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Lo respinsero allo sportello
numero 7 dell’anima.
L’impiegato,
con timbro e voce neutra, disse:
“Pratica non evadibile.
Documentazione incompleta.”
Lui rimase fermo.
Aveva portato tutto:
due occhi stanchi,
una dichiarazione
di presenza continua,
e un cuore firmato in calce
con grafia incerta
ma autentica.
Ma mancava sempre qualcosa.
“All’amore serve il modulo B-17,”
spiegò l’impiegato.
“Attestazione di compatibilità emotiva,
controfirmata da esperienze precedenti
e con marca da bollo sull’illusione.”
Lui provò a sorridere.
“Posso integrarlo?”
“Solo se non è già stato
archiviato altrove.”
E altrove, si sa,
è sempre il problema principale.
La donna per cui era lì
passava ogni tanto dietro il vetro.
Non lo guardava.
O forse sì,
ma con lo sguardo sbagliato
nel fascicolo sbagliato.
C’era stata una firma tra loro,
tempo prima.
Piccola.
Non registrata correttamente.
Un gesto, più che un atto.
Ora risultava
“non conforme ai requisiti
di durata emotiva minima”.
Gli chiesero di ripresentarsi.
Con calma.
Con documenti aggiornati.
Con meno speranza, possibilmente.
Uscì sotto una pioggia burocratica
che non faceva rumore,
solo righe da compilare nell’aria.
E capì una cosa semplice:
non era stato rifiutato l’amore.
Era stata respinta la sua versione incompleta.
Quella senza allegati,
senza certificazioni,
senza garanzie di non ritorno.
Da allora
continua a tornare allo sportello.
Ogni volta con un foglio in più.
Ogni volta con una parte di sé in meno.