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ORFEO E LE FURIE
PROEMIO
Festante incedi a me piccolo cane
speme e negli occhi tuoi profondi vedo
di scoprire meco le vie montane,
dei dirupi il verdeggiante corredo.
Libero nelle radure silvane
correr nella vezura brami io credo,
ma sorridendo “dimane, dimane”,
sussurro, “non lo sai? sono un aedo;
tutta la vita è qua sulla mia sedia,
con le parole a descrivere i sogni
intento, mentre essa da me si fugge”.
Ma se la gioventù così si tedia,
altro non è che l’animo mio agogni
la follia di dir come lo distrugge.
Te la terra, ove scintilla il merigge,
chiama, ove lottando s’erge la vita
dell’etere alla cilestra distesa,
atra dell’erebo me alla discesa
con un carme una dea infernale invita,
il metro ove col sentire confligge.
NELLA FORESTA
Volgeva in oscura foresta il piede:
tenebrose delle fronde le forme,
teso a me il secco ramo il buio lede,
che ai lumi il mondo invola e rende informe,
donde emergere aspri volti travede
dal morto legno contorto e deforme
e l’anima da loro stretta crede
di perirsi e ogne pensero addorme.
Lì fioca parremi incerta una luce
volasse tra i tronchi severi;
sì di speme forte seguirla volli.
Ma a lei giunto scorsi figuri neri
sovrastare un uomo, che ancor mi induce
dolce al pianto pei lamenti suoi molli.
LE FURIE ACCOLGONO ORFEO
“Chi mai dell’Erebo
giunge alle porte,
tra le caligini
d’anime morte
fiamme ove guizzano,
requie non è?
Qui solo lagrime
versa il dannato,
qui soffre Sisifo,
nell’acqua assetato
il veglio Tantalo
tormento ottien.
Del cane Cerbero
dalla pupilla
dolore atavico
e follia spilla:
sorge dall’orrido
nostro signor.
Altro non abita
le nostre lande
che l’urlo il gemito,
che acuto spande
su chi è qui misero
nuovo terror.
Perché vuoi cogliere
di vita il frutto,
mentre recidere
il fato e lutto
scoppi terribile
Parca non vuol?”
ORFEO PLACA LE FURIE
“Furie or placatevi;
il pianto udite
di chi al sen labile
sol morte mite
e chiede e debile
s’accascia già.
Giuro sul Cocito,
viva è la scorza
ma dentro l’anima
stretta è da forza
che rende Antenora
loco sublim.
Le braci fulgide,
che larve meste
spietate bruciano,
sotto la veste
ardon caldissime
in mezzo al cor.
Follia dal Tartaro
la stanca mente
sento già invadere;
già luci spente
volgo per scorgere
chi tolta mi è.
Eterno il piangere
d’inferno effige
ognor mi soffoca.
Sceso allo Stige
son sol per chiedervi
d’udir pietà”.
“Oh quale incognito
prende le membra
affetto flebile?
Triste ci sembra
che soffra gl’inferi
chi ancor vivo è.
Parla su giovine
del tuo dolore;
come rifuggere
quel tuo candore,
la voce limpida
e il tuo cantar”.
ORFEO SU EURIDICE
“Ove fuggì la rondine, il Grecale
all’improvviso reca suo infuriare
leggera una coltre come d’opale,
che tacita al dì sui monti albeggia
nuovo ed al pargolo ogni oggetto appare,
qualora il suo mondo innevato veggia.
D’Euridice tale l’aspetto il core,
brillando nell’iride mio, conquise
e come congiunge all’olmo il fattore
la vite ed essa su ogni ramo posa,
sì rattta Afrodite l’animo intrise
e nacque al fin dei filari una rosa.
Ma un dì la vide Aristeo e la voleva;
amor se sovente l’amato amante,
inseguito fa quel che rincorreva,
disprezzò Cupido questa passione,
nel prato onde fuggiva verdeggiante
e lì le morse un aspide il tallone.
Come poteste usignoli cantare
allor che io stringeva la morta salma,
beltà ove svaniva in freddo calcare?
Come potesti fior fiorir felice
e come fronde ondeggiare alla calma
dell’aere a cui s’abbandonò Eridice?
Io possa rinnovar d’Ercole l’orme,
che fur di Teseo e di Piritoo imploro;
se prigion nel mondo sarò che dorme,
lieto l’animo getterò l’alloro”.
LE FURIE SULLA SOPPORTAZIONE
“Pare certo pari ai numi l’amato
o chi presso gli sieda e per natura
l’uomo è dell’Empireo trascinato
all’arce pura.
Ma l’ala ricorda d’Icaro sorta;
là trovasse sui nembi cinerini
narrano egli posatosi una porta
su tre gradini.
Levava il pie’ sul primo e giù mirava
d’erba farsi gli elci effimeri steli
e sovra tingersi di luce flava
gli umidi veli.
Era al secondo e fissava Iperione
nuotar nell’etre sulla via fatale
e vanir se fugge la sua magione
la fiamma frale.
Giunse al vertice infine e guardò in volto
l’animo suo abbandonato sul petto
dell’anima dalle sue braccia avvolto
e da lei stretto.
Dischiuse la soglia, ma scorse dietro,
mentre tutto si dissolvea repente,
placido ci stava inquietante e tetro
un vuoto niente.
E quanti son come Icaro caduti?
Tanti l’onda nei fragori del mare
sommerse e furon lor sogni peduti,
quando brillare
nuovamente volle il sole sui flutti,
riflesso in mille scintille festose;
ma, fratello, agli inguaribili lutti
dio contrappose
la sopportazione che dona ai forti
un farmaco che ogni dolor sorregge,
poiché solamente fuggono i morti
la fatal legge.
Sovente a voi come cuoio che neghi
al lento rozzon normanno la vista
diviene il soffrire ove, infranti i preghi,
il pianto insista.
ORFEO SULLA SPERANZA
Talor, come, sorgendo, il cupo espero
lucido rapisce del cielo il seggio,
trapuntano gli astri l’etere nero
e dai nembi una falce di Selene
or sì or no d’un lume incendia leggero
l’acque, ove guizzano oscure sirene,
la tracia terra dormiente miravo.
Un doppio suon di pesta dalle rene
s’udiva, dai monti un carro ascoltavo
per via affrettarsi, frenarsi improvviso;
e mi fingeva assonnato uno schiavo
sol bramasse della sua moglie il viso,
mentre per l’erte andava e pei dirupi.
Ma vegliava uno meco e l’occhio fiso
sul lume avevo tra i casolar cupi.
Egli nella stanza marciava ansioso,
come ove salvasi una preda i lupi.
Qual Vero cercavi, uomo misterioso,
quasi perla che una conchiglia asconda?
Immaginar l’animo tuo non oso:
fra sé una battaglia esso furibonda
pugnava, che forse volle Cupido,
il lare forse volle e che profonda
lo circondava come il mare il lido.
Ma ricucì la ferita l’aurora,
ché immobile osservava dal suo nido
come azzurrino l’orizzonte indora.
Forse sognava essere in quel bagliore
compiuto quel che più bramava allora,
giacché chi è sull’Olimpo signore
pur donavaci immensa la speranza,
per cui eroico s’erge sul male il core.
L’alba così nella candida stanza,
ove Euridice giacque senza vita,
colsemi allora in cui tenue il dì avanza.
Sul bianco telo che al tacere invita
Rorida alzai la fronte e mirai lente
nel cielo alzarsi di rosa le dita.
Allor la rividi nel bosco aulente
scherzar meco e mi invitava lo spirto
di cupa grotta alla gola silente”.
SULLA BELLEZZA
Giove ove si placava,
Iride brilla nei mille colori,
lenti che sfumano e ciascun di questi,
se un punto se ne cava,
uguale a quelli fuori
pare, benché vestan diverse vesti
quel che ultimo o primo si manifesti.
Così voci si levano diverse
su cosa sia bellezza,
né havvi alcun che piena ne abbia contezza;
però d’ognuno emerse
incerto un sentir che è così nomato,
che da molto è agli altri accomunato.
Porpora a primavera i tulipani
sbocciano al verde in mezzo,
comun fondendosi all’erba in un ente;
similmente agli umani,
dolce del core al rezzo,
fioriscono delle armonie nella mente
con ciò che affine a sé nel mondo sente.
L’amore è armonia
dei sentimenti e delle forme belle,
siano esse altrui rubelle.
Delle idee ove comunanza sia,
ecco nasce una novella passione,
che lega l’animo di due persone.
Come di rosa tinge
lucifero l’orizzonte e dorata
presto l’alba s’accende,
così l’una armonia l’altra sospinge:
dall’unione è la coscienza infiammata,
sì ratto che comprende
appena la passion che a lei s’apprende.
Questo univa Euridice
ad Orfeo, questo oggi a te mi sospinge,
il braccio se ti cinge
e nell’iride tuo leggo felice
qualcosa che non puote
essere cantato da queste note.
Narrano Zeus un dì divise l’uomo
e forse tutti una metà cerchiamo,
onde di Ciprigna si colga il pomo,
per la cui beltade si dica: “amiamo”.
IL DOLORE DELLE FURIE
Sibila nelle fronde, urla Aquilone,
infuria d’Eolo muggendo la prole.
Alte sul mar canuto dal costone,
nei lor fruscii sussurrano le aiuole,
sospese in un’effimera pulsione,
rispondono dagli arbori parole
misteriose e par la loro canzone
del monte mormorar l’immensa mole.
Sciami raschiano la terra di foglie,
che abbandonava riarse l’estate,
che, gioconde danzando, i flutti accolgono.
Così lamentano le loro doglie
numerose voci tra sé legate,
tutte in una finché non si compongono.
Così pianser le valli d’Averno
e del Caos il baratro immenso;
infine redì il silenzio eterno
a regnar sul miasma denso.
Facevasi avanti un dei demoni:
sparsa avea la rossa chioma,
purpureo il volto per le passioni,
pietà per cui l’animo doma.
Nobile era l’aspetto e gentile
e il giovane corpo fasciava
una coda al crotalo simile,
che intorno suonando guizzava:
“Oh Rodopeio”, principiò a dire,
“che insino alla tenaria porta
muovesti a pregare il nostro sire,
dell’Erebo per la via torta,
l’opra di Belo delle nipoti,
che cinquanta meno una figlia
empiono crateri ognora vuoti,
la tua speranza rassomiglia.
Sapessero perdonare i Mani
Andromaca avrebbe Ettorre,
né Piramo per i veli ircani
vorrebbe la sua vita torre.
Da Pluto otterrai l’addio supremo
dell’adorata tua Euridice,
poiché infrangere noi mai vedremo
la legge per cui uscir non lice.
Tu niente Orfeo se non arie vaghe
afferrerai negli antri profondi,
ove piovon di vita mai paghe
dei tristi l’alme e dei giocondi.
Qui mortali un dì sarete accolti
è l’ultima casa comune,
dall’oblio ove sarete avvolti,
tramontate le vostre lume.
Ma ancora si leverà il Titano,
pria che tu la possa cercare
d’Elisio nell’infinito piano
e cupido al petto abbracciare.
Congiunti, non disperar, sarete
nei campi dell’anime pie,
insieme sulle sponde del Lete,
lungi dall’umane malie.
L’altro or l’un precedendo or seguendo,
spazierete tra l’asfodelo
e quel giorno in cui guarderà attendo
di luce privo sotto al cielo
Euridice sua sicuro Orfeo.
Ma ti prego rinunci il cuore
all’inconquistabile trofeo;
troverai lì solo dolzore”.
LA VISIONE DI ORFEO
“Un colle, al colle sovra una distesa
vi è sull’Emo dai venti ognor battuto,
l’erba ivi è del dì dagli strali accesa,
ché ombra lì non è contra al sole acuto”,
principiò il poeta, la corda tesa
lievemente sfiorando il palmo arguto,
“sette giorni piansi lì ritirato
l’ottavo a me venne un cervo dorato”.
Ma, al dolce vibrar dei fili sonori,
ombre tenui vaporava la terra,
quanti sono le colome e gli astori
che tra le fronde un gran timore serra,
se mai dei tuoni s’odono i fragori,
scatenano i lampi la loro guerra
e goccia con un brusio cristallino
e rado e fitto il cielo settembrino.
Del verde se le querce il verno priva,
esse spoglie dal vertice si sporgono
ed ergendo la chioma non più viva
di neri arabeschi il seren dipingono.
Così incerta in una forma primitiva
d’uomini questi fumi si raccolgono;
“Venisti infine dal tuo calmo Anfriso”,
cieco diceva e bianco il lor sorriso.
“Dorato un cervo accanto a me si pose;
ma a noi improvviso un centauro accorse
per cacciare sulle balze pietrose.
Furente le labbra a sangue si morse,
sbuffava il cervo dalle froge afose
e rimase la pugna a lungo in forse:
questo aiutava furia quello mente,
sì che ogni colpo all’altro era dolente.
E bramendo si scaglia
fulmineo al nemico il legnoso serto;
ma come una tenaglia
l’afferra gonfiando il bronzeo lacerto.
I palchi rotar tenta:
sono ambe le membra un guizzare incerto.
Il nefelide come il rame brilla;
ignara scorre e lenta
d’acciar dal petto purpurea una stilla
nella mischia violenta.
Frange infine l’ossa al cranio dorato
e con un suon di squilla
dei cervi atterra il rege inanimato.
Così li rividi nella sua voce
ed intanto spiegavaci il cantore:
“Quello che il veltro rifugge veloce
era quel di cui dicon Pizio autore,
l’altro, mostro dalle due forme atroce,
di Cupido e di Libero era l’ardore.
Amore mi vinse e pur periglioso
pur vietato d Giunon dallo sposo,
se pugnar pur anco dovrò col fato,
che sui mortali e gli immortali regna,
tenterò il sentiero che comandato
fummi non dalla tracotanza indegna,
ma dal core al patire rassegnato.
Patire l’antro che gli astri disdegna,
onde Euridice respirar riveda,
della Parca anzitempo triste preda.
Non troppo chiedo, sol che si rispetti
il numero dei soli stabilito
perché si goda dei terreni affetti.
Quello di lei e lo spiro in me che è sito
renderò senza che qui giù si aspetti,
quando il nostro tempo si sia esaurito.
Fallirò? Che importa se la morte grava,
Sulla lapide sarà iscritto osava!
LA PREDIZIONE DELLE FURIE
Quando sprigiona il Noto il Saturnide,
madide al cielo l’ale il Noto spiega;
tra turchese l’arco e nero divide,
da dove sorge sin dove Eton piega.
Il volto dei nembi dalla congrega
cupo sporge e sotto nei flutti incide;
fulgidi obbedendo a questo stratega
battagliano i lampi loro disfide.
Gli è chioma la nebbia e una cascata
la barba, che scroscia nella tempesta,
in un grido è la bocca spalancata,
due vortici ha per occhi sulla testa.
Similmente sui diavoli calata
sembrava una rassegnazione mesta.
“Lasso questo le Esperidi
del misero Fetonte
sul sepolcro scolpirono,
fumante ancor la fronte,
quando pel prego improvvido
furon gli incendi il dì.
Ma le donne dei Ciconi,
odiando il nuovo amore,
faranno udire i cantici
dell’Ebro atro al lincore
e sul lido di Metimna
la serpe sfiorerà
di Delfi il santo oracolo.
E sarà pietra eterna,
un cristallo di vortici,
di spire, che prosterna
le zanne sue fameliche
al poeta che fu.
Ivi poserà i riccioli ,
di viola dai riflessi,
- e il riso avrà dolcissimo -
vergine a cui commessi
saran gli arcani mistici
dell’arte del sentir”.
Solleva il collo candido
il cigno pigramente
sopra allo specchio placido,
Isonzo la corrente
ove nell’Adriatico
nei secoli versò.
Come nera una maschera
di croco il becco fascia,
leggiadri e chiari nuotano,
finché una fredda ambascia
con la voce sua gelida
Aquilon recherà.
Similmente il Calliopide,
nei suoi pensieri immerso,
non più tangeva il piangere.
Così in un sogno perso
d’un gatto indecifrabile
l’occhio talora par.
SULLE PENE D’AMORE
Ahi pene d’amor sovente
voi mi spingeste a mirare
dell’onde il mugghiar possente
malinconico in un mare.
“Misero, quel che perdesti
perso rimanga” una voce,
l’altra “l’ardore si desti”,
onde ne son messo in croce.
Ora fulgido nel cielo
levasi il carro splendente,
tumido or lo copre un velo,
se solo a me ella ridente
volge il fiorito suo stelo
gioia e per la sua il cor sente,
o se lungi ci separa
un giorno una sorte amara.
ORFEO SULLA LIBERTÀ
“Da un vortice di quel baratro arcano,
confuse ove son le nascenti forme
e già svanendo levanosi invano,
l’alta unità dell’essere ove dorme”
Principiò il cantore dell’Elicona
e tremando ogni corda della lira
un ritmo che incede severo intona,
“Si accese un lume che candido e puro
degli astri svelò il corso e dei pianeti;
si destavano nell’etere oscuro
delle galassie immense gli occhi lieti.
Come nuvole su cui un vento spira,
si infrangono, si raccolgono assieme
e lenta ciascuna su di sé gira.
Del cosmo già su questo opaco grano
una vita emergeva multiforme,
miravano il suolo gli augel lontano
si imprimesser stupire le prime orme.
Degli umori la terra cupa freme,
lottano per conquistare Iperione
la grande senape ed il picciol seme.
E presto l’om si illudeva il futuro
si conceda da lui dipenda o vieti:
di regnare si finge imperituro
sul mugghiar dei flutti e sui monti quieti.
Dalle nostre pupille la creazione
si conosceva nell’arco notturno,
d’essere bollendo per la passione.
Tutto i savi narran sia generato,
il vuoto e gli atomi dell’universo
e ogni suo moto, dal divino fato,
cui correr non è dato da sé diverso.
Egli se ondeggia il ritorto viburno,
quanto si allunghino sulla sonante
ghiaia l’onde decide e loro turno.
Qual virtude la libertà possieda,
se tale è quel che è su di noi signore,
naturale è dunque che alcuno chieda,
gaudio se egli determina o dolore.
Eppure libero scorre ogni istante
nel petto ch’è dell’animo magione,
così che il dubitare ivi è costante.
Ché dall’anima non è separato,
è nel sentire il razionale immerso,
siede della mente la follia al lato,
da noi il sogno non vien dal fato averso.
Dei mortali è tale la condizione:
liberi essi son di creare un mondo,
che libero sia dall’altrui opinione.
Ma siccome dell’aguglia la preda,
la speme sì degli atomi il pastore
fugge, benché un nido non intraveda,
ove nascondersi dal cacciatore.
Sono? Con la finzione mi confondo
e parmi ella essere la mia persona;
viver senza di lei mi sembra immondo.
Non mi cale se giuso si morrà;
l’estremo anelito sussurrerà
dolcissimo un accento: libertà.
CORO DELLE ANIME
Tendiamo a te festanti
le braccia oh cantore,
queste braccia albicanti
nell’eterno pallore.
Cantore a noi ne vieni,
vieni a terger la mente,
la mente rassereni
del Lete la corrente.
Qui vedi al veglio presso
i fanciulli che i cari
sulla pira hanno messo
di giovinezza ignari.
Qui gli amanti che avversa
divideva la sorte
l’alma hanno in un conversa:
in quell’un ch’è la morte.
Lì i militi s’accolgono,
che l’essere bramando
altrui l’essere tolgono
con strali o triste brando.
L’alma attende d’Anchise,
di chieder se la vita
la vita al figlio arrise
avida va romita.
Un dì a veder canuto
canuto alcuno tremavo;
era pel terror muto,
sentendo che invecchiavo.
Strinsi a me il corpo amato,
lo baciai mille fiate,
mille fiate fui grato
alle aurore rosate;
giornate ove inspirare,
inspirare nel petto
l’arie del cielo chiare,
inconsci del diletto.
Nulla importa il dolore,
il gaudio che provasti;
fosti d’opere autore
di cui vedesti i fasti
o rimanesti ascosto,
al mondo sconosciuto,
reca nell’oblio tosto
agli inferi il tributo.
Polvere tutti siamo,
nel cosmo ombre disperse,
ma un cosmo noi sentiamo
che da quest’ombre emerse.
Cosmo è di sentimenti
quel tempo che le Parche
dieder, pria che impazienti
saliam le stigie barche.
Tendiamo a te festanti
le braccia oh cantore,
queste braccia albicanti
nell’eterno pallore.
Cantore a noi ne vieni,
vieni a terger la mente,
la mente rassereni
del Lete la corrente.
EPILOGO
A questi detti gli spiriti le dita,
simili a fumo che tremulo s’alza
dalla villa in un’ampia valle sita,
la tenebra se cade dalla balza,
alzavano, come un passante invita
una turba che l’emozione incalza,
se inusitata è una nuova udita,
che tra mille gaie voci rimbalza.
Ratti correvano al giovine intorno,
flebili come un velo che solleva
frigido un vento dalla neve bianca.
Già d’argento dei rai d’un nuovo giorno
l’orizzonte cerulo si tingeva
e vania degli astri la face stanca.