Invisibile

scritto da ResNullius
Scritto 4 anni fa • Pubblicato 4 anni fa • Revisionato 4 anni fa
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Mentre stavo buttando giù una serie di idee per la mia ambientazione, mi è venuta in mente una storia di questo tipo, dove il sogno si intreccia con il fantastico. I personaggi sono volutamente senza nome perché la mia idea era di spersonalizzarli
- Nota dell'autore ResNullius

Testo: Invisibile
di ResNullius

La sveglia risuonò implacabile dalle profondità oscure della sua camera da letto. Il suono elettronico che promanava da quella malefica scatola di plastica gli penetrava nel cervello con la forza di un trapano, tanto che lo svegliò di soprassalto, segnava le sette di mattina del primo marzo. Per la paura di non destarsi al mattino la metteva sempre fuori dal raggio del suo braccio, così da costringersi ad alzarsi per spegnerla. Non che non ne fosse un minimo felice, questa mattina. Il solo aprire gli occhi assomigliava alla fuga dal incubo che faceva ogni notte, ma che al mattino non era in grado di individuare con certezza, come se tutto avesse dei contorni non definiti, nebulosi, e i colori ad un certo punto si mischiassero in un vortice indefinito.
Si sedette sul letto, con gli occhi chiusi. Era un’abitudine che aveva fin da bambino, come se in quei pochi secondi potesse raccogliere le energie necessarie per affrontare la giornata che gli si apprestava davanti. Sebbene quei giorni fossero solo un ricordo che richiamava momenti di spensieratezza, continuava a tenere in vita questa abitudine, come se fosse l’unico modo per non perdere definitivamente contatto con quel bambino che giocava nel cortile della scuola.
Sulla faccia gli si stampavano le lame di luce che sgattaiolavano nella stanza dalla tapparella lasciata socchiusa. Decise che la vista del suo armadio in legno scadente era abbastanza, così si diresse alla finestra per godere di un filo d’aria fresca. Premette il pulsante vicino al davanzale per riavvolgere quella membrana di plastica che lo separava dal mondo, ma la vista non era poi un gran che: di fronte aveva un altro palazzo, completamente identico a quello dove lui viveva. In origine doveva essere bianco ma le intemperie lo avevano fatto diventare color panna, e di fianco ai davanzali delle vistose righe nere di sporco si trascinavano verso il basso, come delle lacrime. Fra i due palazzi stava un giardino interno con qualche albero, e un sentiero ciottolato che vi passava in mezzo. Il cielo d’acciaio non faceva presagire nulla di buono. Erano ormai svariati giorni che un tempo variabile oscurava le giornate, velocizzando la notte, minacciando acquazzoni.
Si svegliava sempre abbastanza presto, così poteva andare in bagno e prepararsi la colazione comodamente, senza fretta. Una doccia con in sottofondo la radio, maledicendo ogni volta che la sua stazione preferita mandava la pubblicità, pisciata mentre si lava i capelli e un risciacquo con l’acqua fredda, perché la nonna diceva sempre che è un metodo per vivere più a lungo. Lui, in realtà, sperava solo di scacciare quell’aura sonnolenta che sapeva di avere.
Una volta conclusa la tappa in bagno, veniva la colazione. Di solito semplice, un caffè e una merendina da discount. Chiuso con il rito mattutino, dopo essersi vestito con un classico vestito blu in poliestere, uscì di casa per andare in garage a prendere la sua utilitaria. Il lavoro lo aspettava sempre lì.
Il lavoro, nota dolente per tutti. Era laureato in legge, buoni voti, ma non abbastanza per ambire a qualcosa di più, si era ritrovato incastrato in una situazione in cui non voleva andare a lavorare per suo padre, ma nemmeno riusciva a trovare qualcosa che realmente gli piacesse. Così accettò un lavoro in una società di recupero crediti che aveva appena aperto un ufficio al pubblico, e li era rimasto fino ad ora, sebbene tante volte avesse voluto cambiare vita. I suoi compiti erano semplici: inserire i dati, conoscere le norme e cercare di vessare più persone possibili. La cosa grave era che, oltre a riuscirci molto bene, gli piaceva e non sapeva come dirlo a sé stesso. Non capiva il perché ma quando si trovava di fronte a qualcuno che soffriva, provava un certo piacere sadico, come se anche quella persona dovesse soffrire come lui soffriva tutti i giorni.
Questi erano i pensieri di tutti i giorni, quelli che lo accompagnavano al suo luogo di lavoro. Quella mattina non faceva eccezione. Come sempre sistemò la macchina al solito posto nel solito parcheggio, uno spiazzo che stava a quattro passi dal suo ufficio, in una città che aveva visto un grande boom economico negli ultimi dieci anni. Grandi grattacieli si erano costruiti dove prima c’erano appartamenti e case storiche. I soldi ormai giravano a fiumi e, se qualcuno restava indietro, era solo un danno collaterale dello sviluppo, un numero di una lista senz’anima.
Fece sempre la solita strada fino a trovarsi nel solito posto di lavoro dietro alla solita scrivania. Quel giorno aveva solo un appuntamento, così approfittò del tempo per sistemare una serie di pratiche che aveva in arretrato, oltre che per lanciare occhiate inequivocabili alla ragazza nuova che lavorava di fianco a lui. Da persona che non capisce nulla della vita, pensava che i sorrisi che lei gli lanciava fossero un enorme indizio di interesse. Che fosse solo una persona gentile non gli era passato nemmeno per la testa. Non capiva nemmeno come facesse ad ascoltare ed aiutare i clienti che arrivavano da lei. Questo un po’ lo destabilizzava. Doveva capire come poteva avere un atteggiamento del genere con delle persone incapaci di avere un lavoro e tenerselo, oppure di ripagare i debiti che avevano contratto. E doveva farlo prima che la licenziassero, perché posti come questi sono fatti per creare problemi, non per risolverli.
Si perse in questi pensieri fino a che la segretaria non gli annunciò che il cliente che avrebbe dovuto ricevere era arrivato. Nel frattempo si accorse di non aver ancora letto la sua scheda, così le disse di farlo aspettare cinque minuti, così che avesse almeno la possibilità di capire cosa quest’uomo avesse combinato.
Si trattava di un piccolo costruttore edile. Una storia come tante: da dipendente era molto, molto bravo. Si accorse che era venuto il momento di aprire qualcosa di suo e si lanciò in questa impresa. Aveva dei soldi da parte e che, unendoli ad un mutuo, avrebbe potuto comprare l’attrezzatura necessaria per iniziare a mettere in piedi la sua azienda. Inizialmente andò bene, arrivò ad assumere sette operai, ma poi arrivò un’impresa di fuori, molto più grande che fagocitò il mercato, lui cominciò ad avere dei problemi nel restituire le rate, cominciò a mancargli la liquidità e fu costretto a dichiarare fallimento.
Una storia come tante.
Lo fece entrare. Benché fosse ben vestito, si vedeva che non era al massimo della forma. I suoi vestiti erano sgualciti e mal stirati, il viso era sciupato e la pelle grigiastra si adagiava come un velo su degli zigomi sporgenti. I vestiti cadevano dritti dalle spalle in giù, sintomo che era dimagrito molto e un cerchiello più chiaro attorno all’anulare sinistro indicava che anche la moglie aveva fatto le valige. Dopotutto il pozzo si era esaurito.
I modi erano gentili ma bruschi, come se non si sentisse a suo agio e lui aveva assunto un atteggiamento che non era lusinghiero. Si strinsero la mano e lui poté constatare che, sebbene la magrezza, la forza era rimasta intatta all’interno di quelle braccia, quindi era meglio non cercare di farlo arrabbiare.
Il colloquio fu breve. Lui utilizzò un sacco di parole per spiegare come avrebbe dovuto dedicare la sua vita a ripagare una finzione giuridica, la banca, con un’altra finzione giuridica, il denaro, al fine di ottemperare ad una terza finzione giuridica, un contratto. Il diritto gli era sempre piaciuto, anche se negli ultimi anni tendeva a confondere ciò che è legale da ciò che è giusto.
La reazione fu di urla, schiamazzi e la guardia alla porta che gettò fuori il fallito in malo modo. Non era mai stato un uomo d’azione, così quando accadde si impietrì, prendendosi in pieno gli improperi di quell’uomo disperato, e quasi anche una bel ceffone.
La sua giornata, dopo questo alterco, era praticamente conclusa, ma decise di uscire prima perché quella situazione lo aveva reso inquieto e non riusciva a concentrarsi sul lavoro. Avrebbe continuato da casa. Prima di uscire fece l’occhiolino alla sua collega che rispose con un sorriso stentato, trainato a tutta forza da un imbarazzo galoppante che, per l’ennesima volta, aveva mal giudicato e che lo fece uscire dalla porta sentendosi un dongiovanni senza speranza.
Tornato al parcheggio, c’era qualcosa che non gli era mai capitato di vedere. Vicino all’entrata stava disteso a terra un uomo che singhiozzava. Era vestito di logori cappotti, sporchi e puzzolenti. Le braghe andavano fino ai piedi ed erano piene di chiazze di sporco e cibo incrostato. Le mani guantate andavano a coprirsi il volto dal quale sporgeva solo una barba ispida e unticcia, come i capelli. Al suo passaggio si ridestò, i loro sguardi si incrociarono, il barbone tentò di dire qualcosa ma lui non ci badò neanche e passò oltre. Dietro di sé senti un mugugno simile ad una voce, ma era troppo preso dal prendere la macchina e tornare a casa. Il cielo scuro faceva venire notte prima del tempo e odiava tornare a casa quando già vi era buio. Era come se questo fosse una sostanza solida che si insinuava all’interno del mondo, strisciando. Una massa che se ti cattura non ti lascia più.
Arrivò alla macchina e se ne tornò a casa. Come promesso finì di sistemare le scartoffie e poi si dedicò alla cena. Solitamente si faceva qualcosa di surgelato, così che potesse mangiare di fronte alla televisione, cosa che fece anche quella sera.
Finito il programma di cucina, si lavò i denti e si ributtò a letto. Continuava a rimuginare sul fallito e sul barbone e prima che se ne rendesse conto si addormentò.
Il mattino si svolse come quello precedente. Con gli stessi tempi arrivò al lavoro, ma c’era qualcosa di diverso.
Nessuno più sembrava vederlo. Si avvicinò alla segretaria, che lo guardò con un’aria di disgusto e, chiamando la sicurezza, lo fece allontanare in malo modo. Si ritrovò con la faccia a terra e la gente che passava sul marciapiede sembrava che nemmeno lo vedesse. Lo saltavano semplicemente.
Tornò di corsa al parcheggio dove poco prima aveva lasciato la macchina, per scoprire che non c’era più. Fermò allora un poliziotto che passava di li per gridargli che la sua macchina era stata rubata, ma questo, con una condiscendenza fastidiosa, prima gli domandò di cosa stesse parlando e poi, data l’insistenza, lo mandò al diavolo. Decise allora di tornare a casa a piedi, ma arrivato sulla porta del palazzo si accorse di non avere più le chiavi in tasca.
Era finito. Cercò di allontanare quel pensiero ma ogni secondo si faceva più pressante ed insistente. Urlava, bestemmiava, prendeva a calci tutto e si prendeva a sberle da solo. Se avesse potuto si sarebbe scorticato vivo e se avesse avuto il coraggio sufficiente si sarebbe suicidato, ma non lo fece.
Oltre non poteva andare, si accasciò a terra e si lasciò andare in un pianto disperato che sembrava non avesse fine.
Dopo qualche ora decise di ridestarsi e cercare di capire cosa potesse essere successo, ma per quanto si sforzasse, per quanto tentasse un contatto con le altre persone, nulla sembrava cambiare.
I giorni passarono. La capacità principale dell’essere umano è l’adattamento, e questo avvenne. Come si era subito abituato ad un lavoro umiliante che non gli piaceva, ecco che si era abituato a questo nuovo stato di invisibile. Viveva con le piccole somme che le persone gli davano e con il cibo che riusciva a raccattare dai ristoranti alle ore di chiusura. Si odiava, ma era l’unica cosa che potesse fare per sopravvivere. Nel suo peregrinare, al fine di riempire le giornate vuote, andava spesso al parcheggio o alla sua vecchia casa, sperando nel tragitto di ritrovare magicamente le chiavi o l’auto dove l’aveva lasciata. Provava anche ad andare al suo vecchio lavoro, ma veniva sempre rispedito a terra dalla zelante guardia di sicurezza.
Nelle sue peregrinazioni cittadine aveva scoperto la bellezza e la ferocia della vita di strada, dove un uomo non è più tanto dissimile dalla bestia. Quella vita può essere crudele, fredda. Devi stare attento a dove ti metti perché potrebbe essere la zona di qualcuno più forte o più affamato di te. Devi stare attento a non far vedere di avere abbastanza soldi nel cappello, perché altrimenti o non te ne vengono dati oppure te li rubano. Ci sono però anche i lati meno brutti. La condivisione del pane con persone sconosciute ma unite dallo stesso destino e dallo stesso presente. Come se la disperazione potesse essere il collante delle persone invisibili, non viste. Ci si scaldava come si poteva in quelle giornate di inizio primavera, dove di giorno fa caldo e la sera freddo. Si dava valore ad ogni moneta data come se fosse fatta d’oro e rappresentasse la materializzazione della salvezza. In questo periodo di strada formulò due pensieri che prima non aveva mai fatto. Il primo, riguarda il denaro. Le persone sono restie a dare del denaro a degli sconosciuti. Se lo fanno, danno pochi centesimi, forse per alleggerire la propria coscienza e raccontare a sé stessi di fare qualcosa per il mondo, mentre in realtà si sta solo rimarcando la propria inadeguatezza a capire la disperazione altrui. Una grande parte di popolazione però, soprattutto quella che ha conosciuto il lavoro, è più che disposta a donare del cibo. Probabilmente pensano che con il denaro avviene lo sperpero, mentre con il cibo no, oppure hanno una radicale sfiducia in quell’invenzione umana che corrompe ogni cosa.
La seconda riflessione era sulla sua condizione di invisibile. Prima non ci aveva mai fatto caso, ma la gente non vede chi sta in basso, chi vive sulla strada e non si era mai chiesto il perché. Certo, quando vedeva alla televisione i servizi sulla strage di barboni che avveniva ogni inverno, un pensiero triste gli era venuto, ma sempre poi soppresso da un sempreverde “se sei li è perché te la sei un po’ cercata”. Dopotutto colpevolizzare le vittime è uno sport nazionale. Invece credeva che la motivazione fosse insita nella società stessa. In essa, viene insegnato sempre di puntare in alto, di guardare alla luna e di raggiungere le stelle. Lo sguardo degli uomini è sempre rivolto verso l’alto, ed infatti tendono tutti a costruire grattacieli sempre più alti, come a raggiungere Dio. Se hanno tutti lo sguardo in alto, com’è possibile vedere chi sta in basso? Com’è possibile curarsi di chi è costretto a guardare a terra se io voglio guardare il cielo? Questa è la verità del mondo.
In tutto questo periodo la costante era stata la fuga dal buio. Manteneva una certa paura di quella massa informe e nera che si cala sulla città e sui suoi inermi e brulicanti abitanti. Ogni sera cercava un posto in cui vi fosse una minima luce che potesse sostenerlo nella sua lotta al buio esteriore, con la speranza che potesse tenere a bada quel buio interiore da cui tanto scappava.
Un giorno, poco tempo dopo, si ritrovò a vagabondare nel parcheggio dove, diceva lui, aveva perso la macchina, sperando di non ritrovare più la sua mancanza. Era all’entrata quando vide, con suo immenso stupore, un uomo smilzo, grigio e con dei vestiti troppo grandi per lui venire avanti scuro in volto. Era l’uomo che aveva incontrato giorni fa e che aveva mandato via in malo modo. Gli corse incontro cercando, con gesti e parole, di far capire che era lui. Si, era stato sgradevole, ma se avesse detto a tutti che era ancora li, qualcuno lo avrebbe riconosciuto e lo avrebbe aiutato e tutto sarebbe tornato alla normalità. L’intenzione però non corrispose alla foga, che fu molto esagerata per far capire all’uomo che non voleva fargli niente di male. Sentendosi aggredito, pieno di rabbia e di risentimento, questo uomo fallito fece uso dell’unica cosa che non gli mancava e non gli sarebbe mai mancata; sferrò un pugno violentissimo al volto di lui, facendogli saltare qualche dente e lasciandolo a terra sanguinante, se ne andò in tutta fretta.
Inutile, la vita era questo, doveva accettarlo. Senza volerlo iniziò di nuovo a piangere, le lacrime si univano al sangue e allo sporco che aveva sui capelli e sulla pelle, tanto che il sapore amaro che si sentiva in bocca non sapeva se fosse vero oppure si trattasse della consapevolezza del suo fallimento. Una piccola fiamma di speranza però cominciò ad ardere. Vide sé stesso uscire dalla porta dell’ufficio poco dopo. Non aveva mai realizzato quanto fosse ridicolo, non aveva capito che stava rivivendo un’esperienza allo specchio. Si sentì come se il suo corpo venisse staccato dalla sua anima e nel momento in cui il vecchio sé gli passò di fianco tentò di toccarlo, come se facendolo fosse l’unico modo per tornare alla vita di tutti i giorni.
Ciò non avvenne. Come aveva già fatto in precedenza, si scansò senza nemmeno vederlo, come se avesse solo scacciato una mosca fastidiosa che gli passava di fianco. Montò una rabbia indescrivibile e lanciò parole maledizioni alle sue stesse spalle, che nemmeno gli diedero la soddisfazione di girarsi.
Era tutto finito, stava vivendo un incubo in cui non c’era uscita. Un mondo in cui non sarebbe più stato vivo, preda delle sue paure. Se così dove andare, però, pretendeva che fosse da uomo libero. Libero da ogni cosa.
Si distese sull’asfalto e attese che la notte arrivasse, che la coltre nera lo avvolgesse.
Ormai non aveva più paura, aveva accettato di accettare la sua parte più recondita e oscura. Aveva giurato che, se qualche dottrina orientale fosse vera e fosse rinato, sarebbe stato un uomo o una donna migliore di quanto lo fosse stato.

La sveglia risuonò implacabile dalle profondità oscure della sua camera da letto. Il suono elettronico che promanava da quella malefica scatola di plastica gli penetrava nel cervello con la forza di un trapano, tanto che lo svegliò di soprassalto, segnava le sette di mattina del primo marzo.
Gli sembrava di aver dormito per giorni interi, mesi interi, che il tempo fosse solo una concezione senza senso e di essere trasceso. Di aver visto una serie di universi possibili e di essere stato parte di uni di questi. Sapeva bene che era impossibile, sapeva bene che ti trattava solo di fantasie e di sogni senza alcun senso. Però si sentiva comunque cambiato nel profondo. Una forte consapevolezza era nata in lui. Era stato tutto un sogno oppure era successo davvero? Si chiese se finalmente l’incubo che faceva da giorni aveva una spiegazione, dei contorni più nitidi. Si ricordava tutto ma era impossibile che fosse accaduto.
Aprì gli occhi, si diresse verso la finestra e fuori il cielo era limpidissimo. Neanche una nuvola levitava in quel mare azzurro e il cole poteva trasmettere a tutta forza i suoi raggi verso quel sassolino che delle scimmie troppo cresciute chiamano terra. Il sole non entrava direttamente nella stanza, ma veniva riflesso da colore panna del palazzo di fronte, che sembrava quasi un faraglione calcareo che emergeva da quel cielo color mare.
Si diresse in bagno, accese la luce e si guardò allo specchio. Un enorme livido gli occupava la guancia sinistra. Solo adesso si rese conto che si sentiva la faccia indolenzita. Gli faceva male, era tutta una sfumatura di blu e marrone, dove s potevano sistematicamente contare le nocche che lo avevano colpito. La lingua fece la conta dei denti e si rese conto che un paio mancavano all’appello.
Nonostante questo, un sorriso apparve sul suo volto.
Era pronto per una nuova vita.
Invisibile testo di ResNullius
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