato di Costa, composto da una ventina di abitazioni e qualche cascina, si trovava sul fianco del Monte Rovo - ecco da dove nasceva il nome del paese- che delimitava il confine tra alta e bassa valle. Si trattava di un piccolo nucleo adagiato su un pianoro raggiungibile dopo una decina di curve brusche, una volta superato un bosco e alcuni terrazzamenti coltivati. Il piccolo territorio di Costa comprendeva a una quota superiore, la vecchia cascina della zia di Bruno, poi a seguire lungo la strada, ormai ridotta a una poderale non asfaltata, la casa colonica del Grande Vecchio e infine, in cima al Monte Rovo, l’abitazione dei fratelli Colla.
Giunto davanti alla cascina, ormai in rovina della zia, Bruno parcheggiò e decise di percorrere a piedi l’ultimo tratto di strada. Erano anni che mancava da quei luoghi. La vista dell’edificio abbandonato da anni e prossimo alla rovina gli strinse il cuore. Pochissimi erano stati i mutamenti compiuti dalla zia tra la fine della guerra e la sua morte, quindi per Bruno fu una commovente sorpresa rivedere il muricciolo dell’orto, sentire sotto i suoi passi, la ghiaia, come quando era ragazzo, ritrovare il carretto da trasporto con due ruote e le lunghe stanghe per il traino effettuato con il cavallo da tiro della zia, quel superbo baio che nella sua fantasia da ragazzino pareva un destriero da cavaliere medievale. Come nella mattinata provò nuovamente il desiderio di abbandonare l’impresa, ora però era più difficile, Gemma e Marietto l’avevano visto. Conoscevano le sue intenzioni e si stavano adoperando per aiutarlo, non poteva sparire lasciando le cose a metà. Con quale faccia e con quale scusa ripresentarsi dal Segretario Provinciale senza aver conseguito ciò che desiderava, anzi senza aver provato sino in fondo di ottenerlo? I suoi passi parevano animati da una volontà propria, ecco il sentiero che aveva percorso per raggiungere l’abitazione del buon Paolo Alberti. Da li si poteva vedere gran parte della vallata, spesso i Rivoluzionari avevano posto nel solaio un punto d’osservazione e logistico dato in consegna alla zia di Bruno che con Maria Pita e i ragazzi: Gemma, Marietto, Paolo e lo stesso Bruno si alternavano giorno e notte a osservare con un binocolo militare i movimenti dei Reazionari. Si rammentò di un’irruzione improvvisa, durante il turno di guardia di Marietto, quell’incosciente si era addormentato e poco ci mancò che non fossero trovati nel granaio le armi pesanti dell’ intera Compagnia di Rivoluzionari capeggiata dal Gran Vecchio. Bruno si trovava nell’annesso ripostiglio con Gemma, intento a pulire e oliare dei fucili. Per la sorpresa Gemma si era lasciata sfuggire un gridolino di sorpresa, ma il ragazzo velocemente aveva chiuso la bocca della compagna con la mano e poi le aveva bisbigliato
- Se stiamo zitti forse se ne andranno senza trovarci. Se ci vedono siamo spacciati, quelli sono terribili anche con i ragazzini. Se questo è il nostro ultimo momento di libertà voglio passarlo baciandoti se sei d’accordo.
La ragazza aveva sorriso e spostando di forza la mano del compagno aveva aderito con ardore al bacio proposto da Bruno.
La casa colonica del Grande Vecchio era ben tenuta. Bruno premette con decisione e in modo protratto il campanello posto sul cancello esterno che non nascondeva alla vista un bel prato con un massiccio tavolo e qualche sedia posti sotto un pergolato. Fu il Gran Vecchio in persona ad avvicinarsi sino al cancello. L’incedere era lento ma ancora molto dignitoso, doveva sfiorare ormai i novant’anni, dell’ antica gagliardia però non era rimasto nulla, il tempo aveva cancellato il vigore, la robustezza e il piglio di un capo sicuro e lungimirante quale il Gran Vecchio era stato.
- Chi sei ? – chiese il Vecchio con lo stesso tono di quando più di trent’anni prima metteva soggezione a uomini maturi e temprati da quel crudele conflitto civile.
- Sono Bruno! Il cittadino nipote della Pina, la Rivoluzionaria della Cascina Bassa -. Rispose Bruno con lo stesso imbarazzo provato allora. Il Gran Vecchio non era stato solo il capo di una squadra operativa ma il Commissario Rivoluzionario di tutta la Valle.
- Si ma io non ti conosco!-.
- Come non mi conosce signor Andrea ?-.
- Deputato Cavini per te ragazzo o Commissario del Fronte Nazionale Libero-. Come si era incurvato pensò Bruno, il penso degli anni o la responsabilità per i fatti, comunque legittimi di allora? Si schiarì la voce e rispose:
- Sì signor Deputato Cavini -.
- Così va meglio figliolo – continuò il Gran Vecchio incurante di trovarsi dinnanzi un quarantenne anziché un ragazzino.- Che cosa vuoi?-
- Deputato Cavini, non si ricorda di me? Ho combattuto con le qui alla Costa durante la Guerra Rivoluzionaria!-.
- Hai combattuto qui? Ma che dici avrai al massimo trent’anni .-Il vecchio era tutto rugoso con gli occhi spenti.
- Ne ho quarantasette!-.
- Bravo li porti bene. Se sei qui per un intervista, torna domani, oggi non ne ho voglia-.
- Deputato Cavini non sono un giornalista, sono qui da lei per chiederle un’ Attestato da Combattente-.
- All’epoca dei fatti quanti anni avevi?-. Chiese in modo interlocutorio il Grande Vecchio
- Quattordici quanto vincemmo ma ero qui da sempre, venivo in vacanza dalla zia ancor prima della guerra-.
- Vincemmo? – chiese ironicamente il Gran Vecchio,spalancando bene gli occhi – Ah … uno con il tuo entusiasmo partecipativo mi sarebbe servito allora! Se ne avessi avuti cento avremmo vinto nel Quarantaquattro-.
- Nel Quarantaquattro, Deputato Cavini, lei rifiutò l’armistizio con i Reazionari in difficoltà ma rifiutò per non permettere al regime in affanno di riprendersi e tornare pericoloso-.
- Tu come lo sai? Questo non è scritto sui libri di storia, non c’è menzione sui rapporti di allora! -. Rispose il Gran Vecchio indispettito.
- Io ero qui … seduto a quel tavolo la sera in cui lei cin informò: c’erano mia zia Pina, la Maria Pita, Paolo Alberti, Marietto, Gemma, i fratelli Colla, Franco Botta-.
- No. Il povero Franco era morto una settimana prima, gli spararono giù in Valle, era rientrato una sera a casa per salutare la sua figliolina malata che lo chiamava da giorni in preda alla febbre . Oh tu … non sarai un giovanissimo Contro Rivoluzionario di allora?-.
- Lei mi offende signor Andrea e io questo non me lo merito-. Reagì con orgoglio Bruno.
- Forse ragazzo … forse ma sai … all’ epoca i miei combattenti dovevano avere almeno sedici anni. Tu mi hai appena detto che alla fine delle ostilità ne avevi quattordici, quindi un combattente non lo sei stato, al massimo un simpatizzante. Poi di te non mi ricordo, son passati tanti anni, lasciami in pace-.
Gli occhi di Bruno si velarono di lacrime, non avrebbe immaginato di mattina, al momento della partenza, un incontro così umiliante con il Gran Vecchio, il quale ora lo guardava attendendo la sua prossima replica. Bruno inaspettatamente tacque si voltò e si allontanò con il capo chino. Allora il Gran Vecchio, attaccato alla sua cancellata gli urlò in modo canzonatorio
- Cittadino in cerca di Certificati, non salire dai fratelli Colla, oggi sono giù in paese, non sporcarti le scarpette borghesi che hai su questi fanghi montanari inutilmente e non cercarli neanche nemmeno i Colla perché se ti vedessero e riconoscerebbero ti darebbero in un minuti tutti quelli scapaccioni che ti diedero allora in due anni!-. Ciò detto il Gran Vecchio rientrò.
Bruno trasalì. Il Vecchio aveva mentito, se si ricordava che i Colla lo prendevano a scapaccioni, significava che ricordava perfettamente chi fosse: Bruno il cittadino Rivoluzionario, nipote della Pina. Profondamente amareggiato ripercorse il sentiero sino al granaio di Paolo Alberti. Si sedette sul gradino dell’ uscio e iniziò a guardare mestamente la Valle tanto amata. Tutte le domande che si era posto in auto, avevano trovato una risposta. Le forti emozioni della giornata lo accompagnarono in un sonno profondo. Si svegliò che erano le cinque di pomeriggio appena passate. Aveva preso tanto freddo. Era troppo presto per fare una pennichella pomeridiana all’ aperto. Per scaldarsi si mise a correre. Raggiunse l’auto davanti alla cascina diroccata della zia, mise in moto e rientrò nella cittadina avendo come obiettivo almeno quello di salutare Gemma.
Tutto quel giorno era stato un patetico sforzo per riappropriasi di una parte importante del suo passato concluso dopo tristi emozioni legate ai ricordi e a quello scontro verbale terrificante con il Grande Vecchio. Doveva accomiatarsi in modo decorso da Gemma e ringraziarla ancora. Del Certificato, delle elezioni e del suo Segretario Provinciale non gli importava più nulla.
Entrato nel bar vide Gemma accoglierlo con un gran sorriso mentre una tremenda pacca lo colpiva sulla nuca. Si voltò incredulo e tramortito e si vide davanti Angelo Colla, subito un secondo ceffone lo colpì da sinistra in pieno viso.
- Hai ragione Grande Vecchio, solo Bruno il cittadino poteva fare una smorfia del genere dopo un mio scapaccione – esclamò ridendo Angelo Colla.
- E’ vero confermo – continuo Alberto Colla – Infatti quando prendeva i miei ceffoni poi strizzava l’occhio come adesso. Guardalo Marietto.
Stupefatto Bruno vide materializzarsi attorno a se i due fratelli Colla, Marietto e il Gran Vecchio, il quale esclamò:
- Dopo più di trent’anni di silenzio un piccolo perfido scherzo te lo meritavi proprio. Mio caro ragazzo vieni qui e fatti abbracciare da questo povero vecchio-.
- Deputato Cavini … - balbettò Bruno
- Per te signor Andrea, anzi solo Andrea! Fatti ben vedere … ma che omone sei diventato gracile com’eri! Mi ricordo che scomparivi sotto tutti quei nastri di cartucce per mitragliatore – continuò il Grande Vecchio – Su una cosa oggi sono stato sincero, ne avessi avuti altri cento come te, la guerra sarebbe finita molti mesi prima. Ti serve un Certificato? Te ne faccio preparare dieci e un diploma di Benemerenza del Combattente, con questo potresti richiedere addirittura un’onorificenza e non sarebbe conferita invano. Ora degnati di accettare questo piccolo rinfresco offerto in tuo onore e poi riparti verso la tua grigia città che ti ha rapito da noi ragazzo mio. Una volta eletto torna qui con tua moglie e ti festeggeremo Onorevole Guerrigliero Dimenticato!-.
IL RIVOLUZIONARIO DIMENTICATO testo di Enrico Spera