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Quel pomeriggio d’agosto.
Ricordo ancora quel pomeriggio d’agosto,
il sole bolliva l’asfalto
e io ti guardai come se ti vedessi per la prima volta.
Pensai: “Lui non è più mio padre.”
E non lo eri.
C’era qualcos’altro nei tuoi occhi,
una nebbia, un’assenza viva.
Era la tua malattia
che lentamente ti portava via.
Che oggi — in silenzio —
vive anche dentro di me.
Avevo dodici anni
quando iniziai a scrivere.
Scrivevo di te.
Ti chiedevo di essere felice,
ti imploravo con parole troppo grandi
per una bambina.
Oggi vorrei tornare lì,
in quella stanza,
con il quaderno sulle ginocchia
e le ginocchia che tremano.
Vorrei sedermi accanto a quella me
e dirle piano:
"Sii felice tu, adesso."
Perché anche tu hai diritto alla luce.
Perché anche tu meriti di restare.