RIENTRO A SORPRESA
Quando Alberto aprì la porta di casa, aveva l’aria di uno che canta “Wonderful life” nella sua testa.
Adorava quel genere di giornata.
Gli faceva pensare che la vita sapeva essere imprevedibile e che dietro ogni angolo vi fosse qualcosa di speciale da scoprire, bastava saperlo cogliere. E lui coglieva tutto, anche le cose più piccole.
Quella mattina, per esempio, si era alzato con il morale sotto la suola di cuoio delle scarpe lucide che metteva per recarsi in ufficio e poi, con un piccolo aiuto, la giornata aveva voltato faccia, mostrandogli il suo lato più frivolo e giocoso.
Era uscito di casa, aveva navigato nel traffico con gli occhi ancora impastati di sonno, aveva posteggiato l’auto e mestamente, braccia a penzoloni nel vestito nero, si era fatto due piani di scale per raggiungere la porta a vetri della multinazionale dove si occupava di contabilità.
Quando il pc si era acceso con quella musichetta melodiosa e ingannevole, aveva sentito una morsa stringergli le viscere e Alberto aveva riconosciuto quella sensazione.
Era la sensazione del “Non ce la faccio proprio oggi”. Capitava che lavorasse serenamente, senza troppi patemi, per settimane e settimane e poi, tutto d’un tratto, si svegliava una mattina e sentiva di non farcela. Pensava che il suo serbatoio dovesse essersi riempito fino a mangiarsi l’ultima bollicina d’aria e che, se non avesse aperto la valvola di sicurezza, sarebbe scoppiato come un palloncino gonfiato ad elio.
Anche quella mattina, come molte altre volte, aveva riposto la massima fiducia nel caffè delle dieci, quello che spesso lo stupiva ancora con prodigi miracolosi. Considerava quello delle otto una necessità fisiologica, un gancio di sopravvivenza senza il quale non sarebbe stato neppure in grado di tenere gli occhi aperti sullo schermo lcd del suo lap top.
Quello delle dieci, invece, era ben altra faccenda.
Il caffè delle dieci era il giro di boa, il punto cruciale della partita. Arrivava al distributore con lo stesso sguardo vacuo e lo stesso morale acido delle otto e, quando girava i tacchi per tornarsene sulla poltrona girevole davanti ai suoi numeri, era un’altra persona. Era in quel momento che sentiva che il miracolo era avvenuto ancora una volta. Si immaginava di vedere i suoi colleghi in ginocchio di fronte al distributore, le mani levate al cielo e lo sguardo estasiato a cantare “Alleluja, è arrivato il redentor”.
Spesso quel caffè non era di ottima qualità, acquoso e amaro se il tecnico non aveva ripulito i tubicini del distributore la sera precedente, ma non era lì il punto. Non contava quanto fosse buono il caffè o quanto fosse di qualità. Come in tutti i miracoli, non bisognava cercare spiegazioni logiche. Bisognava solo avere fede.
Purtroppo il miracolo non si era ripetuto quella mattina. Il caffè delle dieci era riuscito solo a dargli un po’ di tregua, ma niente di più. Non aveva avuto gli effetti orgasmici che si era aspettato di provare.
Una volta tornato alla postazione, l’effetto era già svanito e il mondo aveva ripreso lo stesso grigiore plumbeo delle otto. Niente cori angelici, niente raggi di sole ad illuminarlo come il prescelto. Solo il programma di calcolo che continuava a scorrere serie infinite di numeri come un fiume in piena che trascina i detriti a valle.
A quel punto aveva capito che doveva metterci del suo per risolvere la situazione. Così aveva preso coraggio e si era diretto nell’ufficio in fondo al corridoio, dove il capo telefonava con aria manageriale stravaccato sulla poltrona in pelle sintetica. Lo aveva sfiorato il pensiero che dovesse tenere quell’aria da “Big boss” anche se all’altro capo del telefono non ci fosse stato l’ingegner Martinelli dell’ufficio acquisti, ma l’amante “ufficiale” che soleva “spupazzarsi” nei fine settimana, attingendo al suo generoso stipendio di settimo livello.
Quando il capoufficio ebbe terminato la sua telefonata, Alberto era entrato e gli aveva sporto il foglietto già compilato per uscire in anticipo. Mancava solo la validazione del boss, solitamente uno scarabocchio incomprensibile a piè di pagina. Il capo aveva guardato il foglio, poi aveva guardato Alberto con aria interrogativa e infine era tornato al foglio, estraendo dal taschino della camicia la sua Mont Blanc luccicante per apporre la firma.
Madame et messieus, les jeux sont fait.
Con un po’ di fantasia e un minuto di apprensione, la sua giornata era cambiata ed ora gli rivolgeva un sorriso radioso come a dirgli “Vai…la vita è tutta tua!”
Era uscito dall’ufficio, aveva sorvolato le due rampe di scale agitando la ventiquattrore come un bambino all’ultimo giorno di scuola prima delle ferie estive, ed ora eccolo lì, finalmente nel suo regno e tutto il pomeriggio a disposizione.
Ale sarebbe tornata di lì a un’ora. Aveva tutto il tempo per pianificare il da farsi.
Già, perché la fase due era intitolata: “Come non sprecare la mia mezza giornata di libertà”.
Sarebbe potuto uscire con sua moglie ed andare per negozi, comprare qualcosa per sé, un regalino per addolcire ancora di più la giornata, oppure avrebbe potuto noleggiare un film alla videoteca all’angolo, ma l’idea che più lo allettava era “SESSO”. Era matematico passare da uno stato di eccitazione morale a quello di eccitazione e basta. Per di più aveva constatato che le volte in cui aveva fatto sesso con sua moglie in una di quelle euforiche giornate lontano dagli impegni quotidiani era stato meglio del solito. Non che di solito non fosse bello o eccitante, ma il peso della giornata si faceva sentire quando si buttavano tra le coperte alle dieci di sera, mentre in giornate come quella c’era un tocco in più. Lo dimostrava il fatto che Alberto ricordava ognuna di quelle volte con dovizia di particolari.
Già si immaginava di prenderla fra le sue braccia non appena fosse entrata in camera da letto, l’avrebbe spogliata e le avrebbe chiesto di infilarsi quella vestaglietta nera di raso ricamata sui seni con striscioline di pizzo bianco.
Poi l’avrebbe aspettata, nudo nel letto, mentre Ale si sarebbe cambiata in bagno, sperando che la sua erezione non morisse prima del suo arrivo.
Comunque, mancava ancora un’ora abbondante al rientro di sua moglie dal lavoro, quindi aveva tutto il tempo per prepararsi.
Alessandra aveva un orario part-time, ma nonostante quello riuscivano a condurre una vita dignitosa.
Non avevano figli e forse ormai sarebbe stato troppo tardi per pensarci, dato che entrambi avevano raggiunto quota quaranta, ma a loro stava bene così. Avevano deciso all’unanimità di non sobbarcarsi ulteriormente di doveri e grattacapi. La vita sapeva essere già abbastanza difficile così.
Posò le chiavi nello “svuotatasche” di vetro accanto al telefono, abbandonò la ventiquattrore ai piedi del mobiletto in ingresso e si diresse verso il bagno per liberare la vescica.
Una volta espletate le necessità fisiologiche, si sdraiò sul letto con i pantaloni ancora slacciati e, fissando il soffitto bianco (ad Ale piaceva solo il colore bianco), cominciò a riflettere su quanto avesse trovato strana sua moglie nell’ultimo periodo.
Non pensava fosse una vera e propria crisi di coppia, anche se la possibilità che così fosse non era tanto remota. In passato avevano già attraversato momenti di difficoltà coniugale, il che poteva rientrare nel normale andamento sinusoidale di una coppia sposata da dieci anni tondi tondi. Stavolta però sentiva che non era proprio una crisi, ma un periodo particolarmente delicato nella vita di sua moglie.
Da un po’ di tempo l’aveva sentita distaccata, quasi fredda.
Non che fosse scortese o facile al litigio, semplicemente la percepiva distante da lui e dalla loro placida, ma confortante, routine quotidiana.
L’aveva anche sfiorato l’idea che si fosse fatta un amante, magari un flirt passeggero per nascondere a se stessa di aver raggiunto i quaranta, una meta temuta come una ghigliottina sulla testa, ma nessun particolare aveva confermato questa sua ipotesi. E se anche fosse stato, l’avrebbe capita e magari, con il tempo, perdonata. Era capitato anche a lui di sbandare leggermente dalla via maestra, ma aveva saputo riprendere il controllo del proprio mezzo (quell’escrescenza spugnosa maledettamente capricciosa che gli penzolava fra le gambe) prima di uscire di strada inesorabilmente.
Era accaduto con Francesca, una sua collega di lavoro.
In realtà non era accaduto, dal momento che tutta la faccenda si era sviluppata per lo più nella sua mente fantasiosa, ma non si era mai sentito così vicino dal mandare tutto a puttane, matrimonio e tutto il resto.
Con Francesca si era instaurato un rapporto molto stretto, confidenziale, e tutte le sere, quando le dava un passaggio a casa, ridevano come due ragazzini del liceo lanciandosi frecciatine e doppi sensi. Con molta probabilità anche da parte di lei c’erano le stesse intenzioni, con la differenza che Francesca era una ragazza di venticinque anni completamente libera e da par suo non aveva nulla da perdere.
Poi una sera lei cominciò a fare discorsi troppo impegnativi e Alberto capì che era il momento di fermare la pellicola e accendere le luci in sala, perché andare oltre sarebbe stato molto pericoloso. Oltretutto era ancora attratto da sua moglie e il loro rapporto era ancora vivo e frizzante, per cui non aveva bisogno di nessuna Francesca. Forse anche per lui la meta dei quaranta era stata dura da digerire, tutto lì. E poi non ci aveva fatto niente.
Comunque, non poteva affermare categoricamente che sua moglie lo stesse tradendo.
Ale aveva ripreso il giro delle vecchie amiche e spesso si prendeva una serata di libertà per uscire con loro. Questo fatto poteva venire male interpretato se non fosse stato che ogni volta che Ale tornava da una di quelle serate tra sole donne, veniva sempre accompagnata fin sotto casa da Elena, la sua migliore amica fin dai tempi delle scuole superiori.
Certo, poteva essere solamente una copertura e sapeva che la dolce Elena dai riccioli neri si sarebbe prodigata per spalleggiare Alessandra, qualsiasi cosa facesse. Però una sera Alberto si era messo in testa di dare una sbirciata al locale dove Ale aveva detto che si sarebbe trovata con le altre (quel che si dice “aver fiducia nel partner”) e , appannando i vetri della sua Volkswagen, aveva avuto conferma che sua moglie gli aveva detto la verità.
Insomma, poteva dichiarare con un margine di errore esiguo che sua moglie non lo stesse tradendo. Stop.
Ora rimaneva da capire cosa fosse quell’atteggiamento mesto e distaccato che le aveva visto tenere nelle ultime settimane.
Provò a farsi un esame di coscienza, cercando di trovare dei punti chiave in cui avesse detto o fatto qualcosa di sbagliato. Magari quand’erano andati dai genitori di lei per il fine settimana, o durante una serata qualsiasi mentre cenavano davanti alla tv, o in un momento di intimità.
Niente.
Non trovava nulla che a parer suo avesse potuto compromettere o turbare la loro vita solitamente lineare. Pensò che dovesse trattarsi di una di quelle paturnie da donna che gli uomini non notano mai al primo colpo.
Forse erano quelle tre stronze delle sue amiche a metterle strane idee in testa. Non si sarebbe stupito che da parte di una di loro fossero uscite frasi del tipo “Devi pensare un po’ più a te stessa” o “ritagliati i tuoi spazi vitali” o ancora “non sopporterei che un uomo mi trattasse come tuo marito fa con te”. Certo, se lo sarebbe aspettato, soprattutto da parte di Elena che era la “capobranco”. Di certo non era farina del sacco della signora Rambaldi del quinto piano, una zitella che aveva superato i cinquanta e che, da poco tempo, si era unita all’allegra compagnia.
Alberto si levò dal letto e pensò di bere qualcosa, mentre si allacciava la cinghia dei pantaloni.
Aveva ancora del tempo per prepararsi e non voleva sprecarlo a valutare questa o quella motivazione che spiegasse il comportamento di sua moglie. Le sarebbe passata prima o poi, fine dei giochi.
Si diresse al frigorifero trascinando i piedi sul lucido pavimento che rifletteva la sua immagine distorta. Lo aprì e vide che c’era una bottiglia di Coca da due litri ancora chiusa. La prese, si voltò verso la credenza e chiuse il frigo con un colpo di tacco. Dalla credenza prese uno dei suoi bicchieri più grandi (non godeva nello stesso modo con i classici bicchieri di tutti i giorni) e lo riempì fino all’orlo di quella preziosa bevanda scura zampillante di bollicine di anidride carbonica. Ingollò una sorsata lunga e rifocillante, poi posò il bicchiere sul tavolo e uscì sul piccolo balcone che si affacciava sulla strada congestionata nel traffico dell’una. Nonostante l’aria oppressa dallo smog, riuscì a trovare piacevole la brezza primaverile che gli accarezzava il viso come la mano di un’amante. Era una bella giornata di Marzo e il freddo sterile dell’inverno cominciava ad essere solo un cattivo ricordo. Di lì a qualche settimana avrebbe ripreso la motocicletta per andare al lavoro, dopo mesi di astinenza forzata, causa le cattive condizioni dell’asfalto alle sette del mattino, quando il freddo sapeva ancora far male. Magari avrebbe convinto Ale a fare qualche gita domenicale, abbandonando la città per posti più silenziosi dove poter parlare in pace senza distrazioni.
Insomma, più aggiungeva tacche ai suoi pensieri positivi e più si sentiva straripante di ottimismo, come non gli accadeva da parecchio tempo.
Per di più, aveva in programma una bella serata di sport con gli amici del calcio, tutti quarantenni pronti a ritornare bambini per novanta minuti più la pausa tra il primo ed il secondo tempo. Non poteva pensare ad un modo migliore per archiviare quella giornata, stanco e felice da sentirsi la vita scorrergli nelle vene ad ogni battito.
Tornò dentro e vide che di lì ad una ventina di minuti Ale sarebbe rientrata.
Non si sarebbe certo aspettata di trovarlo a casa e presumeva di farle una sorpresa gradita. Era una donna indipendente e forte, ma sapeva anche essere dolce nei momenti giusti. L’aveva sposata proprio per questo. Certo, all’epoca, lei non aveva ancora manifestato le sue piccole nevrosi, il suo carattere a volte capriccioso, le sue manie dell’ordine e della pulizia portate al limite dell’ossessione compulsiva, ma anche dopo essersene reso conto, Alberto non aveva mai messo in dubbio di aver fatto la scelta giusta.
Andò in camera da letto, si tolse il vestito elegante, slacciò la cravatta e sbottonò la camicia bianca che presentava due macchie scure sotto le ascelle. Poi prese tutti i vestiti appallottolandoli in un unico mucchio e li cacciò nella cesta dei panni sporchi.
Rimase in mutande ad escogitare il suo piano.
Aspettarla dietro la porta d’ingresso per abbracciarla non appena fosse entrata gli sembrava troppo banale. E in una giornata così, nulla doveva avere il sapore insipido della banalità. Tutto doveva succedere nel miglior modo possibile.
Mettersi disteso sul divano come un “play boy” da film di seconda scelta non lo soddisfaceva. Eppure avevano un appartamento abbastanza grande, doveva pur esserci un buon nascondiglio…
Poi l’idea: l’armadio a muro in camera da letto, con le fessure sulle ante che gli avrebbero concesso una buona visuale senza il rischio di essere scoperto e l’enorme vantaggio di scegliere il momento giusto per saltar fuori e lasciare di stucco la sua amata mogliettina. Sì, l’idea non gli sembrava niente male e ci si affezionava sempre di più man mano che ci pensava.
Si pregustava la scena continuando ad immaginarsela, ma ogni volta con un finale diverso, anche se in tutti i finali vedeva loro due finire sul letto minuziosamente riordinato la mattina prima di uscire.
Si sentiva eccitato all’idea.
Decise però che era il caso di testare il suo nascondiglio, visto che vi avrebbe trascorso un po’ di tempo.
L’anta emise un fruscio scivolando dolcemente sulle guide fissate al pavimento.
A quel punto Alberto si infilò nella calda oscurità dell’armadio, tra i cappotti invernali non ancora liquidati completamente a prender polvere nelle ante superiori in attesa del prossimo inverno. Si sentiva caldo e protetto, fremente nell’attesa che il momento arrivasse. Pensò che, se Ale avesse tardato ad arrivare, si sarebbe anche potuto addormentare coccolato da quel tepore così accomodante. Alcuni cappotti erano protetti in enormi sacchi di plastica trasparente, che gli si appiccicavano sulla pelle come baci appassionati.
All’interno la temperatura gli sembrò aumentare e, d’un tratto, non si sentì più così sicuro di aver fatto la scelta giusta.
Sarebbero bastati dieci minuti di ritardo e lui si sarebbe liquefatto in quella calura che sembrava divenire sempre più aggressiva, come l’alito di una bestia furiosa. Ma ormai era dentro e non pensava di avere abbastanza tempo per trovare una soluzione altrettanto all’altezza.
Poi sentì il portone delle scale chiudersi con un clangore e capì che l’attesa era finita.
Ripassò il piano mentalmente, cercando di risalire al momento in cui era entrato in casa per evidenziare possibili tracce della sua presenza lasciate inavvertitamente sotto gli occhi di tutti. Mentre rimuginava emetteva dei flebili mugolii, come a dire: i vestiti sono a posto, il tappeto l’ho sistemato, la ventiquattrore è…è…
“Merda, la ventiquattrore!” disse fiondandosi fuori dall’armadio a muro per recuperare la valigetta lasciata in bella vista accanto al mobiletto del telefono.
Quando l’ebbe raggiunta sentì che i passi erano molto vicini, quasi giunti al pianerottolo.
Si lanciò nuovamente nel corridoio per raggiungere la sua postazione strategica e, una frazione di secondo dopo che ebbe richiuso l’anta dell’armadio, sentì le chiavi infilarsi nella toppa ed azionare il meccanismo della serratura con un gorgoglio metallico.
Alberto si passò il dorso della mano sulla fronte imperlata. Sentì le scarpe con il tacco di sua moglie esplorare il piccolo spazio dell’ingresso, poi riconobbe il fragore delle chiavi di casa che crollavano esauste nello svuotatasche di vetro.
“Merda, le chiavi nello svuotatasche” pensò con un impeto di rabbia.
Se qualcosa poteva andare storto, era accaduto. Tendeva l’orecchio aspettandosi di sentire la voce di Alessandra che lo chiamava per farlo uscire allo scoperto dalla sua postazione, scelta accuratamente come uno stratega militare che studia la topografia del terreno di guerra per ottenere il miglior punto d’attacco. Attese qualche secondo, poi si fece strada nella sua mente la confortante certezza che lei avesse posato le sue chiavi automaticamente, senza degnare d’uno sguardo lo svuotatasche, con un movimento talmente automatico da diventare inconscio.
Poi la sentì borbottare qualcosa a bassa voce, ma non il suo nome.
“Venite…via libera…” disse Alessandra cercando di far vibrare il meno possibile le sue corde vocali.
“Venitevialibera?! Ma chi cazzo c’è?..” pensò lui esterefatto ed incuriosito.
Udì molti passi ticchettare sulle piastrelle di marmo bianco dell’ingresso, scarpe con i tacchi, scarpe da donna.
Per un attimo si sentì sollevato.
Aveva sinceramente temuto di veder materializzarsi i suoi sospetti sul tradimento davanti alle feritoie dell’anta di noce dell’armadio a muro. Già si vedeva ad attendere che i due facessero i loro porci comodi (molto porci) sul suo letto, aspettando con trepidazione che sua moglie cessasse quei mugolii da gatto in calore, sentendoli crescere fino all’apice per poi scemare repentinamente in un silenzio spossato.
A quanto pare, non era così
RIENTRO A SORPRESA(parte 1) testo di Stefano Previtali