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“Dopo.”
È una parola tranquilla.
Non dice quando.
Dice solo che "adesso no".
“Ne parliamo dopo.”
“Lo facciamo dopo.”
“Ti richiamo dopo.”
“Dopo” ha sempre un tono ragionevole.
Nessuno discute con il dopo.
Se qualcuno dicesse “mai”, sarebbe chiaro.
“Dopo” invece resta aperto.
Sembra quasi una promessa.
Il problema è che il dopo non arriva mai da solo.
Ha sempre bisogno di qualcuno che lo va"da a prendere.
Se nessuno lo fa, resta lì.
Come un oggetto dimenticato.
Una volta ho provato a seguire un “dopo”.
“Passo dopo.”
Me l’hanno detto a mezzogiorno.
Alle tre ero ancora curioso.
Alle sei ho capito che il dopo era già passato.
Solo che io non ero stato invitato.
Il giorno seguente ho chiesto:
“Ma ieri?”
“Ah sì, poi abbiamo fatto.”
Abbiamo.
Io non ero dentro quell’abbiamo.
“Dopo” ha questa particolarità:
quando arriva, cambia forma.
Diventa:
“alla fine”,
“a un certo punto”,
“ieri”.
Non resta mai “dopo”.
In ufficio funziona benissimo.
“Guardo dopo.”
“Te lo mando dopo.”
“Ci pensiamo dopo.”
E la giornata si riempie di "dopo".
Uno sopra l’altro.
Verso sera qualcuno chiede:
“Ma quella cosa?”
E la risposta è sempre sorprendente:
“Eh, è rimasta indietro.”
Indietro rispetto a cosa?
Al dopo precedente.
Da un po’ di tempo ho cambiato strategia.
Quando sento “dopo”,
non immagino più niente.
Non un orario.
Non un momento.
Nemmeno una giornata.
Penso solo che quella cosa
non sta succedendo.
Se poi succede davvero,
è una sorpresa.
E le sorprese, di solito,
sono più piacevoli delle attese.
Capito?