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C’è uno spazio che sento come il prolungamento del mio corpo: la casa.
A volte si restringe, mai si dilata. Sa essere rifugio, grembo, abbraccio; gabbia, peso, soffitto troppo basso. Eppure resta la cosa più vicina a me: più dei vestiti, più del mio nome, forse persino più dei pensieri.
Se non avessi una pelle, credo che la coscienza traboccherebbe ovunque: allagherebbe le stanze, risalirebbe lungo i muri, si infilerebbe negli angoli; impregnerebbe l’intonaco, il pavimento, persino i vetri. La casa diventerebbe la mia nuova pelle.
Forse lo è già. Forse è soltanto l’ostinazione con cui separo ciò che sono da ciò che abito a impedirmi di vederlo.
Ora che devo lasciarla per un’altra, sento la coscienza ritirarsi dentro il corpo: rientra sotto la pelle, si contrae, si fa piccola, come se, privata della sua misura abituale, temesse di non sapere più dove finire.
Eppure, a tratti, la sento titubare fra le due case; quasi dividersi.
Una parte resta aggrappata alla vecchia dimora: si addensa in me e, davanti a ogni scatola, a ogni stanza che si svuota, domanda: perché andarsene?
L’altra — forse illusa, forse soltanto più incosciente — risponde che cambiare pelle significa trovare nuove ragioni per esistere.
D'altronde la coscienza non fa altro: cerca pretesti per esistere.
La prima, quindi, obietta — decisamente indispettita: oppure troveremo soltanto una nuova illusione.
Non c’è rabbia tra loro: c’è un rimprovero sommesso, e sotto il rimprovero, paura.
Io sto nel mezzo. Cosa posso dire a entrambe?
Per molto tempo ho distolto lo sguardo, mi sono lasciato trascinare da un umore all’altro: non ho scelto, rotolavo; non governavo, galleggiavo.
Ora, forse, trovo un remo. E dico: anche se fosse un’illusione, perché non seguirla?
Forse l’equilibrio non consiste nel non illudersi, ma nell’abitare l’illusione senza scambiarla per verità: guardarla negli occhi, sapere che può svanire e restarci comunque.
Forse non devo rispondere; forse basta accettare la domanda.
Cambiare casa non significa salvarsi, forse non significa nulla; forse significa soltanto imparare a naufragare meglio.
In compenso, ora, capisco perché, ogni volta che ci penso, mi viene il mal di mare.