Pensieri sparsi di una discalculica

scritto da AriaStoinov
Scritto 3 anni fa • Pubblicato 3 anni fa • Revisionato 3 anni fa
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Testo: Pensieri sparsi di una discalculica
di AriaStoinov

Ero sempre stata quella intelligente. La secchiona, a sentire i miei genitori. La figlia a cui sarebbe venuta la gobba a furia di stare piegata sul libro, che ha un efficace metodo di studio, con la memoria fotografica, poca spesa e tanta resa.
E altri centinaia di luoghi comuni in cui non mi ero mai ritrovata, e che mi avevano invece bloccata in un empasse in cui la visione che davo al mondo esterno non era quella che avevo io nella mia mente. 
Odiavo studiare.
Amavo imparare, ma questo comportava per me un sforzo cognitivo che tolleravo a fatica. Stare seduta alla scrivania è sempre stata una sofferenza fisica, mi accartocciavo tarantolata sulla sedia, mi mettevo per terra, a testa in giù, sembravo la bambina dell’Esorcista, mannaggia alla miseria. A pensarci bene, forse è per questo che mi è venuta la scoliosi. Per la mia incapacità di stare ferma e buona per il tempo di leggere una pagina, come i miei compagni di classe.  Li guardavo quasi incredula quando le ore di studio per la verifica che dichiaravano sembravano una giocata del Super Enalotto. 

Ma come cazzo fate. 

Era il mio unico pensiero in testa quando facevano a gara per chi si era flagellato di più sui libri, mentre io li guardavo boccheggiando come un pesce lesso. Come quando discutevano lo svolgimento della verifica di matematica appena finita e dibattevano se nel secondo esercizio il risultato fosse 6.5 o 6.7, mentre io, ammutolita, mi imprecavo dietro conscia di aver risposto “barbabietole da zucchero”. 
Non eravamo neanche nella stessa stratosfera di pensiero. 

Matematica. 
Avevo scelto il Liceo Classico appositamente perché, nell'ordinamento italiano, è la scuola con meno ore di algebra e geometria. Due, per la precisazione, a mio avviso anche troppe. Nonostante la mia poca inclinazione nel parlare davanti ad una classe, il primo giorno, prima ora di matematica, avevo alzato la mano dichiarando: “io sono una capra in matematica”.
Non so perché avessi sentito il bisogno di dirlo, era quello che mi diceva mia madre ogni giorno da quando avevo iniziato la scuola, e come biasimare quella donna, davanti ad una pagella di tutti nove e dieci, di certo saltava all'occhio un sei in matematica risicato e conquistato con lacrime e sudore quando l'impegno massimo richiesto erano le equazioni lineari con massima difficoltà raggiungibile il diviso. Per me, essere una capra in tutto ciò che riguardava i numeri, era un dato di fatto, scontato, alla luce del sole e sotto lo sguardo di tutti, che non richiedeva la benché minima discussione sopra. 
Perciò, probabilmente, mi ero buttata in quella dichiarazione per evitare che le persone si creassero le solite mille aspettative su di me viste le mie performance in altre materie, che poi sarebbero sistematicamente state infrante davanti alla prima prova scritta in cui si vietava l’uso della calcolatrice. 
Ma d’altronde,cosa si deve dire di una che a quattordici anni ancora non ha capito dove cazzo spostare la virgola trasformando da ettolitri a litri, o dove vada il riporto delle divisioni in colonna coi decimali. Avrei potuto tirare una monetine e avrei avuto decisamente più chance di prendere la risposta corretta, risparmiandomi gli occhi sgranati del professore o del povero studente che mi faceva ripetizioni quando dopo due mesi dicevo la risposta diametralmente opposta e moralmente sbagliata a quella ammissibile come corretta. 
Matteo, a questo proposito, sappi che quando le prendevo giuste era perché le sparavo a caso. 

Tornando al mio dichiarato stampa, quella santa donna della mia Prof di matematica, per cui sono stata la spina nel fianco per cinque lunghi anni, all'epoca aveva sorriso, dicendo: “ non ci sono capre in matematica, solo persone a cui l’hanno spiegata male”. 

Questa frase mi aveva steso e mi aveva lasciata basita.

È stata una delle prime volte nella mia vita accademica in cui non mi sono sentita addosso tutta la responsabilità del mio fallimento. Era forse possibile che qualcun altro avesse concorso a rendermi la capra in matematica in cui mi identificavo pienamente?
A spezzare la lancia a favore di questa teoria, la mia Professoressa di matematica delle medie del ghetto di Cinisello Balsamo non è che fosse un drago di insegnamento, eh. Porella, poi magari lo era, ma quello che effettivamente mi resta di lei è solamente una lezione in cui ci ha insegnato a fare alla lavagna un cerchio perfetto a mano libera, usando il gomito come compasso.

Volte in cui questa abilità mi sia servita alla data di oggi? zero

Ammetto che possa essere una cosa simpatica da fare come trucco da festa per conquistare le masse ubriache, ma ancora non ho trovato un party con lavagna e gessetto a portata di mano per testare la teoria, perciò, allo stato attuale dell’arte, rimane una cosa che so fare completamente inutile. 

Il punto era, però, che mentre dentro di me c'era una ragazza insicura, con la paura di sbagliare e l'odio per lo studio, da fuori c'era la studentessa modello per cui “semplicemente matematica non è il suo forte, sei più una per le materie umanistiche”.
E questo è indubbio, non per niente il mio esame bestia nera all'università è stato Statistica.
Poi, però, la Santa Donna è riuscita nell’ impresa impossibile di insegnarmi persino le derivate  e gli integrali, e questo da una parte ha accreditato l'ipotesi della secchionaccia agli occhi di chi mi vedeva fuori, ma a mio avviso ha mostrato la mia fragilità nello studio e la mia incapacità di far mio e contemplare come scenario possibile quello che non capisco. 
E io questo mondo non lo capisco. 

Cinque anni di Liceo Classico, cinque di università in cui i voti erano sempre più alti senza studiare molto.
"Ehhhh, ma tu vivi di rendita dal liceo”.
Ma che rendita e rendita.
L'unico cimelio che mi sono portata come souvenir dalle scuole dell'obbligo è stata l'ansia di star davanti ai libri, l'improvvisarmi Mondrian con settantaquattro sfumature di evidenziatori diversi nello stesso paragrafo, il leggere gli appunti del compagno di corso due turni prima dell'interrogazione perché maledetta me, ho procrastinato ancora e non ho manco aperto il capitolo che ha chiesto a quello prima di me. 

ma te andavo lì, impassibile, ti sedevi ed eri sicura di te, come se neanche ti toccasse, come se fosse una passeggiata, mentre noi tutti eravamo nervosi e ripassavamo come matti”, mi aveva detto una mia compagna di corso anni dopo la triennale. 

Mi ero sempre chiesta come potessi essere sembrata così calma e sicura di me stessa, quando dentro di me il mio mondo interiore si sbriciolava e andava allo sfacelo ogni giorno di più. 
Non mi ero mai fermata a pensare. A riflettere. Ero entrata nell'università elitaria di turno, due volte, ero entrata alla scuola di specializzazione ancora pià prestigiosa, al praticantato più a numero chiuso della storia, quasi senza sforzi, sempre meno posti disponibili, sempre selezioni più stringenti. 

“Eh ma tu sei brava, vedrai che entri”.
Eh. 
Dentro di me ci speravo ogni volta con tutta me stessa, perché non volevo affrontare cosa sarebbe successo altrimenti.
Ovvero, se la mia intera identità di “quella brava” fosse crollata di fronte ad un no. 
Ma ora, dopo alcuni anni  e col senno di poi, forse avrei voluto prendere una musata data da una porta in faccia. Mi avrebbe costretto a fermarmi, a riflettere su quello che volessi fare realmente nella vita.
Dandomi il tempo e la possibilità di sbagliare. 
Forse oggi non sarei qui, a maledirmi su sto autobus scassato, imbottigliata nel traffico di un lunedì mattina in cui tutto vorrei fare, a parte andare in ufficio. 

“Ehhhh, ma di che ti preoccupi, sei ancora pischella, sei ancora in tempo a cambiare”.
Eh
Come se fosse così facile da contemplare come opzione, il cambiamento. Perché, per quanto io odi la mia quotidianità e quello che sto facendo, cambiare e prendere il rischio sarebbe peggio. 
Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quello che perde ma non sa quello che trova. 

Con un sospiro, mi riconnetto alla realtà che mi circonda e con il sedile dell'autobus scomodo in cui sono svaccata, che già me la sento mia madre che mi impreca dietro che poi mi fa male la schiena. 
Forse è per questo che mi è venuta la scoliosi, invece. 

E già penso a quando arriverò, in ufficio, dove sto facendo la contabile amministrativa. 
E se questa non è ironia della sorte. 

Di tutte le cose che odio, proprio coi numeri dovevo andare a lavorare.
Ma mi servivano i soldi per pagare l’università, e quando si tratta di lavoro, non faccio tanto la schizzinosa. 
Però, fa ridere sapere che là fuori, nel mondo, c è una società che si fida che io gestisca i loro soldi.
Farà ridacchiare anche la Santa Donna, che ora non c è più, e io penso a lei più di quello che mi sento di ammettere. 

È proprio vero che certi insegnanti ti lasciano il segno. 

Quando sono venuta a conoscenza della sua prematura e inaspettata de partita, ero nel mio appartamento di Vienna, dove studiavo. Era una domenica di sole di maggio e stavo uscendo per andare a fare una passeggiata, addosso quella sensazione di angoscia e di nervosismo che tanto mi era cara durante la sessione di esami.
Mi ricordo di essermi seduta sul letto e di essere scoppiata a piangere. La notizia mi aveva colpito in pieno volto e non mi ero aspettata mi facesse quell'effetto.
Credo perché, probabilmente, lei sia stata effettivamente il primo estraneo che abbia creduto in me in maniera disinteressata, che mi abbia spogliato di quella sensazione di dover essere perfetta e infallibile. Di avere le sorti del mondo sulle spalle. È come se me lo avesse sollevato, il mondo, per un breve istante, e mi avesse fatto vedere uno spiraglio di quello che poteva essere la vita senza l’affanno e il fiatone di starci dietro. 
Che gliene veniva in tasca, a lei, se io ero o non ero brava in matematica?
Credo sia quello il perché io abbia versato quelle lacrime quando è venuta a mancare.
E credo che sia sempre per quello che ogni volta che mi incapponisco o mi incaglio sui calcoli, o mi approccio a un esercizio di algebra, penso a lei e alla sua voce un po’ giudicante, ma sempre bonaria. Non che nel mio tempo libero abbia la smania di risolvere problemi matematici, il Signore me ne ha date tante di disgrazie ma questa me l’ha risparmiata; ma mi sono ritrovata a fare ripetizioni della materia a qualche malcapitato bambino che in me cercava aiuto. Anche questa, per l'appunto, io la chiamo ironia della sorte.
“Aria, ma cosa sono queste, banane? mele?pere?” mi diceva alla lavagna quando dimenticavo le maledette unità di misura. Superflue, a mio parere, ma la mia opinione è, grazie a Dio, totalmente irrilevante visto che non ci voglio fare una professione con la matematica e la fisica. Eppure l’ironia con cui lo diceva, mi fa sorridere ancora adesso.

E oggi i numeri, devo dirlo, non mi fanno poi più così tanta paura. 

Pensieri sparsi di una discalculica testo di AriaStoinov
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