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“Come vuoi.”
È una frase educata.
Sembra morbida.
Ha un tono che non fa rumore.
Il problema è che non significa mai la stessa cosa.
Se la dici tu, stai concedendo spazio.
Se la ricevi, stai entrando in un territorio minato.
“Prendiamo la macchina o andiamo a piedi?”
“Come vuoi.”
Io scelgo la macchina.
Si sale.
Silenzio.
Dopo trenta secondi:
“A piedi si stava meglio.”
Ecco.
Non era un “come vuoi”.
Era un test.
La cosa curiosa è che nessuno ti avverte.
Non c’è un manuale.
Tu devi intuire che “come vuoi” contiene un’opinione nascosta.
A volte è una resa.
A volte è una trappola.
A volte è solo stanchezza.
Ma non lo sai prima.
Una volta ho provato a chiedere:
“Lo dici perché ti va bene o perché non vuoi discutere?”
Mi hanno guardato come se avessi complicato tutto.
“Ma no, fai come vuoi.”
E siamo punto e a capo.
“Come vuoi” è una frase che si attiva dopo.
Funziona al futuro imperfetto.
Nel momento in cui la senti, è neutra.
Dopo diventa interpretazione.
Se la cosa va bene, era sincera.
Se va male, non hai capito.
E tu resti lì, a rivedere mentalmente la scena.
Il tono.
La pausa.
Lo sguardo.
Per capire se dentro quel “come vuoi”
c’era un avviso.
La cosa più interessante è che non puoi nemmeno arrabbiarti.
Perché tecnicamente ti hanno dato libertà.
È elegante.
Pulito.
Imprendibile.
Allora ho iniziato a fare una cosa diversa.
Quando qualcuno mi dice “come vuoi”,
io rispondo:
“No, dimmelo tu.”
E lì succede qualcosa.
Un leggero fastidio.
Una micro-esitazione.
Perché adesso la responsabilità torna indietro.
E spesso arriva una risposta vera.
Non lunga.
Non articolata.
Ma vera.
Da quel momento ho capito che “come vuoi”
non è una soluzione.
È un modo per non esporsi.
E io, ormai, preferisco le cose dette male
alle cose non dette bene.
Capito?