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C’è un’ora esatta
tra il cono stanco di un lampione
e la prima crepa dell’alba -
in cui la città disinnesca i denti,
smette di masticare metallo
e il traffico si assottiglia
fino a diventare memoria.
In quel vuoto senza attrito
il cuore non batte: insiste.
È un codice Morse cieco
contro il muro del petto,
un urto di spugna e nervi
che non chiede ascolto
ma misura il buio
in millimetri di resistenza.
Fuori, le parole collassano:
detriti di voce,
notifiche esauste,
passi che non arrivano mai a terra.
Qui invece, sotto il cotone quieto,
accade senza testimoni
l’unico fatto non negoziabile:
una pressione che ritorna,
ostinata,
un tic di carne che fora il silenzio
e lo costringe a rispondere.
Siamo isole acustiche.
Fuori, la voce si consuma per esistere.
Ma qui, nella stanza senza finestre,
il sangue parla senza suono -
e non chiede di essere capito.
Accade.
E continua.