Giovedì, semiotica di un pettirosso

scritto da Frogonetoheaven
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Testo: Giovedì, semiotica di un pettirosso
di Frogonetoheaven

Giovedì è sempre quel giorno della settimana che mi confonde, non so dove sono. Non c’è niente da fare, cammino per la stanza, le gambe sono grissini che sembrano spezzarsi a ogni movimento. Vorrei andare sempre più veloce, il pensiero compie moti circolari e si aggroviglia su se stesso: la noia.

La testa ai piedi del letto, gli occhi al soffitto: uno specchio indefinito e sfocato.

«Cosa stai facendo, D.?»

«Sto pensando».

Forse per me era un gioco, simile a quello che facevo con le Barbie mentre ripercorrevo qualche dialogo delle serie Z che mia sorella divorava nei pomeriggi dopo scuola. Del soffitto non ricordo molto, né la grana né il colore, era solo uno schermo e mi miei occhi proiettavano quello che volevano.

Le immagini sembravano scorrere su una pellicola 35 mm, la grana densa e satura: il cane mi salta addosso tutto agitato, mio padre sbuffa perché sono caduta. Poi sono Alice verso le profondità di una cava senza fondo, nell’abisso del ricordo. Memoria: una proiezione nel cinema all’aperto della mia esistenza.

Il proiezionista lasciare scorrere fotogrammi incollati liberamente tra loro. La signora della piccola bottega del paese, la sua voce è ancora così limpida e risuona leggera tra le pareti della mia testa. Vorrei avere lo strumento giusto per riprodurla, ma tutti i CD sono graffiati.

La sensazione è colorata, le matite stanno in fila nel loro espositore, una dopo l’altra, sono una successione di numeri e colori in tedesco. Un blocchetto di carta bianca mi saluta con diversi colori «ciao». Ciao, C-I-A-O, chi vuoi salutare? Ripeto ciao, CI-AO, la parola mi scivola. Non so più se sia vera, giusta, come devo pronunciarla? Succede anche quando cammino, se mi soffermo a pensarci provo una sensazione disgustosa. Tutto comincia ad essere più reale, vive il sangue che scorre e respira il polmone: un incubo sensoriale del troppo pensare.

Il mio pensiero lo sento andare veloce, la stessa sensazione del pedale dell’acceleratore sotto il piede. Spesso mi soffermo nel cercare di carpire la velocità di pensiero delle altre persone e come procede il loro flusso interiore di pensieri. Esercizio di pensiero: pensa a un uccello. Delle micro-molecole di pensiero e colori immaginari schiudono un pettirosso, le parole si perdono nel cercare di tradurre l’immagine prodotta. Se dovessi cercare di tradurre il mio pettirosso interiore, probabilmente sbaglierei nell’indicarvi la forma delle zampe e delle ali, perché penso solo all’esemplare che ho visto a V. Nel bagno di un edificio abbandonato in montagna, il piccoletto continuava a sbattere la testa contro la finestra, la porta era aperta. Entro nella stanza, il pennuto continua toc-toc, ma vedendomi riesce ad uscire dalla stanza imboccando la porta.

Il pettirosso non è un uccello, è un segno. Il mondo mi è sempre sembrato un sistema di codici dormienti da illuminare e l’occhio riconosce ciò che il pensiero ha celebrato, anche brevemente. Un passero, nel mio archivio di significato, non è niente se non uno spostamento d’aria piacevole all’udito.

Camminare è muoversi in un complesso architettonico umano, l’esperienza è riuscire a cogliere nel tragitto ciò non abbiamo avuto tempo di notare. Spinge la sensazione di conoscere tutto del mio orizzonte quotidiano, eppure sdraiandomi a terra, è tutto così nuovo. Fisso le venature della mia scrivania, le mie matite interiori improvvisano un disegno, la mano ignorante è stupefatta, le dita presuntuose credono di poterlo ricreare.

Riuscirò mai ad uscire?

Giovedì, semiotica di un pettirosso testo di Frogonetoheaven
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