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Appoggiato alla staccionata. Dovevo, attendevo qualcuno. . .
E per l’ennesima volta, mi fu pregato allora qualcuno, una tale creatura, di scortare un eterno, in qualche modo perduto, fanciullo all’ (come egli pronunciò:) allenamento, . . sì, in quel solo luogo sempre spaventoso e a causa del quale tutto questo, eccessivamente vasto luogo, . . lo stadio cittadino.
Era quello (in vece di: allora) il diciassettesimo ore del pomeriggio, per calendario e per diritto d’inverno, e la mano nei guanti, . . come prematuramente offerta a una nottata di primissimo novembre, quando con questa mano, come sempre irriconoscibile, . . infantile, nella mia mano, uscivo io verso i fuochi e la nebbia, fin lì fino all’altro capo della città.
Due anime rapite, (persino) e per la eterogenea natura dei propri mantelli, ma ciascuna a suo modo, infantile, si muovevano attraverso un sobborgo parimenti rapito ai cittadini, ma mai conquistato.
Retori litigiosi e pretori incolti, non dettero quella stessa, salda linea di confine da tale tale. . . semi-rovina, ancora dalla Seconda Guerra Mondiale, perciò rimase (pre/)restare, affinché quella, qui già da lunghissimo tempo addormentata natura, giudicasse, . . e come per una già dimenticata mano di Dio, pigramente e sonnolentemente si opponesse, ai possenti parcheggi per i trattori trainati dall’alto e lontano nord, e ai magazzini di tutta quella dura energia (legna, carbone e ancora molte cose. . .), a molti tuttavia conquistati cortili, ma anche in essi, dimore non giurate, vecchi e semi-abbandonati mercati e mercatini, e solo per i bambini, piazze proclamate per il gioco, e il lato sinistro cedere a sufficienza a case borghesi costrette, che qui tuttavia si fermarono, si strinsero, . . e per decenni traevano in sé tutte quelle tante a loro note vite degli abitanti.
Sì, era quello solo il sobborgo di Pons (ovvero la città dei poeti), e non ancora l’Oniria (la città edificata dai poeti ( - poiché se anche altri nomi hanno, io oggi diversamente già non so chiamarli), ma solo e unicamente quello, dagli inizi della linea ferroviaria, in qualche modo più dolce dal cuore, inebriante, consolatore, . . bello, ma soprattutto meraviglioso e questo solo per quanto più forte, ma insufficientemente illuminato, . . più costruito e ramificato. . .
E noi viaggiavamo come schiere attraverso i Travunici (poiché in qualche modo così ricordano queste praterie) sparsi ruscelli, ciarlavamo, . . ma tuttavia per quello stesso non farvi caso, ed ecco allora del tutto simili a rilassati doganieri, l’uno con l’altro mercanteggiavamo le proprie scienze quotidiane.
Ma tutto ciò che dall’Alfa si è disciolto, dissiperà le parole fin giù all’Omega, e ascolta! là da qualche parte, quando svoltammo l’angolo, . . si sentì fu solo, come all’improvviso, lì in mezzo a quella sola acqua invisibile, e a una qualche là sola umidità: «crac», «crac» e così di nuovo «crac» – e questo divenne ora frequente, simile a quel suono con cui i piccoli rivi boschivi smuovono la terra, le foglie e quello che molte vite vedono come letto, . . - di cui forse solo i topi si spaventano.
Sì, la mia scienza interiore un tale suono nominarlo non sapeva, ma in esso credo, che esista, . . ma io ora possedevo ogni nostra quiete, e so che solo per questo dimenticai, . . e lì, . . dove il sangue è più denso, scacciai io tutte quelle immagini di gabbiani di fiume, oche selvatiche, molte anatre selvatiche e di quelli grandi, sempre enigmatici, e degni e inestinguibili, sempre liberi cigni, che qui, in quel solo oggi lontano giorno, sì, di quella possente estate sul far della sera, proprio qui, in questo luogo, si stabilivano, . . proprio così solo per una notte, e così fittamente si coricavano, . . - che quello fu l’unico tempo prima delle nevi, che questo fossato o jandek o forse solo un fossato, . . solo riempito di molta acqua, poteva con lo splendore della bianchezza vantarsi.
Ma io allora ero solo, e fuori dal sonno, . . fuori dalle illusioni o di quello sempre dolce fosforo, persino fuori da quei pensieri che sempre nei labirinti sanno lanciare, e fuori da ogni acqua calda e acida, o solo alcol, . .
Eppure allora ero ancora di larghi e ancora raggiungibili occhi, e quello tuttavia allora fu l’unico modo, affinché essi apparissero, . . della realtà non ho paura e non nascondo i doni dalle Stelle di Dio dopo oggi ormai interi sette anni.
E ora io solo camminavo, e quel qualche fanciullo accanto a me e a me di rimando, solo aveva imparato ad amare il sentierino e lì cercava alcuni solo suoi sogni, perciò e pose a sé tale domanda, . . e dal mio stesso nome: «Cos’è questo (cosa si sente là)?» poiché io questo con un tale mio passo e con una tale mia lontananza già in nessun modo avrei potuto con l’orecchio raggiungere – e lui forse non sapeva, ma lo sentiva.
E la risposta presto entrambi noi certo fummo presi, ciascuno per i propri occhi, non appena al primo palo (ma non e per l’anima, candela) dell’illuminazione borghese giungemmo.
Un fanciullo e una fanciulla, . .
Lui in una certa giacca blu scuro dai venti, colletto lontano agli occhi della madre, pantaloni sgualciti e strane scarpette, . . silenzioso, cauto ma sgraziato, simile a quel solo dente di leone o forse a una qualche là rosa domestica, spesso raffreddato e attraverso una certa vivificante bianca polvere di caffè dalla terra e dai sogni, dal naso di natura cipriato, a malapena solo spaventato. . .
E lei, senza giacca o qualsiasi mantello, solo in una maglietta rossa sbottonata a maniche corte, in calze che abbracciavano forte le sue gambette, e morbide pantofole di velluto tenero, e di tutte quelle solo a lei rapite bambole, tiepida, di tanto in tanto troppo calda, ma fuori da ogni elevata temperatura corporea, e tutta di futura pelle femminile ma, di nuovo, ancora e tutta da segni di pietra, ortica e labbra spezzate di zanzare, con il sorriso di una barcaia, con quel solo sole del colore della rivolta in ogni notte, e solo-solo con quelli per quegli anni segni di follia, coraggiosa, ancora e molto più della realtà, . .
Lanciavano lì da qualche parte. . . quello, pietre sparse dall’acqua e dal vento, e molti rotti resti di tegole e ogni sorta di piccoli pezzi delle strade circostanti, . . lì, . . innanzi a sé, in quel qualche là, abbandonato prato, cresciuto di canne, giunco e tifa e di ogni sorta di erba alta, ma ancora con molta spazzatura sparsa sotto la radice di quelli stessi, . . E un intero di quei certi molti sotto di essa e tra essa, dormienti creature selvatiche e ancora molte uova guaste di ogni genere, . .
Un prato, e ancora più spesso una palude, che spezza e squarcia i nasi di molti là passanti accanto, di viaggiatori in arrivo e in partenza o solo smariti passanti.
E mentre quei due ancora (o probabilmente mai) fino in fondo non congelati, non bruciati, e insufficientemente percossi, . . e induriti - che Dio oda e veda - futuri esseri umani, con un tale gioco infantile, attraverso l’aria, qui, spesso recisa da strisce di zolfo, cianuro e ammoniaca, la loro via in lontananza ancora cercavano, e lì dietro i loro occhi, e orecchi, un’Intera Città ancora vedeva sogni e non in qualche modo qualche cittadina su una qualche sconosciuta frontiera.
Sì, mi rammentarono furono di. . . quello, che a causa di tutto quell’altro che non voglio ricordare, ero dimenticato. . . -
Noi li già avevamo passati, sì in qualche modo e a causa di qualcosa, al fanciullo accanto a me allora già lasciai la mano, . . E né mia a lui né sua a me o a me stesso risposta più non fui ad attendere, . .
E i miei occhi e orecchie già rimasero dietro a tutte quelle lontananze, latitudini e altezze, alle quali in quella stessa ora come da mano del Signore, un perdonato destriero ora si lanciava.
E i passi uno dell’altro già sorpassavano, e dietro di me inseguiva qualche fuoco di vettura attraverso quell’unico già tardo-autunnale aria, mentre lui accanto a me inciampava tutto, e di tempo in tempo, solo correva come un solo molto giovane puledro cercando, di raggiungerli.
Fluttuavo, ma volavo fui, . . per le altezze di questa città e non riconoscevo più nessuna via, la quale fino ad oggi avevamo raggiunta fino a quel là, grande campo cittadino, in qualche modo sempre illuminato da giganteschi riflettori, dal freddo e dalla nebbia.
E allora, quando noi lì già fummo arrivati, . . allora lì a lui dissi:
Vai a giocare con i bambini, rincorrete la palla di cuoio, ridete, spingetevi, calciate e con i piedi come con spade combattete ed io do-v-v-ei-bbo, devo affrettarmi, pre-s-s-so (e mentre quello a lui dicendo ero, io tremavo, . . non credendo più a nessuno intorno a me) a casa a dormire, . . poiché molto mi si vuole dormire!
E lo abbandonai io allora (e lui già aveva imparato a tutto, e comprendeva tale me a sé noto modo,) ed io corsi con un gran battere, come attraverso il calcestruzzo e come da tali alcuni rintocchi, mentre pronunciavo:
Sì, . . e no.– poiché non riconobbi quel assordante silenzio di quella là fanciulla nel buio, solo illuminata da scintille nei miei occhi, . . la mia Amata.
E le cortesi ma interrogative parole di un qualche suo amico, raffinato ma in qualche modo spaventato:
Lei è suo padre? – inghiottii fu l’ansia e a lei consimili lontananze.
Che tipo di appuntamento era quello e la mia Unica-Sorte, mi accarezzava così folle e assonnato, con uno sguardo intero d’Amore e di alcune quelle solo a lei note meraviglie, mentre io tutto quel tempo ero a correre verso il letto, . . ma spingevo verso casa.
Attraverso una cittadina tappata di luce e di affrettati vicini, e il mio fiammeggiante veicolo dietro di me già sibilava ossigeno fuso, umidità e barbabietola da zucchero, mentre le strisce di tutti quegli auto-propulsi veicoli di lamiera in tutti i colori, e i panifici, molti caffè, osterie, ristoranti, case urbane cittadine, eterogenei cortili e strisce statali e stradali, tutte ancora di più di ogni cosa di luci arancioni, tutte cedevano solo in un tale colore, come e ancora molto quello altro che la velocità di questi Nuovi-Sogni infiammati avrebbe permesso.
E solo là da qualche parte, già innanzi alla mia Alfa della via, improvvisamente fui fermato, . . come sotto alcuni freni aerei, solo innanzi a una finestra, . . - non so come e non so perché. E quello era uno di quelli, . . di, (per i geometri) orfani operai, . . e prevalentemente casa del muratore.
Come incantato, e tutto rapito, Io lo contemplavo ma non lo disegnavo amavo l’immagine, come in quel solo museo di caffè o cosmi. Tutta quella luce di questa casa, salvo l'elettrica, era celata da una tela, semplice ma morbida, e morbida e all'anima gradita e dolce lenzuola, espressamente di colore viola, e solo in quel luogo cantato da sfumature di rosa, - e solo a metà, sopra di essa, solo vi era quella sola sagoma di un filo infiammato, nel vetro e nel vuoto, simile a una qualche di sempre quella. . . ombra lunare.
Ma di nuovo, solo all'improvviso, annusai, come un assetato e poi dall'acqua sazio, e corsi, . . e solo corsi affinché raggiungessi il proprio cuscino, attraverso la lontananza misurata, con solo ancora pochi rimasti vicini cortili.
E come misi il piede sulla soglia della mia casa o solo dell'anima, le porte d'ingresso rimasero socchiuse, le scarpe sparse, e le tasche si sono rotte e hanno versato possenti chiavi di diverse forme – come delle caramelle perdute, e tutto così rimase aperto e a ogni sguardo concesso ed io caddi nel letto, . .
E ogni calore con cura, e solo allora, misurando regolai, . . e addormentai. . .
E addormentai e dormii, e mi Rallegrai.