Emily

scritto da Manoscritta
Scritto 2 anni fa • Pubblicato 2 anni fa • Revisionato 2 anni fa
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Vorrei chiedere un'opinione: piace di più la narrazione in prima persona o in terza?
- Nota dell'autore Manoscritta

Testo: Emily
di Manoscritta

Pubblico questi due brani di un romanzo che sto strutturando come trama ecc. Il genere è storico con contaminazioni soprannaturali, ambientato a cavallo fra l'età vittoriana e quella edoardiana. Si svolge inizialmente in Inghilterra, ma poi la vicenda si sposta in Sudamerica.
Il primo brano ha luogo in Inghilterra, il secondo in Sudamerica (di preciso non so ancora dove, sto studiando la storia del posto).
Ringrazio già da ora chi avrà voglia di leggere e magari lasciare la sua opinione in proposito. Buona domenica!


Narrazione in terza persona

La carrozza stava frenando quando Emily spalancò la portiera, sollevò la gabbia della gonna e saltò a terra rompendo la fibbia incastonata di gemme di una delle scarpette da ballo. Senza curarsi del gioiello che rimaneva a inzupparsi di pioggia sulla ghiaia del piazzale saettò verso i gradini di Villa Fez, sorda ai richiami del lacchè che le gridava “Aspetti, milady!” e la inseguiva con l’ombrello aperto.
Entrando di furia, per poco non mandò a gambe all’aria la cameriera che stava aprendo le ante del portone. “Seguimi Lizzy, aiutami a tirare via il vestito. E questo maledetto corsetto, dio come lo odio. E chiama Dory, che mi prepari il bagno, devo togliermi di dosso questo odore schifoso subito, presto, sbrigati.”
Non ci fu bisogno di chiamare Dory che si unì in vestaglia al piccolo corteo, attirata dal trambusto.
“Via, via, via” ripeteva Emily che capeggiava le cameriere nella corsa verso la stanza da bagno. Si sfilò i guanti e li gettò a terra, poi buttò sul pavimento diadema e girocollo di smeraldi, un anello, qualche nastro di pizzo.
“Milady aspetti, romperà il vestito, lasci che l’aiuti.”
Contagiate dalla frenesia della padrona, Lizzy e Dory riuscirono a liberarla da vestito, gabbia, corsetto e biancheria intima prima che si precipitasse nella vasca anche se l’acqua le copriva appena i piedi. Inzuppò la spugna e strofinò il collo più volte, come se quel gesto bastasse a cancellare il ricordo di poco prima: ‘Non c’è alcun gusto a sottomettere pecorelle, mia cara, ma una puledra selvaggia, quella sì che dà soddisfazione’ e poi era scivolato dietro di lei, le aveva afferrato le spalle e le aveva strisciato la sua lingua umida e viscida sul collo riuscendo a infilargliela nell’orecchio. Lei avrebbe dovuto colpirlo, graffiarlo, ma era riuscita solo a lanciare un grido e fuggire, inseguita da una risata e dalle sue parole fameliche ‘Ci divertiremo, bambina, te lo assicuro.’
Oh, mai! Mai avrebbe acconsentito a sposare quel porco.



Narrazione in prima persona

Il suono di tamburi che si avvicinano mi strappa dal dormiveglia. È ancora tutto buio intorno e sono sdraiata a terra, indolenzita. La schiena, le spalle, il collo, le gambe, mi fa male tutto, anche le dita dei piedi. Non so quanto siamo rimasti nella caverna, senza mangiare e bere, immersi in un’umidità densa che entra nei polmoni a ogni respiro. Ricordo di avere urlato, a un certo punto, come gli altri. E intonato canti che non sapevo di conoscere.

La luce compare in fondo, non so se dal corridoio di entrata o da un altro, ho perso il senso dell’orientamento. Lo sciamano anziano avanza con la torcia accesa in una mano, un bastone intarsiato nell’altra. Ha un copricapo di foglie e piume che ondeggia quando batte il bastone sul suolo e subito lo brandisce verso l’alto. Urla richiami al cielo e alla terra, o così mi pare, non ho ancora imparato molto di questa lingua.

Tre giovani lo accompagnano in fila indiana percuotendo tamburi larghi e bassi. Li seguo con gli occhi. C’è un fuoco al centro della caverna, non so chi lo abbia acceso, sembra comparso dal nulla. Lo sciamano gli si ferma vicino. Gira lento su sé stesso scuotendo il bastone in ogni direzione. I tamburi rimbombano. I miei compagni sono in piedi, vanno verso il fuoco. Mi alzo anch’io, barcollo ma non cado. Mi avvicino al fuoco. Lo sciamano indica la terra e tutti, tranne i suonatori, si sdraiano supini, la testa verso il fuoco, i piedi rivolti alle pareti. Sembrano raggi di una ruota invisibile, penso, e mi unisco a loro, il suolo gibboso contro la schiena, gli occhi chiusi. Il mio corpo è di pietra e di ghiaccio. L’eco dei tamburi arriva da ogni direzione. Il ritmo incalza, aumenta la frequenza, mi afferra e mi risucchia fuori, a ballare intorno al fuoco. Vedo il mio corpo immobile, fra gli altri, ma non mi interessa. Il ritmo mi trascina e giro, giro, giro su me stessa, sempre più veloce, sempre più vicina alla vertigine che mi entra nel cuore e davanti a me una piccola tromba d’aria si alza dalla terra, vortica, ci salto dentro. E tutto si ferma. Sono sola, immersa in una luce bianca soffusa.


Emily testo di Manoscritta
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