"Succede spesso così, quando le cose sono in pericolo: qualcuno deve sacrificarsi, perderle, affinché altri possano conservarle"
Le parole dolenti e consapevoli di Frodo mi tornano alla mente alla fine di questo "Cavaliere Oscuro" di Cristopher Nolan. L'accostamento Frodo/Batman forse può risultare spiazzante, eppure non posso non notare alcuni punti di contatto.
Come quella di Frodo, quella di Bruce Wayne/Batman è una vittoria a metà, e il prezzo pagato è altissimo. Come Frodo, Batman perde una parte di sé, non fisica come un dito, ma spirituale e affettiva. Come Frodo, Batman perde la fiducia in se stesso, la speranza. E alla fine della sua missione è piegato e piagato nel corpo e nello spirito: l'oscurità di cui si era ammantato è penetrata dentro di lui ed egli è consapevole di non poter più vivere fra i suoi simili: "Alcune ferite non guariscono mai del tutto", e noi sappiamo che quelle ricevute nel corso di questa storia superano di gran lunga quelle che vediamo segnare il suo corpo all'inizio del film.
Per questo si allontana, non fisicamente come Frodo, ma metaforicamente: Batman è diventato ormai il "Cavaliere Oscuro", qualcosa di cui la società "civile" ha paura, pur servendosene. La notte è definitivamente il suo elemento ed egli accetta di essere un reietto, sapendo che solo così potrà compiere la sua missione.
Ma, a differenza di Frodo, Batman non è un semplice capro espiatorio. La sua missione non gli è stata affidata, non ha accettato con riluttanza un fardello troppo grande per lui, non ha ceduto all'oscurità dopo una lunga lotta. Al contrario, è stato lui stesso a scegliere di "combattere il Nemico usando il suo Anello": combattere il crimine usandone le tecniche, ammantandosi di quella stessa ombra che vuole sconfiggere, senza rendersi conto (oppure sì?) che, come gli fa notare il fedele Alfred, in questo modo non fa altro che perpetuare il male, sfidandolo a oltrepassare quella linea che lui stesso ha già oltrepassato, appena frenato da alcune regole autoimposte.
"Imposte" è infatti la parola giusta: quelle regole, quei principi morali, quelle leggi non sono "naturali" (non lo sono mai). Bruce Wayne non è un "buono" come può esserlo il "bravo ragazzo" Peter Parker (per non parlare di Clark Kent/Superman). Al contrario: anche quando non impersona il suo alter ego, è cupo, freddo, sbrigativo, astuto, talvolta spietato. Solo i profondi valori morali ricevuti dal padre orientano al bene questo suo difficile carattere. E quando la disperazione mina le basi di questo codice morale, ecco il "lato oscuro" avere la meglio.
Come è per Batman, così è per la cosiddetta "società civile", così pronta a gettare alle ortiche ogni legge, ogni "diritto umano" quando è in gioco la sua sicurezza e la sua sopravvivenza. Ma, oh! naturalmente sempre in modo "democratico": è giusto che sia la maggioranza a decidere. Peccato però che poi ciascuno sia solo con la sua coscienza, e che solo di fronte a questa possa fare le sue scelte, senza nascondersi dietro un'anonima "maggioranza". Batman questo lo sa benissimo, proprio perché è solo: sa di dover portare il peso delle proprie scelte, dei propri errori, delle proprie colpe. Ed è questo a renderlo "eroico", non il suo lavoro di giustiziere, che tutto sommato potrebbe anche diventare una facile porta all'orgoglio "satanico" di decidere da sé cosa è bene e cosa è male. Come avviene ad Harvey Dent, l'integerrimo procuratore che permette al proprio "lato oscuro" (la metà del volto sfigurata) di prevalere una volta visti crollare i punti fermi della sua vita.
La presenza stessa (sia pure fuggevole) di un personaggio come "Due Facce" ci fa capire che tutto questo film è giocato sul tema del "doppio". E' Batman stesso a evocare la figura del Joker, il quale non si pone come semplice criminale, ma "metafisicamente" come "Avversario". Il suo scopo non è trarre vantaggio dai propri crimini, non è nemmeno quello di eliminare Batman: come potrebbe eliminare il proprio specchio e il proprio alter ego, da cui trae la propria stessa esistenza? E, attenzione, lo stesso discorso vale per Batman stesso. No, lo scopo del Joker è semplicemente quello di "introdurre un po' di anarchia", destabilizzare quell'"ordine costituito" di cui ci vantiamo ma che un nulla basta a far vacillare, destabilizzare le coscienze spingendole al limite o mettendole di fronte all'apparente assurdità del mondo.
E' significativo che, al contrario di quanto avveniva nel primo film di Burton dedicato all'eroe, ci venga mostrata la genesi di tutti i "mostri" (Batman compreso), ma non di Joker. Di lui non sappiamo nulla, tranne che è stato per due volte in un manicomio criminale; non sappiamo come si sia procurato le orrende cicatrici che lo sfigurano, come e perché si sia dato al crimine, né se fosse già un criminale prima di diventare un mostro o se lo sia diventato come conseguenza dell'essere un mostro. Joker stesso racconta sempre versioni diverse alle sue varie vittime.
E' come se in questo film Joker fosse, lui sì, la vera "figura mitologica": è il Loki norreno, una divinità del caos il cui unico scopo è la distruzione del cosmos. Joker è l'istinto, la follia, la bestialità che sono ancora lì, ben nascoste nel fondo delle nostre società e dei nostri cuori, tenute a bada da leggi e regole, ma non domate, non sconfitte, e sempre pronte a riemergere. Il suo ghigno è lo specchio in cui siamo costretti a riconoscere la nostra natura umana.
Forse per questo nel Joker di Nolan non c'è nulla della pur perversa "giocosità" di quello di Burton, nè della sua, se vogliamo, "eleganza": questo Joker è sgradevole non solo per il volto sfigurato, ma per tutto l'insieme: per i capelli unti e arruffati, per il "vestito viola da quattro soldi", per l'andatura zoppicante, per i suoi biascicamenti nel parlare (come Gollum), per il trucco malfatto da clown dopo lo spettacolo (grande anche l'intepretazione di Heath Ledger, che meriterebbe davvero un Oscar postumo). Ed è violento nei modi di uccidere come uno psicopatico qualunque, senza i complicati e divertenti "giochini" del Joker tradizionale.
Il fatto è che Burton nel "lato oscuro" ci sguazza, i suo freaks sono sostanzialmente degli incompresi e il loro mondo è complemento necessario al nostro (vedasi "Nightmare before Christmas"). Per Nolan invece il "caos" è qualcosa che mina l'integrità (della persona e della società) e quindi va combattuto. Ma, sembra dirci con questo film, questa lotta è destinata a durare per l'eternità, e forse è già persa in partenza. Perché il caos è dentro di noi. Persino in quelli che sembrano i migliori di noi, come Harvey Dent. Alla fine del film Joker è sconfitto, ma non ucciso. Joker *non può* essere ucciso.
The Dark Knight testo di Laurelin