L’INCONTRO
Aveva pensato a tutto Severina. Ricerca di orari pullman e treni, acquisto biglietti e bottiglia di barolo ben augurante.
Ines le avrebbe offerto il passaggio con la panda bianca, nuova di zecca, sostitutiva della Nissan data in permuta.
Il viaggio per raggiungere il centro, dove avevano frequentato la Scuola Superiore, fu costellato da scambi di confidenze con aggiornamenti sullo stato di salute delle madri novantenni, accompagnati da sbuffi di fastidio per i reiterati interventi di manutenzione stradale in atto.
-Eh, hanno una tempra forte; noi siamo venute su con le vaccinazioni e gli antibiotici e non saremo mai come loro.
-Guarda: sempre i soliti lavori di trivellazione. Adesso c’è la coda e staremo ferme per mezz’ora!.
-Speriamo di trovare un posto libero nel parcheggio vicino alla stazione.
Il posto c’era e Ines sistemò con abilità la panda nello spazio risicato tra una berlina e un fuori strada.
L’attesa sulla pensilina sotto il sole, che usciva con tutta la sua inclemenza dopo una settimana di rovesci piovosi, ricordò le partenze per il mare. Nell’ aria, data la stagione e la vicinanza, c’era l’odore dei lidi adriatici e ci si imbambolava nel caldo.
Finalmente il treno arrivò. Salirono per automatismo senza percepire alcun senso di ritualità che l’occasione sembrava dover suscitare.
Seduta nel sedile di uno scomparto, Severina aveva trovato giovialità, mentre Ines ricacciava sotto la curva della schiena la timidezza di chi non è abituato a uscire dal ristretto habitat naturale e, essendo trascorse diverse stagioni, gli è diventata estranea ogni voglia di novità.
Nel capoluogo dovettero stazionare un po’. Ines si era portata una brioche zeppa di crema, mentre Severina aveva optato per uno snack di noccioline prelevato al distributore: la faceva sentire più giovane.
Il pullman partiva alle dodici e quarantacinque.
Il percorso era a tornanti, accentuato dalla deviazione per Monterenzio e dalla andatura di marcia dell’autista che pareva voler tagliare in fretta le distanze e lasciarsi alle spalle la solitudine dei boschi e delle curve.
Sul mezzo salirono alcune studentesse e le due sessantenni le interpellarono per ricevere indicazioni circa la fermata più comoda.
Come logisticamente appurato, concordarono sull’opportunità di scendere davanti al municipio.
Furono accolte da un piazzale silenzioso e quasi deserto. Ines s’impalò davanti al cartello con gli orari per il ritorno, mentre Severina guardò la scritta sul palazzone troneggiante che riportava una citazione di Goethe.
Virginia comparve in lontananza. E venne loro incontro con passo vivace.
Si notavano il portamento elegante e le tempie di capelli bianchi raccolti in una treccia.
Stringeva con una mano dei fiori e con l’altra una busta della spesa.
-Eccola, finalmente! - disse Ines.
-È distante la casa da qua? - chiese Severina.
-No, è a pochi passi.
Le due, con i bagagli per il pernottamento, seguirono Virginia e la sua leggerezza lungo la salita.
La casa costeggiava la provinciale. Ombreggiata da pini giganteschi, che si ergevano dallo strapiombo, era un edificio enorme a sviluppo orizzontale, curioso e misterioso nelle forme, con le falde del tetto a cresta, una monumentale scala in pietra sul muro pieno del prospetto, colori rosso e bianco nell’intonaco esterno e lesene con figure geometriche di triangoli ed esagoni.
Virginia sembrava molto eccitata nel presentare alle amiche la sua abitazione straordinaria, inclusiva di un B&B per turisti occasionali diretti al passo della Futa e alle località della Toscana.
Ines espresse il proprio apprezzamento, mentre Severina non disse nulla. Non le piaceva lo stile architettonico e non cedette alla voce interiore che le suggeriva un omaggio di opportuna gentilezza.
La padrona di casa aprì loro l’uscio principale a pianterreno. L’ingresso aveva una forma geometrica irregolare e boiserie alle pareti.
Dall’interno la vecchia zia si fece incontro reggendosi con il deambulatore e accolse affettuosamente le due ospiti.
Virginia accompagnò le amiche al piano superiore, che si raggiungeva con una scala a chiocciola di ferro, e mostrò la camera. Fece notare che i letti in legno smaltati di bianco erano quelli in cui avevano dormito lei e la sorella da ragazze. Severina aveva colto qualcosa di familiare ma non riconosciuto o ricordato la tappezzeria che, col tempo, si era alterata nei colori..
La saletta in cui si riunirono per il pranzo era illuminata da una vetrata che corrispondeva a un lato del muro perimetrale e dava su un enorme terrazzo nel quale sarebbe stato molto bello prendere il sole.
Virginia aveva obbedito alle richieste di Severina, che si era raccomandata di ricevere un pasto frugale, lamentando attacchi di gastrite, e, dopo che ebbe chiuso le parentesi tonde, quadre e graffe con cui inframmezzava ogni discorso, mostrò il fondo di una pentola in cui i maccheroni si erano disposti in verticale nelle due dita d’acqua rimaste assumendo la curiosa forma di una cartuccera. Chiese se andassero bene, quindi li servì nei piatti spolverandoli solo con un po’ di parmigiano, perché il burro risultava pesante anche per Ines. Quando passarono al pollo freddo, condito con sottaceti e preparato il giorno precedente, Virginia attaccò con la sequela di lamentele sul comportamento sventato della badante.
Severina conosceva l’argomento, Virginia si era lasciata andare più di una volta alle sue geremiadi telefoniche, e represse insofferenza.
Ines, invece, che non vedeva l’amica da tempo, si sentì lusingata dalle confidenze e gratificata dalla situazione. Dopo anni di schiena curvata per espletare il proprio compito di operatrice scolastica, percepiva senso di benessere nell’accoglienza riservata da una coetanea, conosciuta cinquanta anni prima.
Virginia non accennava a spegnere il motore delle esternazioni e non raccolse l’invito a rimandare a dopo il pranzo ogni ribollire.
Così Severina stemperò il malumore accusando la necessità di un momento di relax in camera.
Ines, invece, rimase con Virginia che, senza pietà, diede stura al resto dello sfogo.
– Perché le badanti sono da badare!
-Delle poveracce che hanno bisogno di soldi e che, all’inizio, si mostrano gentili e poi fanno scoprire chi sono in realtà.
Ines cercava di integrare e stemperare. E così fino alle cinque quando Severina, che si era rigirata tra le lenzuola, finalmente le raggiunse e consegnò la bottiglia di barolo ben augurante. Virginia disse che l’avrebbe conservata per un’occasione speciale e poi propose il giro interno dell’abitazione che comprendeva un modello ripetuto di corridoio affiancante le camere degli ospiti al secondo piano e a quello rialzato e, al primo, le camere dei proprietari, cioè quella di Virginia e del marito, quella dei figli e l’appartamento della zia.
Nella parte inferiore c’erano le cantine e una zona sotterranea costituita da un lungo basamento rinforzato, che per Severina ricordava la linea Maginot.
Virginia accennò alla storia dei proprietari che avevano voluto quella insolita abitazione e, per suffragarne il valore architettonico, mostrò una rivista in cui la casa veniva citata e ampiamente descritta .
Fu la volta dell’escursione nei dintorni. Percorsero un anello che attraversava il centro, poi si snodava tra i boschi e tornava alla salita punto di partenza. L’aria era frizzante e dai poggi si potevano osservare le curve dei colli.
La sera la vecchia zia, che aveva trascorso tutto il pomeriggio a far parole crociate, si unì alle tre amiche per la cena.
Virginia le praticò un’iniezione insulinica e si raccomandò di non toccare le briciole del pane.
L’anziana signora chinò il viso rugoso sul piatto e con la forchetta portò alla bocca una rondella di cetriolo dell’orto. Severina, che le sedeva accanto, sottolineò la genuinità delle verdure. I discorsi proseguirono, sotto la regia di Virginia che rievocò le amicizie dell’adolescenza e le vicissitudini di alcuni conoscenti.
A fine cena, Virginia estrasse dal freezer ciò che rimaneva della torta del compleanno, festeggiato venti giorni prima. Per velocizzare i tempi di decongelamento, depose il mezzo disco con la frutta in una padella e accese il fornello. L’ odore disgustoso della frolla stantia indusse Severina ad affermare che era impossibilitata a gustarla a causa della gastrite. Ines, più accomodante, accettò invece di consumarne una generosa fetta.
Prima di coricarsi, Virginia disse che avrebbe attivato il sistema d’allarme e raccomandò alle due di non scendere durante la notte oltre il pian terreno perché non scattasse.
Assicurarono che non si correva quel pericolo.
Dopo, nessuna riuscì a riposare veramente.
Ines pensava alla macchina abbandonata nel parcheggio durante le ore notturne: se qualche balordo annoiato l’avesse presa di mira, doveva solo sperare che la madre non avesse bisogno nell’imminenza di essere accompagnata al Pronto Soccorso. Severina considerava la realtà dei paesi di montagna che, come Virginia aveva imparato a conoscere, Virginia riprovava le ansie dovute alla lontananza del marito, fuori per affari.
Il giorno seguente, Severina arricciò ancora il naso quando Virginia presentò i fondi dei vasetti di marmellata da raschiare; inoltre la colazione fu turbata dalla necessità di chiamare i tecnici dell’Hera per far fronte alla copiosa perdita d’acqua dovuta alla rottura di due tubi: uno posto sotto il mantello stradale in corrispondenza della casa, un altro nello scantinato.
Il marito, interpellato telefonicamente, diede a Virginia le indicazioni.
L’erogazione dell’acqua fu bloccata. Virginia fortunatamente teneva una scorta di secchi riempiti a dovere per le esigenze primarie.
Ines, temendo di arrecare disturbo, dopo essersi consultata con Severina, propose a Virginia di anticipare la partenza in mattinata ma Virginia le impedì di proseguire oltre.
Uscirono in cortile e, mentre si godevano il paesaggio montano e osservavano una piccola scultura in legno che riproduceva San Giuseppe da Copertino, realizzata dal marito di Virginia, si affacciarono al cancello delle turiste olandesi in bicicletta che chiesero di pernottare.
Virginia disse che il posto c’era e le informò masticando il suo inglese:
- The water pipes burst in our street but the buckets of water are ready.
Le turiste sorrisero benevole mostrando le gote turgide e sudate.
Ines pensò al suo francese studiato alle Commerciali. Severina alle sovrapposizioni delle situazioni: la rottura dei tubi, le attenzioni richieste dalla zia per i propri malanni, le rimostranze amplificate contro la badante, le turiste in cerca d’alloggio.
Non era riuscita a dire nulla di sé. Della casa nuova, in una meravigliosa località turistica, che le aveva permesso di trasferirsi dal paesino di montagna, della pianificazione di lezioni per un gruppo di soci anziani con cui aveva fondato un centro culturale. Nulla aveva potuto dire perché la compagna di scuola, cui stava facendo visita, aveva circoscritto i discorsi esclusivamente intorno a ciò che concerneva la propria realtà.
Si chiese come fosse riuscita in tanti anni ad accettare le narcisistiche manifestazioni di Virginia, della quale aveva sempre ammirato i modi eleganti e gentili che adesso, invece, le apparivano in tutto il loro limite, perché alle tre parole che la stessa riservava agli altri corrispondevano le trecento rivolte alla propria persona.
All’ acquisita nuova visione delle cose, supposta come lucida, si accompagnò la consapevolezza del proprio egoistico sentire. Il tempo non era un buon alleato di generosità. Nei meandri dell’inconscio si faceva strada un Io veemente che esigeva considerazione. Si trovava a percepire la buona pratica dell’ascolto, esercitata per molto tempo, come espressione di debolezza o di semi sudditanza. Ma di ciò non poteva essere fiera. Capiva che non stava guadagnando in virtù ma perdendo in umanità. Virginia non era sempre stata la sua migliore amica? Che cosa le succedeva, ora? Perché si facevano strada sentimenti ostili?
Perciò, quando Virginia, a conclusione della breve visita, propose di pregare insieme presso la piccola grotta che riproduceva quella di Lourdes, accettò di buon grado.
Trovarsi di fronte alla statua della Madonnina e recitare insieme una posta di Rosario rinnovò quello scandaglio dell’essenza originaria da cui voleva o si sentiva dipendere.
E quello fu per Severina, e forse anche per le altre, il collante del loro incontro.
L'incontro testo di Diodata