CAPITOLO 1. LA GAZZELLA LADRA
Mafalda era una splendida mora, agile e flessuosa, che viveva in una cittadina dove le sculture astratte, collocate in angoli inaspettati, e le installazioni concettuali, sorrette da fili tesi tra i lampioni, sembravano vivere di vita propria, vibrando impercettibilmente nell'aria notturna. Mafalda, però, agiva solo quando giungeva la sera, ovvero il momento in cui si trasformava nella Gazzella Ladra. Mafalda non era mossa da fame o necessità, ma da una profonda, inesplicabile esigenza di libertà. I furti erano il suo modo di vivere al di fuori delle convenzioni, di ribellarsi ad un mondo troppo ordinato e scontato. La sua tecnica era un rituale notturno di precisione. Dotata di uno scatto da centometrista, quando scendeva la sera, indossava una calzamaglia nera, una mascherina nera e diventava una creatura della notte. La sua zona preferita era la piazza centrale, dove individuava la preda, le trafugava la borsa con una destrezza quasi invisibile e si dileguava nei vicoli vicini immersi nella penombra. Mafalda era diventata un problema serio, una vergogna nella reputazione di quella cittadina orgogliosa delle sue meraviglie perché continuava a mietere vittime, a cavarsela sempre e a mantenere la sua vera identità, segreta.
CAPITOLO 2. LE DUE COGNATINE
Un giorno, tuttavia, accadde qualcosa di nuovo. Marlene e Margot, due splendide signore, conosciute come le due Cognate e famose per avere "domato" molte ragazze giovani e ribelli che turbavano la tranquillità delle donne del luogo, decisero di agire. Intervennero durante una trasmissione televisiva locale che trattava i problemi della cittadina, vestite con costumi da ghepardo, caratterizzati da orecchie maculate e code maculate che penzolavano con un'eleganza inattesa, e affermarono, pubblicamente, che avrebbero catturato la Gazzella Ladra e che avrebbero distrutto il suo mito di ragazza velocissima e inafferrabile. Non si trattava solo di giustizia, ma di un messaggio chiaro: l'ordine sarebbe stato ristabilito.
Un'affermazione finale stupì le donne che assistevano al programma. "Questa volta," dissero con un sorriso sottile, "agiremo con lo pseudonimo delle due Cognatine." Il cambio di nome lasciò perplessi molti, ma intrigò profondamente la psicologa del quartiere. La sua teoria era intrigante: quel diminutivo, all'apparenza innocuo e quasi infantile, aveva uno scopo ben preciso. Marlene e Margot avevano volutamente distorto il loro nome di battaglia per indebolire e confondere la loro rivale. Volevano comunicarle di considerarla una preda facile, al pari di una bambina da rimproverare, e quindi combattevano con il nome di Cognatine, cosa mai successa prima nelle loro "missioni educative". C'era dell'altro, aggiunse la psicologa. Il soprannome "le due Cognate" dava una sensazione di inganno, tresca, sotterfugio e malizia, richiamando la loro reputazione di donne astute nel "domare" le ribelli. Il suo diminutivo aggiungeva lo scherno e la sicurezza di essere totalmente superiori, una presa in giro infantile e crudele. Marlene e Margot, inoltre, non si erano limitate a questo. Avevano affermato che l'idea l'avevano avuta da una sconosciuta e frivola commedia che parlava di una signora insulsa e svampita chiamata "la Cognatina".
La viscida tattica di Marlene e Margot ebbe i suoi effetti. Celata nel suo appartamento, Mafalda avvertì un fastidio crescente per quel nome, una sensazione vischiosa dovuta al fatto che le sue rivali stavano, subdolamente, riducendo la sfida ad una specie di spettacolo da operetta burlesca, dove lei era la vittima designata e, già dall’inizio, perdente e derisa. Non erano solo parole. Erano ricordi di un passato doloroso. Quando era bambina, le altre bambine la denigravano tramite maliziosi soprannomi a causa della sua gracilità e della sua gentilezza. La chiamavano " cagnolina delicata " o "topolina rispettosa". Questo risvegliava in lei antiche sofferenze, un senso di inadeguatezza che credeva di avere sepolto con la sua identità di Gazzella Ladra. La tattica di Marlene e Margot era perfida nella sua sottigliezza. Non avevano puntato sulla tecnica di sminuirla in modo diretto usando parole offensive, ma si erano attribuite un soprannome buffo e astuto, per denigrarla in modo subdolo, colpendo la sua autostima più profondamente di qualsiasi insulto diretto.
CAPITOLO 3. LA NOTTE DELLA RESA DEI CONTI
Giunse il giorno della lotta, o della resa dei conti. Era una stupenda sera d'estate e la cittadina brulicava di turisti, ignari della battaglia silenziosa che si stava per consumare, intenti a fotografare le sculture astratte. Mafalda, nonostante il turbamento, mostrava una certa esperienza e intuito strategico. Invece di agire quando la piazza centrale era piena di occhi e confusione, avrebbe fiaccato la resistenza delle due Cognatine agendo verso le tre di notte, quando ormai la piazza era quasi vuota e le sue rivali avrebbero pensato che fosse troppo tardi per agire.
Mafalda uscì di casa alle due di notte, un'ombra elegante che si fondeva con l'oscurità e entrò nel parco dove, nascosta tra i cespugli, indossò il suo costume nero da ladra. Poi, compì una serie di esercizi di riscaldamento, stirando ogni muscolo per ottenere la massima flessibilità dal suo splendido e flessuoso corpo e si diresse verso il luogo dove compiva i suoi misfatti. Erano quasi le tre di notte quando, dopo essersi addentrata tra i vicoli silenziosi della cittadina, giunse nella piazza centrale, ormai quasi deserta. Lì, notò una coppia di turiste, due belle bionde, vestite da dive, sedute ai piedi della scultura centrale, che avevano poggiato due grosse borse sul selciato. Erano le prede perfette. Derubarle, sarebbe stato quasi troppo facile. Mafalda, eccitata dal brivido della sfida, si avvicinò furtiva. Sfruttando la strana fissità delle due straniere, afferrò le borse e fuggì nel buio. Mentre correva, però, ebbe una strana sensazione. Le due turiste erano rimaste troppo statiche, assurdamente immobili. E le borse che aveva rubato erano troppo leggere, un peso che non corrispondeva alla loro apparenza. Mafalda, allarmata, si fermò in un angolo buio, aprì la prima borsa e rimase di stucco. Nella borsa c’erano dei rotoli di carta igienica, un escremento finto di quelli che si usano a Carnevale, due zampe maculate, una coda maculata, due orecchie maculate di stoffa e un biglietto di quelli che si usano per inviare un messaggio di auguri. Mafalda lesse il messaggio e fu attraversata da fremiti inquietanti. "Complimenti,cagnolina! La vera sfida inizia ora." Mafalda aprì l’altra borsa che conteneva gli stessi oggetti e un secondo biglietto: "Credevi fosse così facile, topolina? Con affetto sincero e sentito. Le Due Cognatine."
La verità, difficile da accettare, era che quelle due turiste vestite da dive erano le due Cognatine, che le avevano volutamente permesso di rubare le quelle due borse che contenevano oggetti sarcastici e senza valore economico. Mafalda era profondamente turbata dalla beffa subita. I ricordi negativi, quelle voci infantili che la denigravano, affioravano nella sua mente in modo incontrollabile, rendendola più vulnerabile che mai. Le due Cognatine, che avevano preparato la trappola in cui Mafalda era caduta, nel frattempo avevano indossato i loro costumi da ghepardo ed avevano iniziato a seguirla, silenziose come due felini, celate nell'oscurità. Mafalda continuava a lottare con il senso di frustrazione che le inondava la mente e vagava tra i vicoli in modo confuso, il suo passo solitamente agile ora era incerto. Le due Cognatine continuavano a seguirla silenziosamente, attendendo il momento giusto, osservandola in modo morboso. Poi, quando Mafalda mostrò ulteriori segni di disorientamento, emersero dall'ombra e si lanciarono all'inseguimento della preda. Mafalda, risvegliata dall'arrivo delle sue avversarie, tentò di reagire, innescando una lotta dalla quale sarebbe dipeso il futuro delle donne che vivevano in quel posto. Mafalda corse, si disperò, tentò di dileguarsi nel parco ma non aveva la lucidità delle volte precedenti. La beffa e i ricordi dolorosi l'avevano resa insicura, rallentandola. Alla fine, dovette cedere alle sue rivali che la raggiunsero e le si avvinghiarono intorno al corpo, bloccandola con una presa decisa. Mafalda oppose poca resistenza. Domata e disonorata, piegò il capo. Le due Cognatine, mantenendo un atteggiamento impassibile e tracotante, telefonarono alla direttrice della TV privata, rendendo la loro vittoria un evento mediatico. La direttrice inviò subito due affascinanti collaboratrici che filmarono la perdente senza maschera, catturando la sua vulnerabilità, e la tempestarono di domande intriganti, che la sfinirono. Mafalda farfugliò qualche frase sconnessa, poi fu affidata ad alcune poliziotte che la portarono in commissariato. Il suo mito di gazzella inafferrabile era finito, non per la forza fisica, ma per la sottile e crudele arte della beffa psicologica.
Capitolo 4. LA VISITA
Il tempo in carcere aveva un sapore diverso, più denso, più lento. Ogni giorno era uguale al precedente, scandito dal rintocco di un orologio invisibile che segnava solo la monotonia. Mafalda era lì, la Gazzella Ladra ormai un ricordo sbiadito, un mito dissolto nel fumo di una perversa sconfitta psicologica. La sua cella era piccola, sobria e un po’ triste, uno spazio oscuro che rispecchiava il suo stato d'animo. Aveva perso molto e in quella desolazione si era consumata la consapevolezza della sua inferiorità. Marlene e Margot le erano superiori e adesso, che si trovava come una capinera in gabbia, se ne rendeva conto in modo netto. La sua libertà era sempre stata un'illusione, un gioco che le due Cognatine avevano lasciato che giocasse fino a quando non avevano deciso di smettere. Un pomeriggio, il tintinnio metallico delle chiavi che aprivano la sua cella, seguito da uno stridio acuto, la distolse dai suoi pensieri. Mafalda si girò verso l’entrata e vide Marlene e Margot che, avanzando in modo impertinente, si avviarono verso di lei. Indossavano gli stessi costumi da gheparde che avevano usato quando l’avevano sfidata in TV e quando l’avevano sconfitta la notte in cui le avevano rifilato le due borse piene di oggetti derisori. Le orecchie maculate erano un po’ più appuntite e audaci, mentre le code pendenti, anch'esse maculate, ondeggiavano con ogni loro passo sfrontato, sottolineando la loro superiorità.
-Oh, Mafalda, tesoro! esclamò Marlene, la sua voce intrigante e melliflua.
Si mossero come se fossero le padrone del luogo, Marlene sedendosi su una sedia, Margot appoggiandosi con noncuranza contro il muro.
-Ma come stai? Ci hai fatto preoccupare così tanto, sai.
Le parole erano quelle di una falsa premura, ma i loro occhi danzavano con un compiacimento malcelato. Margot si avvicinò un po', incrociando le braccia al petto.
-Sì, davvero. Ci chiedevamo come te la stessi passando in questo luogo. Scomodo, vero?
Un sorriso appena accennato le increspò le labbra, ma il suo sguardo era freddo e giudicante, un trionfo silenzioso.
-Dobbiamo dire, però, che ci sei cascata proprio bene con quelle borse. Davvero un bel colpo da cagnolina tonta. Perdonami, Mafalda intendevo dire ingenua.
Mafalda non rispose. La gazzella ladra, ormai domata, aveva deciso di non reagire. Il suo silenzio era la prova della sua sottomissione, una rassegnazione che le Cognatine avevano saputo imporle piegandola totalmente sotto il loro assillante giogo e costringendola ad accettare la loro tirannide.
Le Due Cognatine vs La Gazzella Ladra testo di bizzarre