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Non l’amavo per la sua voce, l'amavo per il silenzio che lasciava quando smetteva di parlare.
Un silenzio che aveva la forma delle sue labbra e che restava nella stanza ore dopo, che se n’era andata.
La incontrai al sanatorio di un parente, tra i corridoi che odoravano di etere e fiori marci.
Era lì per “languore”
così dicevano, io so che stava guarendo dalla vita.
Aveva mani così bianche che sembravano già scolpite nel marmo e occhi che non riflettevano la luce, ma la assorbivano.
Non mi disse mai il suo nome.
“I nomi sono guinzagli"
sussurrò una notte mentre scriveva lettere con l’inchiostro che spariva al mattino.
“Sono per chi non è ancora nato, o per chi è già morto.
Non ho ancora deciso.”
Ci amammo come si amano i fantasmi: Senza toccarci troppo, per paura di attraversarci.
Le portavo rose nere e lei le metteva in acqua e il giorno dopo, l’acqua era diventata inchiostro, non scrivevamo, ci bagnavamo le dita di nero lucente e sul legno poi, comparivano frasi, che nessuno di noi, aveva pensato.
Una sera mi confessò il suo segreto:
Non aveva cuore, al suo posto, nel petto, teneva una candela, per questo non poteva correre, non poteva ridere troppo forte.
“Se la fiamma si spegne, io finisco"
mi disse.
La credevo pazza, poi nel dormiveglia, sentii il suo respiro, non era aria, ma era fumo.
Decisi di salvarla, gli uomini fanno sempre questa sciocchezza.
Comprai una teca di vetro, la più grande che trovai, per ripararla dal vento del mondo.
La notte in cui gliela donai, lei pianse lacrime di cera.
“Sciocco, non è il vento che mi spegne, ma l’assenza"
Non compresi, non allora.
Venne l’inverno, il sanatorio chiuse,
lei doveva partire per un luogo,
“dove il mare è più caldo”
La vigilia della partenza, mi chiese un bacio, uno solo.
“Ma promettimi che non tratterrai il fiato"
Disse e io, promisi.
Le sue labbra sapevano di foglie e di addio.
Nel momento in cui le mie sfiorarono le sue, sentii un calore improvviso nel petto, dolce, insopportabile.
Quando mi staccai, vidi la sua candela:
Fumava, si era spenta.
Non urlò, non cadde.
Sorrise soltanto, con quella pietà terribile che hanno i morti per i vivi.
“Ora brucia tu per entrambi”
disse e si accasciò sulla mia sedia, perfetta, immobile.
Non un cadavere, ma una statua di cera, che conservava ancora il calore del suo ultimo respiro.
Da quella notte, io non dormo, non mangio, non esco, perché nel mio petto, dove prima c’era solo il vuoto stupido degli uomini, ora arde una fiammella.
La sento vibrare quando penso a lei, la sento guizzare quando mento.
E so che il giorno in cui cesserò di amarla, di soffrire per lei, di cercarla in ogni ombra, quella fiamma si spegnerà.
E allora, finalmente, anch’io sarò libero.
Ma libero come sanno esserlo i dannati, perché è solo un altro nome per dire:
"Spento"
Ancora oggi, la teca di vetro è qui con me, vuota.
A volte, nelle notti di vento, giurerei di vedere la sua forma seduta dentro, che mi guarda e aspetta.
Aspetta che io impari a non amare più, o che io finisca di bruciare.
Quale delle due verrà prima, non so dirlo.
Le candele non misurano il tempo, lo consumano.