Una Panchina, e Piangere le Stelle

scritto da Luca C_Max
Scritto Ieri • Pubblicato 18 ore fa • Revisionato 18 ore fa
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Autore del testo Luca C_Max
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Notti cariche di pensieri, pensieri che spesso sono inutili e impostati ad alto volume: sono quelli che ti impediscono di pensare serenamente. Sembra una contraddizione, mi dico: i pensieri non possono impedire di pensare
- Nota dell'autore Luca C_Max

Testo: Una Panchina, e Piangere le Stelle
di Luca C_Max

PIANGEVA LE STELLE
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 Ci sono quelle sere che proprio non ne vuoi sapere, e quelle notti che proprio non è aria di dormire, notti cariche di angosce impalpabili che ti assalgono, senza un valido motivo, credi: piano piano, ti levano il respiro, e cominciano a prendere forma le paure delle paure.

 Allora, il respiro te lo vai a cercare fuori, meglio un tetto scuro puntinato di luci tremolanti, un tetto molto più ampio, agorafobico anche e, quindi, sicuramente meno opprimente di quello di casa.

 Il parco è sempre quello; ormai è considerato un posto sicuro anche durante queste ore. Forse la gente è anche stanca di fare del male o, semplicemente, oggi ci si spaventa con più difficoltà.

 La panchina poco illuminata è sempre quella, la stessa amica da mesi ormai, compagna muta di notti cariche di pensieri, paure, e a volte dolori. Specie quel dolore, localizzato, dolore al quale fai finta di non dare ascolto per non alimentare il gioco delle paure.

Notti cariche di pensieri, pensieri che spesso sono inutili e impostati ad alto volume: sono quelli che ti impediscono di pensare serenamente. Sembra una contraddizione, mi dico: i pensieri non possono impedire di pensare, la loro stessa esistenza rappresenta questa azione, poi capisco che non me ne frega assolutamente una beata minchia di tutto ciò e che mi sto incartando da solo. Un classico.

 Mi incammino verso la panchina.

 Capisco subito che, questa notte, ad elucubrare nel nulla, saremmo stati in due; la panchina è già occupata per metà, perché il barbone che la occupa non sta dormendo, ma è sveglio e fisso con la testa all’insù, intento a guardare le stelle.

 Un barbone, penso, e perché no?

 Hanno spesso storie interessanti da raccontare, vite devastate ma filosofie di vita molto semplici e ordinate, tipo “Vivo, e devo fare il minimo per potermelo permettere; quando non vivrò più, smetterò anche di fare quel minimo, ci saranno poche lacrime per me, niente banche ad aggredire la mia casa. Banche, venitevi a prendere ‘sta minchia di panchina, se vi piace, e infilatevela dove sapete o spalmatevela sui vostri conti correnti”.

Ecco i pensieri in libertà che cominciano ad arrivare, quelli inutili e ad alto volume.

 Lui guardava le stelle.

 Lo faceva muovendo piano la testa, spaziando su un bel pezzo di cielo; sembrava piangesse in silenzio, bisbigliando qualcosa, perso completamente in quel pozzo nero incastonato di tanti piccoli, microscopici Swarovski.

 Sì, sembrava che stesse piangendo le stelle, oppure stava solo sudando.

 Prendo posto nella mia porzione di panchina, sapendo bene che le banche non se la prenderanno mai.

 - Bello, vero? - gli dico tanto per rompere il ghiaccio, pur considerando che eravamo sui trentacinque gradi con umidità all’ottanta percento minimo.

Lui distoglie lo sguardo e lo posa piano su di me, e sì, stava piangendo, non era sudore. Capisco subito di aver detto una banalità celestiale.

 - Bello… Come può essere bello un cimitero, un campo di battaglia, un reparto geriatrico, o uno di ostetricia - mi risponde.

 - Prego?

 Capisco che la serata si mette bene. Il suo respiro non sa nemmeno di alcool.

 - Le stelle nascono, vivono e muoiono, ma non sono mai malate. Ci avevi mai pensato? Un fiore, una pianta, un uomo, un animale, si possono ammalare. Le stelle possono solo spegnersi esplodere e morire.

 - No - dico io – non ci avevo mai pensato –

Considerando che sono talmente ipocondriaco da avere paura anche dell’ipocondria, mi fa strano, veramente, non averci mai pensato. Bello essere stella.

 E comincia, preso da grande passione, dicendo che una Gigante rossa ricorda un ospedale geriatrico, una Nana bianca, invece, è una specie di cimitero della luce, e poi parla di collisioni come campi di battaglia, di esplosioni di supernove.

 Esplosioni di supernove, sì, e mi dice che non si tratta di un nove enorme, ma di altra roba, più intensa, caotica, e mi sorride coi suoi vecchi occhi lucidi.

- Quando parlo di reparto di ostetricia, intendo che le stelle nascono da nebulose planetarie che, per un qualche motivo, come potrebbe essere l’esplosione di una supernova sufficientemente vicina, vengono perturbate nel loro equilibrio. Una volta spezzato l’equilibrio, l’attrazione gravitazionale al centro della nebulosa inizia ad aumentare sempre di più e…

 Io mi perdo nella melma delle mie rogne e riemergo verso la fine del suo sciorinare.

 - … stessa è nella fase di Protostella, ovvero una stella in potenza, per così dire, che, se continuerà ad aumentare densità e temperatura, allora diventerà una stella vera e propria.

 Decido di irrompere come un pullman indiano in una cristalleria:

- E Dio?

 Ci pensa un po’, storce le labbra, scrolla le spalle:

- Dio avrà fatto le sue cose e se ne sarà andato. Anche per lui, credo che l’Universo fosse troppo complicato.

 Ecco: me l’ha messa pure in rima, me la sono cercata, il tizio è in gamba. Triste, ma in gamba.

 Punta il dito verso il cielo, indica un punto preciso:

- Vedi quella brillante, lì, tra la palla del lampione e la foglia del platano, la vedi?

 - Sì.

 La vedo, sento che non mi piace, ma la vedo.

 - È morta, non esiste più; tu la vedrai per anni, secoli e millenni, ma lei è morta, quella luce non è più. In quel vuoto che vedi più sotto, ci sono luci che non vedrai mai, ma ce ne sono due appena nate. Quella più sopra sta morendo, invece.

 Lo guardo, inclino il capo leggermente per cercare di valutare meglio con chi ho a che fare. Lui capisce il mio turbamento: credo di avere un enorme punto interrogativo illuminato, sopra la mia testa.

 - Ho questo dono innaturale, ho questo potere da superuomo, che mi accompagna da sempre: guardo il cielo e vedo quello che deve arrivare, quello che è, quello che non è più, e quello che sta morendo.

 Non mi piace, sento che non mi piace.

- E quelle lacrime sono per le stelle?

 - Questo mondo è come il cielo stellato, tutto in movimento e in divenire, nulla di stabile. Io non posso fare nulla, in quanto nato come solo osservatore. Io non posso fare o dire nulla. Vedo vite in divenire, donne che non sanno ancora cosa hanno in grembo; vedo uomini, che non sanno ancora cosa portano in grembo. Ci sono le persone stabili e quelle che brillano di luce, o di una luce che, a breve, non sarà più. Ecco: queste ultime sono come le Giganti rosse.

 Silenzio, una pausa che pesa come una stella di neutroni, poi riprende.

- Un dono che è una specie di condanna, perché nulla mi è dato di fare, se non solo osservare.

 Sì, decisamente gli piacevano le rime baciate; a me, invece, non piaceva la situazione. Non era più aria di fare domande, sentivo nell’aria la sua voglia di non dare risposte.

Si alza con rumori poco rassicuranti, giunture che gridano aiuto; comincio a pensare che abbia un numero di anni simile alle stelle.

 Mi prende la testa tra le mani, mi bacia la fronte e se ne va.

Mi lascia una lacrima sul naso.

 Mi arriva dentro, e monta, un fiume in piena.

 - Che cazzo ti baci, vecchio? Hai qualcosa da dire, eh?

 “Stai calmo. È tutto ok. Respira. Stai calmo, è solo un vecchio sbarellato… Stai calmo”.

 - Che cazzo ti baci? Dove vai? Finite le tue stronzate?

 Mi piego, quel dolore in grembo stasera è più forte e costante, devo vomitare. La chemio è devastante.

 

Fine

Una Panchina, e Piangere le Stelle testo di Luca C_Max
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